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IL REGNO DEGLI DEI - SEMIDEI - SPIRITI VENERABILI

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Capitolo 1

Il Regno di

Dei - Semidei - Spiriti venerabili

Manetone, così narrato da Eusebio di Cesarea, classificò l'ancestrale storia egizia in quattro periodi:

1) Regno degli Dei
2) Regno dei Semidei
3) Regno degli Spiriti venerabili
4) Regno dei Sovrani umani

Lo stesso schema  appare nella mitologia giapponese. Gli Shemsu-Hor erano gli Spiriti venerabili dei successori di Horo, dal quale derivò la titolatura reale dei sovrani e  la transizione tra i primi due regni, divino e semidivino, e quello dei sovrani umani, esattamente come è avvenuto per il Giappone, in cui il rapporto tra il mondo divino e quelle terreno identifica la carica o “il nome sacerdotale” delle divine gerarchie o degli uomini semi-dei, che si impegnarono nel duplice ufficio di Sacerdoti e Re, poiché "Tenno" era sia la "Sacra regalità" che "il Sacro Sacerdozio" (che porta con sé la Taumaturgia).

La leggenda che accompagna la nascita dello stato giapponese vuole che il capostipite della dinastia imperiale, il primo sovrano

Jinmu

fosse un pronipote della Grande Dea del Sole Amaterasu (天照大御神 Amaterasu-ō-mi-kami?, letteralmente "Grande dea che splende nei cieli"), una delle principali divinità shintoiste.

La religione primitiva professata prima dell'avvento del Buddhismo e delle altre dottrine importate dalla Cina, in Giappone, allora chiamato Ji Pen (paese dove sorge il Sole, paese del Sol Levante) era chiamata

> Shin-to' <

Questa parola è traducibile con

“Via degli Dei” o “Dottrina degli Spiriti”

Il termine Shin è la translitterazione giapponese della parola cinese Shen. La matrice esoterica-iniziatica della civiltà nipponica ha infatti suoi fondamenti nello SHINTO (Via degli Dei) e al culto dello spirito e degli spiriti, dei KAMI, ove KA é “spirito” e MI é “me stesso” cioè “il corpo”.

Quindi KAMI sta per “corpo di luce”, cioè

“fusione materia – spirito – energia”

Lo scintoismo prevede che l’imperatore, il “Tenno”, sia di origine divina, quale diretta emanazione per consanguenità diretta della Dea del Sole

"Amaterasu"

Il termine usato dai giapponesi per indicare la religione dei loro avi è quella di Kami-no Mici “Dottrina degli Dei” che ha un significato analogo alla parola Shin-tò.

Kami sta ad indicare tutti gli esseri dalla potenza sovrumana, che abitano sia in cielo che in terra e dei quali si fa riferimento nei sacri testi antichi.

La terra del Giappone è consacrata dalla loro presenza, risiedono negli alberi, nei fiumi, nei monti e nei mari e in tutto quanto esula da un contesto ordinario. In definitiva non c'è nulla di più vago della parola Kami; può far riferimento agli esseri ma anche alle cose o alle manifestazioni della natura, il tuono è Kami, precisamente è Naru Kami, “Dio rumoreggiante”; il drago, i folletti (Tegu) e gli spiriti dei boschi sono Kami. Le volpi dai poteri straordinari sono Kami, ma sono Kami anche i fiori di pesco.

Il bene e il male e tutto quanto accade sulla terra è opera delle divinità Kami. Al libero arbitrio dell'uomo è lasciato un margine strettissimo; sono stati i Kami a instillare nel cuore degli uomini l'idea del bene e del male, del lecito e dell'illecito, tanto che è insito nella natura stessa dell'uomo quella di conformarvisi. Il ciclo della vita e delle stagioni sono programmate dai Kami, ma anche la cattiveria e tutto il male del mondo è ugualmente opera di questi Dei, chiamati Magatsubuno Kami quando sono schierati nettamente dalla parte del male.


Attorno a questi Dei nacque una ricchissima mitologia, consegnata ai posteri dal Kojiki e dal Nihonji, i due testi giapponesi ritenuti più antichi


Il mito della Creazione è un racconto mitologico che narra della nascita delle varie divinità e cerca di spiegare la creazione del Giappone

Tramandati a memoria da Hiyeda no Are, una concubina dell'imperatore Temmu e messi per iscritto da Ono Yosumaru per volere dell'imperatore Gemmyo, furono redatti l'uno in caratteri giapponesi e trascritto successivamente in cinese l'altro solo in caratteri cinesi.

In Giappone è sempre esistito un autentico culto imperiale (l'Arahitogami) che vedeva l'imperatore come discendente delle divinità.

Il termine sovrano celeste, che venne adottato per la prima volta nel VII secolo, era già in uso nel paese prima di tale adozione e veniva usato per definire i Quattro Re Celesti (四天王 Shitennō?), i leggendari guardiani del mondo nella tradizione induista e buddista.

Il primo imperatore di cui l’esistenza e il regno sono certi si chiamava

Ojin

È il primo imperatore storico, che regnò dal 270 al 310 è stato deificato come Hachiman, dio della guerra e protettore divino in Giappone.

A lui sono succeduti numerosi imperatori durante l’epoca che chiamiamo antichità giapponese e che si estende dal 400 al 1198:

  • Il periodo Kofun dal 400 al 539
  • Il periodo Asuka dal 539 al 715
  • Il periodo Nara dal 710 al 794
  • Il periodo Heian dal 794 al 1185

L’epoca feudale inizia in Giappone nel 1198 e si estende fino all’arrivo al potere dell’imperatore Meiji nel 1852, un autentico

"Tenno"

È l’epoca dei samurai, che prendono questo nome dal 1600

Durante il periodo dello shogunato i due centri di potere rimasero separati anche fisicamente: la corte imperiale era a Kyoto, mentre i vertici del comando militare vagarono in varie città, l’ultima delle quali, a partire dal 1603, fu Edo, l’odierna Tokyo.

E proprio a Edo, nel 1868, l’imperatore Meiji trasferì la sua residenza, a rimarcare la fine dell’era degli shōgun.

l’epoca moderna

Dopo il periodo Edo, che marca la fine dell’epoca premoderna, si assiste ad una prima modernizzazione della società nipponica.

Tre imperatori si succederanno durante la nuova era:

  • Meiji    : dal 1867 al 1912
  • Taisho : dal 1912 al 1926
  • Showa : dal 1926 al 1989

Il ruolo dell'imperatore del Giappone ha sempre oscillato tra quello di un Capo religioso di alto grado con grandi poteri simbolici e quello di autentico

"Regnante imperiale"

il cui spirito vitale - per la sua origine divina – è immortale e si trasferisce da duemila anni, da consanguigno a consanguigno, prevalentemente di sesso maschile, per poi ritornare tra le nuvole, come conferma un famoso detto popolare:

Il Giappone è il paese dove gli Imperatori non muoiono, ma si nascondono fra le nuvole

Non è quindi casuale che il termine più corretto per identificare il

regnante giapponese è infatti quello di

"Tenno"

composto di 2 ideogrammi, che uniscono i concetti di

“cielo” (ten) e di “sovrano” (o)

traducibile in

“Celeste Re” o “Celeste Signore”

Fino alla fine del secondo conflitto mondiale il Tenno era la personificazione del graalico

"Re-Sacerdote illuminato"

come

< Carlo Magno >

“Imperatore del sacro romano impero”


ma dopo la sconfitta, l’imperatore perse il potere temporale per mantenere soltanto la sua antica valenza sacro-spirituale, con tutti i distinguo, che lo ha reso un puro esecutore di compiti statali, un imperatore puramente "simbolico", non essendo considerato  un vero e proprio "Monarca" che possa agire con la propria testa, una persona del tutto priva di diritti fondamentali, riconosciuti a tutti i cittadini giapponesi dalla Costituzione emanata nel 1946.

Questo ciclo si è fermato infatti nel momento che l'imperatore Hirokito comunicò ai suoi sudditi che

"la guerra era persa"

che che la sua "divinità" in terra era stata spinta nuovamente tra le nuvole dal vincitore

convinto, con le due bombe atomiche di

< Hiroschima e Nagasaki >

di aver annientato lo spirito guerriero di un popolo pronto a sacrificare la propria vita

per il proprio "Mikado" diretto discendente dei kami, creatori e protettori del Giappone.

Non a caso lo Shintoismo, che sanciva questa divinità, divenne

"Religione di Stato"

Secondo la Religione shintoista in ogni cosa si deve individuare un kami, da ogni singola molecola dell'Universo, dai corpi complessi, ad una roccia, ad una cascata, ad un albero

Nell’insegnamento ufficiale dello shintou è sempre rientrata l’affermazione che l’imperatore discendesse dalla dea

Amaterasu

da qui il titolo divino di

"Mikado"

Col termine Mikado in Giappone si indicava anticamente la porta del palazzo imperiale. Successivamente questo vocabolo è passato a designare la persona dell’imperatore, il Tennō Heika, custode della “Porta Augusta”, l’alta porta del paradiso in terra.

avendo il capostipite attraversato il velo


che nasconde il mondo fisico da quello multidimensionale, altrettanto vivo e palpitante, ma assolutamente invisibile e soprattutto del tutto impercettibile agli altri.

Capitolo 2

Il Regno dei Sovrani  Semidivini

Secondo alcuni studiosi le isole giapponesi, alle origini, sarebbero state colonizzate da un’antichissima civiltà, gli "Ainu" di pelle bianca, portatori di una cultura sviluppatissima, che si fondava sul culto del proprio spirito divino. Una stirpe eletta di uomini iniziati all'Antica Arte Reale, i cui Sacerdoti Re erano dei veri

“Psicopompi


traghettatori di anime tra i due Mondi, che insegnavano al  popolo ad accettare il proprio

"corpo di luce"

innalzando in vibrazione le cellule, aumentando la rotazione dei fuochi

" i chakra eterici"


cosi da aprire il loro terzo occhio

GHIANDOLA PINEALE o TERZO OCCHIO

https://www.youtube.com/watch?v=aGGYjsxSJfc

La capacità di vedere con

"l’occhio del cuore"

tipica di molte antiche civiltà, occhio denominato in Giappone

“Ajna

"occhio della mente"

che a sua volta proviene da

“Kajna

“quello dall’occhio interiore”

che nella tradizione egizia viene identificato con

> l’occhio sinistro <

< Occhio >

che, nella leggenda, Horus perde nello scontro con Seth, il Dio del male, che vive ed opera sulla terra, avendo usurpato il potere al suo legittimo Re Osiride, ucciso  e tagliato in 14 pezzi.Infatti nel Libro dei Morti, cap.LXVI si legge:

Io sono Horus, il figlio primogenito di Osiride, che dimora nel mio occhio destro. Giungo dal cielo e rimetto Maat ( la Dea della verità e della giustizia) nell’occhio di Ra (il Dio Sole)”,che, per gli egiziani, è appunto

"il sinistro"

> SVELATO L'ENIGMA DELL'OCCHIO SINISTRO DI NEFERTARI <

Livelli riconosciuti agli Hierofanti (da cui il termine, ieratico) che erano sacerdoti ed iniziati e non promuovevano alcun contatto con chi, amplificando le credenze popolari, diffondeva

< criteri religiosi exoterici >

Erano iniziati che non seguivano i culti esteriori, destinati al popolo, perché eredi di una spiritualità, che perseguiva

l'illuminazione interiore

che discendeva da un principio di divinità, che non concepiva

> l'adorazione di principi materiali <

(conoscenza esteriore, la divinità materiale)

Gli Hierophanti erano iniziatori di canoni interiori,

perciò

invisibili, e per questo creduti segreti


Costruttori di ponti ideali, con cui collegavano

< il proprio cielo interiore>

(il piano della coscienza divina)

alla

< materia mentale>

(il piano della coscienza fisica)

sino ad infuocarla: producendo, di fatto,

"L'illuminazione"

Gli Iniziatori

infuocavano la coscienza fisica (la terra) e, attraverso

i canoni di una

dottrina segreta

raggiungevano una elevatissima

< condizione rituale e teurgica >

che esprimeva quell'assonanza di gesti-suoni e parole, ch'era la

prerogativa dei più alti gradi della

Gerarchia iniziatica


"Infuocare"

la "terra interiore" dell'iniziato

è il supremo

"atto rituale"

che conclude il più sacro degli atti

"la sacralizzazione della materia vivente"

Questo, agli occhi comuni, rendeva l'iniziato un semidio, un

Messaggero di Dio

Alti Sacerdoti

che avevano risvegliato i due centri,

"la testa" e "il cuore"

così da farli divenire la luce (Urim) e la perfezione (Tummim) del  loro corpo.

avendo appreso a  dirigere la loro  "vista interiore" ai

mondi spirituali

e lì apprendere dagli Esseri Celesti la loro volontà per il loro popolo

quale destino era delineato per un individuo o una stirpe  sotto qualsiasi circostanza e in ogni tempo.

Le Guide illuminate

di quei giorni possedevano questa capacità, avendo

una"mente", un "corpo"

ma soprattutto il

"cuore"

capaci di reggere l’aumento progressivo di energia, che

comporta, a ivello biologico e psichico, ristabilire un contatto
diretto con i

"Mondi Superiori"

esistenti, ma del tutto invisibili e inudibili alla maggioranza degli esseri viventi

L’Occidente, come si è già sottolineato, non giunse a tale sofisticata elaborazione dottrinale se non nell’epoca egizia, il cui patrimonio ed insegnamento è andato disperso, come  sta avvenendo purtroppo anche in Giappone, in cui gli Ainu appaiono essere stati i primi Re Sacerdoti illuminati della storia di questo paese.

A tutt’oggi gli Ainu, sterminati nel corso dei secoli dal ceppo etnico cino-coreano, sono ridotti in minoranza e relegati, quasi estinti, nell’estremo settentrione del paese.

Resta il fatto che gli Ainu costituiscono ancora e da sempre una civiltà fortemente sciamanica ed é molto probabile che lo stesso sciamanesimo sia stata una loro caratteristica, come lo era per i primi sovrani Egizi, gli “Shemsu Hor, per i "Nephilim" o “Vigilanti” mesopotamici o per i "Viracocha" americani, lascito forse degli stessi "Anunnaki" o dei loro discendenti chiamati

“Dragoni


A tutt’oggi i nipponici sono intimamente convinti che i loro antenati ancestrali fossero "divinità" scese dal cielo ad illuminare il paese a forma di mezzaluna ed a seminare una cultura mistico-spirituale, che si é poi splendidamente sviluppata in isolamento fino al 19° secolo, quando si aprì agli scambi commerciali e culturali con l’Occidente. Ma fino ad allora il culto del “Kami” (spirito) é sopravvissuto e permane ancora oggi, integrato armoniosamente con il credo buddhista

Lo SHINTO (Via degli Dei) è il culto dello spirito e degli spiriti, dei KAMI. Una religione indigena dell’arcipelago giapponese (detta Shintō, ovvero “Via degli dei”) che dovette affrontare la concorrenza del buddhismo e che solo nell’Ottocento si affermò come fede di Stato. E non é un caso che entrambi abbiano filosoficamente insito il culto del

< Sé Superiore >

Da ciò deriva l'amore per le manifestazioni artistiche: poesia (haiku), cerimonia del té (cha no yuo cha dō), ikebana, calligrafia (shodō), pittura (zen ga), teatro (nō), culinaria (zen ryōri), arti marziali quali l'aikido, il karate, il judō, il kendō e il kyūdō ("via dell’arco"), i cui principali Maestri appartengono non a caso  al periodo Mejii, con cui alcuni ebbero rapporti diretti e personali con l'imperatore, un vero "iniziato" ai misteri dell'Arte Reale, purtroppo l'ultimo vero Tenno

"Sacerdote Re"

Capitolo 4

Il Regno degli Spiriti Venerabili

Si narra che l'Imperatore Meiji fu un uomo molto buono ed anche un grande sensitivo. Il Reverendo Inamoto ha raccontato che imponeva le mani sulle persone per alleviare i loro malanni, esattamente come i

"Merovingi"

Era sicuramente un “iniziato” ai segreti misteri all’Arte Reale in chiave nipponica come confermano gli stretti rapporti con alcuni dei più importanti Maestri delle Arti marziali nipponiche, quali l'aikido, il karate, il judō, il kendō e il kyūdō ("via dell’arco"), i cui principali Maestri appartengono al periodo Mejii, con cui alicuni ebbero rapporti diretti e personali con l'imperatore


Kanō Jigorō (嘉納 治五郎)

(28 -10 –1860/ 5-05-1939) fondatore del judo


Gichin Funakoshi

(padre del moderno Karate)

Morihei Ueshiba

(il Maestro che ha creato il sistema noto come Aikido)

era un devoto della setta Shinto dell’Omoto-kyo, che faceva uso di particolari rituali, tra i quali l’uso dei chinkon, dei kotodama e di altri esercizi fisici volti a generare e rinforzare il potere spirituale, rituali esoterici dello Shinto.

Mikao Usui

(15/08/1865- 9/03/1926)

creatore del Metodo Reiki , dopo un ritiro spirituale prolungato 21 giorni sul sacro monte Kurama, in cui percepì nettamente in sé la presenza dell'Energia Universale e la possibilità di poterla ritrasmettere, avendo trovato in esso grande riscontro in termini di accelerazione della guarigione di moltissimi disturbi e riscontrato l'enorme valenza spirituale.

Per Usui l'armonia, l'equilibrio, la disciplina interiore favorite dal Reiki, così come il contatto con i propri talenti naturali e il benessere psico-fisico, avevano lo scopo spirituale di avvicinare l'uomo alla sua autorealizzazione.

Per il rapporto intenso e spirituale con l’imperatore Usui scelse 125 poesie waka dell'imperatore Meiji, le incluse nel suo Manuale e le insegnò ai suoi allievi per imparare a concentrare l'attenzione sull'aspetto essenziale delle cose.
Ancora oggi nella Gakkai si iniziano gli incontri recitando e salmodiando una delle poesie dell'imperatore Meiji, prima della meditazione Hatsurei ho.

Da ciò deriva l'amore per le manifestazioni artistiche: poesia (haiku), cerimonia del té (cha no yuo cha dō), ikebana, calligrafia (shodō), pittura (zen ga), teatro (nō), culinaria (zen ryōri),

Capitolo 5

Il Regno dei sovrani umani


Questo ciclo si è fermato nel momento che l'imperatore Hirokito comunicò ai suoi sudditi che

"la guerra era persa"

che che la sua "divinità" in terra era stata spinta nuovamente tra le nuvole dal vincitore

convinto, con le due bombe atomiche di

< Hiroschima e Nagasaki >

di aver annientato lo spirito guerriero di un popolo pronto a sacrificare la propria vita per il proprio "Mikado" diretto discendente dei kami, creatori e protettori del Giappone.

IL MIKADO, principe celeste, il mitico Tenno, alleato di

< Hitler e Mussolini >


che nel suo ritratto in uniforme su un grande cavallo bianco

fu il simbolo del Giappone guerresco alleato dell'Asse, è morto, dopo sessantatrè anni di regno, nel < 1989> nello stesso anno della

"caduta del Muro di Berlino"

dell'eccidio di Piazza Tienammen

La storiografia contemporanea, divisa fra giudizi opposti ed estremi, non sa dire con certezza chi veramente sia stato Hirohito, se un protagonista, una vittima o uno scaltro navigatore dell'epoca della quale era rimasto l'ultimo grande sopravvissuto. Una circostanza incontrovertibile  è che è stato, come la sua famiglia, un

"Prigioniero di Stato"

A tal proposito val la pena riprendere  il racconto di Edgardo Bartoli, che traccia alcuni lati del carattere di Hirohito, che mostrano la sua vera personalità.

< HIROHITO, UN DIO SENZA POTERE >

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1989/01/07/hirohito-un-dio-senza-potere.html

"Dstrutti gli archivi del Comando supremo alla fine della seconda guerra mondiale, introvabili o inesistenti i documenti dell'apparato di Corte, sulla sua vita si hanno solo testimonianze frammentarie, ricordi, informazioni di seconda mano, indizi: dei quali ultimi il più chiaro, forse, sta proprio in quel famoso "biglietto" del metro parigino (aneddoto obbligato in tutte le sue biografie) che l'Imperatore conservò per tutta la vita fra i suoi ricordi più cari.

Il viaggio compiuto in Europa nel 1921 dall'allora ventenne principe ereditario influenzò indubbiamente in modo decisivo tutta la sua successiva vita di sovrano. Egli fu il primo del suo rango a uscire dai patri confini; e alla sua partenza c'era stata gente che s' era gettata sui binari per impedire al treno imperiale di raggiungere il porto d' imbarco, non sopportando né lo strazio della separazione né l'idea dei sacrilegi che i barbari stranieri avrebbero potuto commettere verso la sacra persona.

"Al suo arrivo a Parigi, Hirohito subì l’esperienza sconvolgente della diversità e della libertà. Ebbe l'emozione di essere trattato come una persona normale, e fece cose per lui fino allora impensabili: come viaggiare su un mezzo pubblico, comprarsi appunto il biglietto da solo, pranzare nei ristoranti alla moda, visitare fabbriche. In Inghilterra ebbe per la prima volta fra le mani un giornale tutto intero a Tokyo i funzionari di Corte gliene passavano soltanto alcuni ritagli, giocò a golf con il principe di Galles, il futuro Edoardo VII, e a Buckingham Palace vide re Giorgio V in maniche di camicia e pantofole, e ne ricevette una pacca sulla schiena. Il viaggio in Europa (durante il quale visitò anche l'Italia) durò sei mesi.

La malattia di mente di suo padre, l'Imperatore Taisho, peggiorava rapidamente, le sue bizzarrie imponevano una successione immediata al trono del Crisantemo. Così, Hirohito tornò in patria per assumere l'incarico di Reggente, titolare di tutte le funzioni imperiali, delle quali dimostrò di avere un'idea piuttosto eccentrica.

Al suo primo ricevimento pregò gli ospiti di ballare, bere whisky e ascoltare i dischi che aveva portato dall'Europa, senza preoccuparsi dell'origine divina del padrone di casa. Poi cominciò a farsi vedere in giro in giacca e pantaloni, si fece costruire un campo da golf nei giardini del Palazzo Imperiale, prese a comportarsi come un re costituzionale all'inglese, e probabilmente meditava d'introdurre molte novità analoghe nel sistema giapponese: ma chi comandava in Giappone, come egli del resto sapeva benissimo, non era lui, ma il generale Yamagata Aritomo, il vincitore dei russi, il conquistatore della Corea e delle più importanti province cinesi, capo della fazione militare che nel 1868 aveva portato sul trono l'imperatore Matsushita, nonno di Hirohito, fondatore del Giappone moderno.

Dell'imperatore Matsushita Yamagata era stato primo ministro, e aveva mantenuto i poteri della carica anche dopo averla abbandonata.

Non si sa se egli abbia avuto una parte diretta nell' attentato al quale Hirohito sfuggì miracolosamente nel 1923 l'anno del terribile terremoto di Tokyo. ma si sa di sicuro che il mancato sicario era un suo subalterno; e che il giovane Reggente assunse verso l'onnipotente generale un’atteggiamento deciso, affermando il proprio esclusivo diritto di nominare ministri e primi ministri.

Si sa con eguale certezza che l’impennata di Hirohito non ebbe alcuna conseguenza tangibile. Fu ancora la fazione militare ad organizzare nel 1930 (Hirohito era salito formalmente sul trono nel 1926, alla morte del padre, dando al proprio regno il nome di Showa, era della Pace Illuminata) l'assassinio del primo ministro Hamagichi.

Ed è appunto da quell' anno che il partito militare ora guidato dal generale Tojo, il vincitore della campagna di Manciuria prese il sopravvento nella politica giapponese.

Hirohito appare in quegli anni sempre più isolato nel suo grigio Palazzo Imperiale, che all' esterno simboleggiava le feroci ambizioni del nuovo Giappone, e all'interno ospitava forse un monarca incredulo, probabilmente annoiato, il quale fra di esse non aveva conosciuto fin da bambino altro che solitudine e ossequio, e l' aspra mistica del trono: come quando, undicenne, il generale Nogi, suo tutore, nel giorno della morte del nonno Matsushita lo aveva chiamato, e dopo avergli spiegato che cosa l' imperatore era stato per lui, e come ora non gli restasse altro che seguirlo nella morte dopo averlo servito per la vita, era andato nella stanza attigua, e aveva fatto harahiri.

In quel palazzo dinanzi al quale i giapponesi si inchinavano passando egli si trovava a disagio. Se la sua debolezza caratteriale non gli permetteva di reagire, la sua educazione dinastica non gli permetteva di evadere.

E il suo vero interesse, in definitiva, era la biologia, non la politica: in particolare la biologia marina, lo studio delle minuscole e diafane creature che si confondono coi granelli di sabbia e i barbagli del mare. A diciassette anni aveva scoperto un tipo sconosciuto di gambero, e l'Accademia delle Scienze aveva riconosciuto la sua scoperta. Indagava la vita dei protozoi (dei quali ha scoperto più di cento specie marine e vegetali).

Eppure, è impensabile che durante il decennio di maturazione dell'imperialismo giapponese, che culminò nell' attacco a Pearl Harbour egli sia rimasto spettatore inconsapevole degli eventi.

Come comandante in capo delle forze armate, non poteva ignorare le atrocità che le sue truppe commettevano, le esecuzioni in massa e le torture inflitte a civili e prigionieri, dalla campagna di Cina del'31 alla seconda guerra mondiale, che per il Giappone cominciò nel'38 a Shanghai. Né lo si può sollevare dalla responsabilità morale per i tre milioni di giapponesi che si sono fatti uccidere nel suo sacro nome. E quali furono le sue responsabilità nell'attacco a Pearl Harbour?

Tutto quello che si sa è che egli era d'accordo con l'ammiraglio Yamamoto, comandante in capo della marina e assai rispettoso della potenza navale anglo-americana, nel tentativo di frenare la scalpitante casta militare.

Un suo ciambellano ha testimoniato che fu colto di sorpresa dalla notizia, e che, mentre il paese esultava per la vittoria, appariva devastato. E secondo il suo biografo inglese Leonard Mosley egli continuò in seguito a firmare meccanicamente gli editti imperiali che il governo gli presentava, senza credere alla vittoria così come non aveva mai creduto nella guerra.

Bisogna tuttavia constatare che non fece nulla per fermarla. Anche se, il giorno in cui un bombardamento aereo colpì il Palazzo Imperiale, pare che egli ne fosse quasi contento e dicesse: Finalmente mi hanno bombardato. Ora i giapponesi capiranno che non sono protetto dagli dei. Solo all'ultimo momento, dopo che le atomiche americane avevano distrutto Nagasaki e Hiroshima, egli parve risvegliarsi dal suo rassegnato torpore, imponendo al governo di accettare la resa. Permettendo ai suoi sudditi di udire per la prima volta la sua voce, disse per radio che era venuto il momento di sopportare l'insopportabile; e seguì il celebre bollettino il quale informava che la guerra aveva avuto sviluppi non necessariamente vantaggiosi per il Giappone. Hirohito, dice a questo proposito Mosley, ha esercitato i suoi poteri soltanto una volta: per sancire la loro perdita.

Si dice che il segretario di Stato Americano Dean Acheson fosse d'accordo con la maggior parte degli alleati che volevano processare Hirohito come criminale di guerra, ma il governo di Washington aveva deciso già da tempo di salvargli la vita e l'onore per usarlo come garante dell'ordine nel paese conquistato.

Il generale MacArthur ha raccontato nelle sue memorie che quando, nel settembre ' 45, l'Imperatore si presentò per la prima volta a lui, governatore militare del paese occupato, disse:

"Sono venuto a sottopormi al giudizio degli Alleati per ciò che il mio popolo ha fatto durante la guerra"

Gli si può credere. Il maggiore Bowers, l'interprete del generale che aspettò fuori della porta, testimonia a sua volta che Hirohito si offrì addirittura al proconsole americano per essere processato al posto dei criminali di guerra giapponesi, secondo l'usanza della cavalleria bushido; e che MacArthur, dopo il colloquio, commentò:

"Sono nato Democratico, cresciuto Repubblicano, ma vedere un uomo caduto da tanto in alto così in basso mi addolora".

Di quell' incontro restano l'aneddoto della sigaretta offerta da MacArthur all'Imperatore che, per non rifiutarla, la fumò fra gran colpi di tosse; e la fotografia che mostra l'imponente generale in tenuta di fatica, con la camicia sbottonata, con accanto il piccolo imperatore in pantaloni a righe e giacca nera, davvero somigliante come più tardi disse MacArthur a un piccolo Charlot orientale.

Da quel giorno, Hirohito fu l'alleato irreprensibile degli Stati Uniti. Rinunciò senza rimpianti ad essere Dio (1ø gennaio ' 46), si spogliò di tutti i poteri, benedisse le riforme che gli americani imposero, divenne lui assai più del nonno il simbolo del Giappone moderno.

Non il padre, perché di un padre il paese non aveva ormai più bisogno. E seppure questo Giappone gli piacesse sempre meno, con le sue scorie industriali, che gli avevano inquinato la baia prediletta dove cercava animaletti marini, in esso ha trovato infine la propria serenità.

Nel'71, di ritorno da una visita negli Stati Uniti, portava al polso l' orologio di Mickey Mouse con lo stesso piacere che gli aveva dato il biglietto del métro parigino acquistato da solo.

di EDGARDO BARTOLI


https://www.youtube.com/watch?v=8ATG4IsY1

Capitolo 6
Il Regno dei sovrani semi - umani

Akihito nel 1989, alla morte del padre, è stato il primo imperatore giapponese a salire al trono privo di

"prerogative divine"

dopo la rinuncia fatta dal padre, l’imperatore Hirohito, nel gennaio del 1946 nella celebre dichiarazione, che non ha un titolo, ma è conosciuta a livello popolare come

< Ningen-sengen >

“Dichiarazione della natura umana dell’imperatore”

Dichiarazione di umanità c he viene anche chiamata

"Rescritto imperiale sull'edificazione di un nuovo Giappone" (新日本建設に関する詔書 Shin Nippon Kensetsu ni Kan suru Shōsho?) o ancora come

"Rescritto imperiale sulla rivitalizzazione nazionale"

(年頭、国運振興の詔書 Nentō, Kokuun Shinkō no Shōsho?).

Verso la fine del discorso imperiale c'è un passaggio che recita:

(JA)

«朕ト爾等國民トノ間ノ紐帯ハ、終始相互ノ信頼ト敬愛トニ依リテ結バレ、單ナル神話ト傳説トニ依リテ生ゼルモノニ非ズ。天皇ヲ以テ現御神トシ、且日本國民ヲ以テ他ノ民族ニ優越セル民族ニシテ、延テ世界ヲ支配スベキ運命ヲ有ストノ架空ナル觀念ニ基クモノニモ非ズ。»

(IT)

«Il legame fra noi e il nostro popolo si è sempre fondato sulla reciproca fiducia e il reciproco affetto. Esso non deriva da semplici leggende o miti. Non si basa sulla falsa concezione secondo la quale l'imperatore sarebbe divino e secondo la quale il popolo giapponese sarebbe superiore ad altre razze e predestinato a governare il mondo.»

Con questa "dichiarazione" fatta alla radio dall’Imperatore Hirohito nel gennaio 1946, gli americani erano convinti che sarebbe stata finalmente  abbandonata la convinzione comune secondo la quale gli Imperatori giapponesi fossero delle "divinità" discendenti diretti ed incarnazioni della Dea Amaterasu, la Dea del Sole.

L’Imperatore, che fino a quel momento era considerato dall'intero popolo giapponese espressione diretta di una Divinità, Capo di Stato e Capo delle Forze Armate, diventò per gli americani, che lo avevano costretto a farla, un semplice "simbolo" completamente privato di tutti i poteri, con l’obbligo fatto appositamente inserire nella Costituzione del maggio 1947, di non poter interferire in nessun modo nella vita politica, sociale ed economica del Paese.

Ma le intenzioni degli americani e del proconsole MacArthur di disconoscere formalmente

le secolari prerogative divine

dell'imperatore erano del tutto inconcepibili e inaccettabili per la mentalità del popolo giapponese.

Affermare che l’imperatore fosse un "uomo qualunque" era una cosa intollerabile per la maggior parte dei giapponesi; per questo, quando ascoltarono alla radio lo storico comunicato, conclusero che

> Hirohito doveva essere davvero un Dio <

poiché solo una divinità avrebbe avuto l’autorità di fare una simile dichiarazione

Secondo l'interpretazione delle forze di occupazione occidentali e del comando supremo delle forze armate , con questa dichiarazione l'imperatore Hirihito avrebbe rinunciato alla rivendicazione, antica di millenni, secondo la quale i sovrani giapponesi sarebbero diretti discendenti della dea del Sole Amaterasu e avrebbe ammesso pubblicamente di non essere un dio vivente.

In Giappone è sempre esistito un autentico culto imperiale (l'Arahitogami) che vedeva l'imperatore come discendente delle divinità.

Ma questo "ciclo esoterico-spirituale" si è fermato nel momento che l'imperatore Hirokito comunicò ai suoi sudditi che la guerra era persa, trasfomandolo in una figura prettamente simbolica dal punto di vista costituzionale.

Così nasce l’Imperatore simbolico” , uno status prescritto dai primi otto articoli della  Costituzione. Questi articoli vennero introdotti dagli americani allo scopo di preservare una certa "sacralità" dello status imperiale ereditario e allo stesso tempo di privarlo di ogni possibilità di agire ed esprimersi politicamente. Tutto per impedire il riarmo del Giappone.


L'imperatore che fino al 1945 era espressione diretta di una Divinità, Capo di Stato e Capo delle Forze Armate diventò un semplice "simbolo" completamente privato di tutti i poteri con l’obbligo sancito nella Costituzione, entrata in vigore il 3 maggio 1947, di non poter interferire in nessun modo nella vita politica, sociale ed economica del Paese.

Così, a partire dal 1946, il Giappone ha un Imperatore che esiste, sostanzialmente, solo come “funzione istituzionale” e non come un vero essere umano a cui siano riconosciuti i diritti civili fondamentali alla pari di ogni altro cittadino.

L’Imperatore giapponese, come tutti i componenti della famiglia imperiale. non è iscritto all’anagrafe, in questo senso dunque non fa parte della popolazione giapponese ufficiale. Non può sposarsi senza l’approvazione del governo. Ha il compito di ratificare il governo, nominare i ministri, convocare le Camere, sciogliere la Camera bassa, ecc., ma senza alcuna possibilità di obiettare o di opporsi.


Anche se non è riconosciuto espressamente dalla nuova Costituzione l’Imperatore svolge in molte occasioni (cerimonie, eventi pubblici) la funzione di Capo di Stato, ovviamente non ha i poteri propri attribuiti ai Capi di Stato delle repubbliche e delle monarchie costituzionali, come ad esempio il diritto di veto. In sostanza è un puro esecutore di compiti statali, un

“timbratore

non è considerato come un vero e proprio soggetto pensante, che possa agire con la propria testa e il proprio corpo


Ma cosa assolutamente inaccettabile venne considerato unitamente alla sua famiglia, come un "extraterrestre" anche quando suo figlio Hirohito accettò alla sua morte di salire al trono  da "persona semplice" e non più da "Dio vivente"


Ma questa scelta non impedì di esserre obbligato a restare rinchiuso nella Casa Reale al centro di Tokio, dalla quale ogni componente della famiglia imperiale, ora come allora, non può uscire liberamente dal palazzo di residenza senza il consenso dei guardiani dell’Agenzia per la Famiglia Imperiale, essendo considerato, unitamente alla sua famiglia, come

< un prigioniero di stato >

La soluzione decisa dal governo giapponese, non per contestare la discendenza divina di questa famiglia, ma  per controllare l’eventuale ingerenza nella vita del Paese dell'imperatore fu appunto l’istituzione del Kunaichou (宮内庁), l’Agenzia per la Famiglia Imperiale, che, come tante soluzioni alla giapponese è estremamente radicale.

Al comando di questa Agenzia. che sovraintende ad ogni aspetto privato e pubblico di ogni membro della famiglia imperiale, c’è generalmente un ex militare o un ex poliziotto di altissimo rango che dopo la carriera nelle forze armate si dedica a questo ruolo. Lavorare nel Kunaichou è dal punto di vista sociale un grande privilegio: molti membri che detengono le cariche più alte all’interno dell’agenzia lavorano senza percepire alcun compenso.

In altre parole, sono “ostaggi” o meglio “prigionieri istituzionali" pubblicamente accettati.

L’effetto narcotizzante del loro status carismatico (seppure ormai sensibilmente ridotto) occulta indubbiamente tutto questo agli occhi della gente, ma si può capire perché l’Imperatrice Masako, consorte del nuovo Imperatore Naruhito, una ex diplomatica di carriera, sia caduta in depressione.  Non è difficile immaginare come una persona che entri adulta in quell’ambiente possa trovare insopportabile viverci.


La cosa ancora più assurda, però, è che da sempre e ancora oggi, quando la famiglia imperiale si presenta al pubblico, la folla esclami

“Viva l’Imperatore!”

senza che la sorda sofferenza di queste persone, prive di diritti e di dignità, passi mai per la mente di chi le osanna.

Da Esseri divini, o comunque come tali percepiti, i pronipoti di Amaterasu, la Dea del Sole, sono diventati, di fatto, degli apolidi, sia pure di lusso.

Attualmente la Famiglia Imperiale è composta da:

> l’ex - Imperatore Akihito e sua moglie Michiko

prima cittadina comune a divenire imperatrice

> il figlio primogenito Naruhito, attuale imperatore dal 1 maggio 2019
sua moglie l'imperatrice Masako e la loro figlia Aiko


>  il secondogenito, il principe Fumihito e la moglie, la principessa Kiko ed i loro figli: la principessa Mako, la principessa Kako e il principe Hisaito, futuro erede al trono.


L’Imperatore Akihito e l’Imperatrice Michiko hanno avuto anche una figlia, Sayako, che sposando un non nobile è dovuta uscire dalla famiglia imperiale, rinunciando a tutti i titoli, avendo sposato il 15 dicembre 2005 "Yoshiki Kuroda" un urban designer discendente di una importante famiglia giapponese.

Ora si chiama Sayako Kuroda,  prendendo il cognome del marito, il primo non nobile a sposare una principessa imperiale e uscendo dalla casa reale, dove sono trattenuti gli altri componenti della famiglia reale, a tutti gli effetti "prigionieri di stato".

La sig.ra Kuroda ha perso il titolo di "principessa reale", ma ha riconquistato il diritto di essere considerata a tutti gli effetti

"cittadina giapponese"


con pari diritti ed obblighi, compreso il diritto di voto attivo e passivo. Ha infatti un proprio stato di famiglia,  documenti personali, il passaporto e la facoltà di avere conti correnti intestati,  carte di credito ed anche la patente, che le permette di girare liberamente per Tokio senza vincoli o restrizioni.

Questo cambiamento di status si rendeva obbligatorio in forza di una legge del 1947 che impone alle donne della famiglia imperiale di rinunciare al loro rango in caso di matrimonio con un uomo non nobile. Kuroda ha poi lasciato il suo lavoro di ornitologa per dedicarsi alla vita familiare e alla potenziale maternità.

Diritti ed obblighi, di cui sono state illegittimamente private l’ex imperatrice Michiko e l’attuale imperatrice Masako, che un cognome ed i relativi documenti ce li avevano, ma soprattutto erano a tutti gli effetti legittime "cittadine giapponesi".

Hanno dovuto formalmente rinunciarvi, consegnando i propri documenti personali - ormai privi di alcuna efficacia legale - ai funzionari del Kunaicho, la potente “Agenzia Imperiale”, che che le considera e le tratta  come delle

"aliene"  - "apolidi"

"giuridicamente inesistenti"

da tenere in stretto controllo, essendo di fatto, come tutti i componenti della famiglia imperiale, agli

> arresti domiciliari <

Non hanno  un "cognome", non sono registrati in alcun Koseki (stato di famiglia). Non hanno un documento d’identità personale che ne attesti data di nascità sesso, domicilio, professione, né esiste alcun comune, municipio, tempio o parrocchia dove sia registrato il loro certificato di nascita.

Il loro "primo nome", spesso scelto ancor prima del concepimento e in genere non dai genitori, e la loro data di nascita, risultano solo dal kotofu, un antico registro di volta in volta aggiornato a mano, di cui esistono solo tre copie e al quale hanno accesso solo pochissime persone, tra le quali il Gran Ciambellano di turno e il Sommo Sacerdote della Jinja Honcho.

Non hanno neanche passaporto e quando viaggiano fuori del Giappone esibiscono ai controlli di frontiera una pergamena che ne accerta l’identità. Non hanno diritto di voto né attivo né passivo.

Ecco il motivo perché l’imperatore e i membri della famiglia imperiale, di cui solo uno destinato a succedergli,