You are here: Home

FRATE ELIA "IL MESSAGGIO SEGRETO DEL VITELLO D'ORO"

Correo electrónico Imprimir PDF

Oggi, privati delle conoscenze dell’Ars Regia, la Scienza dei Savi, del tutto incapaci di raggiungere il livello esoterico e mistico di Frate Elia, come del resto quello dei Templari o dei Maestri Sufi, incontrati da Elia e molto probabilmente dallo stesso Francesco alla Corte del Califfo di Bagdad, è pressoché impossibile decifrare tutto il loro profondo

<significato esoterico-escatologico>

e cogliere la portata storiografica del messaggio di Frate Elia, unico nel suo genere, intriso di

“metafore allegoriche”

incomprensibili ai non addetti ali lavori, che a milioni visitano annualmente la

"Basilica di Assisi"

semplicemente perché è stato scritto nella "lingua simbolica", creata dagli  adepti per esprimere certe "verità occulte" dello spirito umano.

La "testa di vitello" posta sotto il cornicione alla sinistra della facciata, in opposizione alla "testa di grifone" inserita sulla destra, celano un "messaggio criptato" seguendo gli schemi tipici della lingua dei costruttori di Cattedrali.

Capitolo 1

La Lingua degli Uccelli

Questa misteriosa "Lingua degli Uccelli" (la sapienza degli Alchimisti), quella in uso tra i costruttori delle  Cattedrali gotiche, talmente segreta e indecifrabile da risultare del tutto incomprensibile ai "non adepti", lingua che Frate Elia padroneggiava perfettamente.

Sin dai tempi più remoti era nota l'arte sacra degli Egiziani di guarire con le forze e le energie della natura.

Queste conoscenze, con il passare degli anni, vennero trasmesse agli arabi che la denominarono Alchimia, parola composta da Al, che significa Dio e Chimica, quindi Chimica di Dio.

La parola alchimia è coniata nel XIII secolo dall’arabo al kimiya, cioè ‘pietra filosofale, discendente da una voce copta chama, che vuol dire ‘nero’, o dal greco chyméia ‘mescolanza di liquidi’, ‘reagente universale’ e ‘arte per ottenerlo’.


L'Alchimia è quella scienza che insegna il misterioso dinamismo che presiede la "trasformazione" dell'energia.

L'Alchimista è un imitatore della natura; un filosofo, che, guidato dall'analogia, realizza in piccolo ciò che il Creatore fece in grande nell'Universo. Egli è colui che opera una

> Trasmutazione Divina <

L'obiettivo principale di tutta la filosofia alchemica, è basata infatti sullo scoprire "la prima materia", dalla quale tutto ha avuto inizio, "materia" che perfeziona gli esseri imperfetti, che rende puro tutto ciò che è impuro.

la ricerca della "prima materia", chiamata dai vari Alchimisti in mille modi, ha portato il Filosofo-Alchimista alla scoperta di medicamenti e di formule senza paragoni, che ha costretto lo studioso a parlare e scrivere in modo incomprensibile ai non "Iniziati all'Arte Reale", facendo uso di un modo di esprimersi talmente "ermetico" e "indecifrabile", che ha inevitabilmente limitato a pochi la possibilità di comprendere le loro scoperte, ed i "messaggi in codice" disseminatial'interno ed all'esterno di Luoghi consacrati, di cui  la Basilica di Assisi ne è un clasico esempio.


Nella complessa storia dell'alchimia europea e araba c'è una bizzarra, ma solida linea di pensiero che si richiama all'autorità di Mosè, sostenendo che Mosè sia stato il primo a praticarla.


“l'alchimia”

si riveste delle virtù del Patriarca: la nobiltà di spirito, i vigorosi valori etici, l'umiltà, l'eroismo che redime, e sopratutto l'ortodossia di un incrollabile monoteismo.

Il mitico Ermete Trismegisto è considerato dalla maggior parte degli alchimisti il ​​ padre di questa scienza.


Questa figura mitica fu concepita come risultato della fusione del dio egizio Thot, dio della saggezza

e del dio greco Herme - Mercurio il messaggero degli Dei dell'Olimpo


"Simbolo della trasformazione alchemica"

Divinità che ci conduce, attraverso zone di confine, in un viaggio di continua metamorfosi.



< Androgino adolescente >

in continuo movimento  tra

Cielo <> Terra

< Mondo Sotterraneo>




Fu Ermete Trismegisto a formulare i principi dell'alchimia: principi di genere, causa ed effetto, ritmo, polarità, corrispondenza, vibrazione e spiritualità.

Come Aristotele, Platone ed Empedocle, svilupparono il concetto che tutte le cose sono composte da quattro elementi: aria, acqua, fuoco e terra, e da tre principi elementari, sale, mercurio e zolfo.


Il postulato filosofico di Aristotele secondo cui tutti gli elementi e le cose tendono alla perfezione, è stato interpretato dagli alchimisti come il principio della proporzione perfetta di questi elementi, cioè quando gli elementi, mescolati nella proporzione perfetta, diventano "oro purissimo", a differenza degli altri metalli comuni, in cui il rapporto perfetto non è stato rispettato.

Molti personaggi famosi vengono ricordati cultori dell'alchimia come bu Musa al-Sufi, noto come Geber in Occidente , il più famoso alchimista del mondo arabo.

Geber

ll suo libro più importante è "La somma delle perfezioni della professione d'insegnante" perché grazie a lui è stato scoperto il "nitrato d'argento"

Altre opere eccezionali del filosofo sono I settanta libri, Il libro dell'equilibrio, Il mercurio orientale, Il libro della gloria, Il libro dell'incontro e Il libro puro.

Ar Razì


Un altro famoso alchimista arabo fu Ar Razì, che visse a Baghdad nei secoli IX e X. Razì classificò i materiali in corpi e spiriti. I corpi sono pietre, vetro, sali e altri. Gli spiriti sono mercurio, zolfo, ammoniaca, ecc. L'obiettivo della sua ricerca era di determinare la formula per la creazione di oro mediante reazioni catalitiche. Ar Razì ha scritto un libro sulle soluzioni saline. Si ritiene che questo sia correlato alla tendenza araba ad utilizzare i rimedi minerali, invece dei rimedi dalle piante come in altre parti dell'Asia.

Ko Hung

 


Nell'antica Cina l'alchimia fu anche sviluppata in parallelo. I ricercatori considerano il III secolo a.C. come l'inizio dello sviluppo dell'alchimia nell'Impero Celeste, tempo in cui visse il famoso alchimista Ko Hung.

Al-Biruni


Nell'antica India, secondo le memorie di un medico persiano dell'XI secolo Al-Biruni, gli indù praticavano una scienza simile all'alchimia, che veniva chiamata rasayana. Secoli dopo Marco Polo racconta le pratiche di una setta indù ascetica, che praticava l'ingestione di zolfo e mercurio. Nel Sarva-darsana-Samgraha, un trattato filosofico indù descrive la scienza del mercurio, come una delle pratiche attraverso le quali la liberazione può essere raggiunta.

Avicenna


Più famoso come medico, l'alchimista Abū Ali al-Husayn, conosciuto in Occidente come Avicenna, scrisse il famoso

"Libro dei rimedi"


Questo libro rappresenta uno studio di classificazione di minerali, rocce e metalli. Avicenna ha determinato che esistono quattro tipi: pietre, solfuri, sostanze fusibili e sali.

Arnau de Vilanova

Il noto medico Arnau de Vilanova trattò importanti personalità del clero e della monarchia del suo tempo, guadagnandosi la grazia di quest'ultimo. È l'autore delle opere Speculum introduttivo di Medicinalium, Regimen Sanitatis ad regum Aragonum e altri trattati. suo Trattato sui vini artificiali e farmaceutici, il suo uso di alcol in medicina e molte altre innovazioni sono considerate collegate ai suoi esperimenti alchemici. Tradusse i trattati di Avicenna.

Nicolás Flamel


Uno che raggiunse una conoscenza profonda di quest'Arte fu l'alchimista francese, anche scriba e copista, Nicolás Flamel possedesse la capacità di creare

la Pietra Filosofale


Secondo gli studiosi della sua vita, durante la Guerra dei Cent'anni, Flamel ottenne un vecchio manoscritto sull'alchimia e da allora dedicò la sua vita a studiarlo e decifrarne i misteri.

Il suo obiettivo lo portò a viaggiare in Spagna e ad incontrare i più importanti esperti dell'antica Grecia e della Kabbalah, che è una scuola di pensiero esoterica del giudaismo.

Il suo libro delle figure geroglifiche è considerato il più famoso testo occidentale sull'alchimia. In essa, Flamel parla dei suoi sforzi per ottenere la pietra filosofale e della creazione di omuncoli. Un omuncolo è un agente o una copia di un essere umano

Sant'Alberto Magno

Il filosofo, geografo e teologo sant'Alberto Magno si distinse per i suoi studi di alchimia. Nel 1250 scoprì l'arsenico, che è un metalloide tossico. Alberto Magno ha lavorato all'Università di Parigi, dove si è dedicato alla traduzione di testi antichi in latino.

Il suo lavoro era più enciclopedico, gli fu commissionato non solo di classificare e descrivere gli esperimenti di altri alchimisti e di aggiungere le proprie considerazioni su di essi. La sua opera pose le basi per il lavoro del suo discepolo

San Tommaso d'Aquino

San Tommaso d'Aquino era un filosofo e un teologo che eccelleva in vari settori della conoscenza.

Nel suo Trattato dell'Arte dell'Alchimia, che è diviso in otto capitoli, Aquino affronta questioni come la manipolazione della materia e il suo cambiamento di stato (da solido a liquido) e la composizione del mercurio e come prepararlo in laboratorio. Questo trattato è stato conservato fino ad oggi nella sua interezza.

Paracelso

Si credeva che l'astrologo, medico e alchimista svizzero Paracelso avesse realizzato la trasmutazione del piombo in oro. Il nome Paracelso fu adottato dal dottore in onore del medico romano Celso (I d.C.). Dopo aver conseguito il dottorato in medicina presso l'Università di Ferrara, Paracelso si dedicò allo studio dei minerali e il suo obiettivo era quello di trovare un modo per curare tutte le malattie umane.

Il suo libro principale era Il grande intervento chirurgico, in cui ha difeso l'importanza dell'alchimia per la medicina.

Grazie ai suoi studi, Paracelso identificò i sintomi di molte malattie e fu il primo a identificare la malattia a causa del troppo lavoro. Nell'epitaffio di Paracelso nella chiesa di San Sebastiano si afferma che ha curato tutti i tipi di malattie orrende.

Roger Bacon

Lo scienziato, teologo e alchimista Roger Bacon, meglio conosciuto come "Doctor Mirabilis", avrebbe scritto

"Alchimia Speculum Alchemiae"

Questo trattato è diviso in 7 capitoli, che spiegano dalla definizione di alchimia a come applicare la conoscenza alchemica in medicina.

È anche considerato l'autore di Manoscritto Voynich. Poiché il manoscritto è in una lingua sconosciuta, si presume solo il suo possibile contenuto in base alle immagini che contiene. Il suo lavoro più conosciuto è

Opus tertium <> Opus minum


John Dee


Astrologo, navigatore, matematico e consulente della regina Elisabetta I John Dee eccelleva anche nell'alchimia. Ha dedicato molti anni della sua vita a cercare di comunicare con gli angeli. Il suo obiettivo era comprendere il linguaggio della creazione e raggiungere l'unità pre-apocalittica della gente.


Nonostante abbia studiato diverse scienze e pratiche occulte, Dee ha considerato che tutte le sue azioni lo aiutano a scoprire e comprendere "le verità pure" della vita e dell'essere umano.


Durante la sua vita Dee accumulò la più grande biblioteca in Inghilterra e una delle più grandi in Europa ai suoi tempi. Dopo la sua morte è stato pubblicato un lavoro sui suoi contatti con gli angeli che è stato estremamente popolare in Inghilterra. Anche la sua amicizia con Edward Kelley, famoso medium del tempo, è oggetto di speculazioni.

Edward Kelley


L'alchimista e medium Edward Kelley, amico di John Dee, è una delle figure più importanti dell'alchimia.

Alcuni credono che grazie alla sua capacità di contattare gli spiriti e la sua collaborazione con John Dee, abbia scoperto i segreti della trasmutazione. Secondo testimoni oculari, Kelley è stata in grado di convertire i metalli in oro usando polveri e pozioni rosse.

L'alchimista francese Nicolás Barnaud scrisse che quando Kelley apparve davanti al re Rodolfo II di Praga, trasmutò mezzo chilo di mercurio in oro.

Capitolo 2

"MOSE"

"il primo alchimista"

Gli alchimisti hanno svolto un lavoro importante nello sviluppo delle conoscenze scientifiche, distinguendosi soprattutto nel campo della chimica, dove si sono rivelati fondamentali per raggiungere un'evoluzione moderna.

L'essere umano è sempre stato interessato all'occulto, all'origine e alla composizione delle cose. L'alchimia non è solo una pratica proto-scientifica, ma una disciplina filosofica che ha cercato di capire la composizione delle cose e quindi essere in grado di ricreare oggetti preziosi, come l'oro a base di piombo.

Gli alchimisti vennero emarginati, se non messi fuorilegge, nella Società medievale, considerati anortodossi nel Rinascimento e ridicolizzati dall'Illuminismo, età in cui l'alchimia finì per perdere fede in se stessa.


Non è quindi casuale che Frate Elia, esperto in scienze occulte ed esoterismo massonico, pone sulla facciata della Basilica di Assisi il simbolo del

“Vitello d’oro”

il cui racconto porta ad identificare MOSE' come il primo 

"ALCHIMISTA"


Nel libro dell'Esodo il gesto di Mosè viene così narrato:

"Mosè prese il vitello d'oro che essi avevano fatto, lo bruciò con il fuoco e lo stritolò fino a ridurlo in polvere, che sparse sulla superficie dell'acqua e la fece bere ai figli di Israele".


Gesto che nei secoli successivi è stato interpretato come una prova lampante delle tre ben note "operazioni alchemiche" legate alla fase di calcinazione:

Ø la riduzione di una sostanza a polvere secca mediante il calore
Ø la soluzione, cioè la commistione della polvere con un liquido
Ø la potabilità dell'oro, una volta che la sua natura ordinaria o vile sia stata trasformata in una natura sofisticata o sottile,nell'

"elisir o aqua permanens "

Il termine "Elisir" , dall’arabo al iksir, in origine “lo elisir"

"la materia che tigne ogni metallo"


"Vuoi sapere qual' è il Maestro perfetto?"

scrisse l'alchimista inglese Thomas Norton nel 1450

"È colui che comprende la regolazione del fuoco e i suoi gradi"

> Mosè conosceva il fuoco

> per mezzo del "fuoco" trasforma il vitello d'oro

> "una colonna di fuoco" lo guida attraverso le notti del    Deserto

> "un cespuglio ardente" gli parla si legge ancora nell'Esodo <

Il noto episodio del "vitello d’oro”, raccontato nella Bibbia in Esodo 32 e ricordato in Deuteronomio 9,7-21, nell’immaginario collettivo ha assunto il valore d’esempio per tratteggiare la tendenza all’idolatria ed alla superstizione sempre latente nell’uomo.

In Esodo 32,20 è detto, Poi afferrò il vitello che quelli avevano fatto, lo bruciò nel fuoco, lo frantumò fino a ridurlo in polvere, ne sparse la polvere nell'acqua e la fece trangugiare agli Israeliti”

e in Deuteronomio 9,21lo bruciai nel fuoco, lo feci a pezzi, frantumandolo finché fosse ridotto in polvere, e buttai quella polvere nel torrente che scende dal monte.”

Gli alchimisti da questi versetti hanno dedotto che Mosè fosse uno di loro, conoscitore delle operazioni alchemiche.

-

Il primo grande alchimista arabo, Jabir o Geber, parla, infatti, di Mosè come del fondatore dell'alchimia.


Successivamente sotto questa visuale della “magia” di Mosè in opposizione dei Maghi d’Egitto furono lette le piaghe inflitte agli Egiziani, come pure perfino la divisione del Mar Rosso, la capacità di far scaturire acqua dalla roccia e far piovere cibo dal cielo, il serpente di bronzo che guarisce.

Per l'alchimia, Al Kemiia, "l'arte della terra di Khem" cioè dell’Egitto dalla terra di colore nero per le esondazioni fertili del Nilo, da qui "arte nera", l’obbiettivo è la graduale trasformazione dell'uomo da "materia bruta" ad “essere totale" realizzando in sé "La Grande Opera", il passaggio che porta a superare i limiti della natura umana, diventando a tutti gli effetti un "Semidio" così da pervenire all’Elisir di lunga vita, cioè cambiare natura.

Capitolo 3

Le fasi del processo alchemico

In effetti l’opera alchemica ripete, nei suoi significati, il ciclo di Osiride, cioè delle stagioni: un ciclo di morte-rinascita, tipico dei culti agrari originatisi addirittura nel neolitico, presenti ovunque nel Mediterraneo e rimasti alla base dei culti misterici noti in epoca storica.Il senso originario dei cicli iniziatici consisteva nel

< superare il timore della morte >

attraverso la partecipazione alla

< ciclica rinascita della natura >

L’iniziato conseguiva così una superiore comprensione del reale. Al riguardo ricordiamo che importantissima rimase, per gli alchimisti, la “rugiada” (Iside era detta “la rugiadosa”) che genera il miracolo della virente natura.

Le fasi del processo alchemico sono diverse a seconda degli autori, anche se i significati restano gli stessi sotto l’infinita varietà dei nomi.

Il numero di queste fasi è legato ai significati magici dei numeri stessi; sono, a seconda degli autori, 4, 3, 7 o 12 (secondo Basilio Valentino, Steffan Michelspacher, George Ripley), fino a 14 (Samuel Norton).

Si può tuttavia dire che inizialmente le tappe del processo, a partire da Zosimo di Panopoli, fossero "quattro".

Quattro fasi che devono la loro origine all’importanza della tetrade in tutto il pensiero sapienziale greco — e antico in generale — e presero il nome dai colori fondamentali della pittura greca (nero, bianco, giallo, rosso).


Fu tracciato un parallelo tra esse e i quattro elementi, le quattro ore del giorno e le stagioni.

  • Melanosi, nigredo, “Opera al nero”: elemento terra, notte, inverno
  • Leucosi, albedo, “Opera al bianco”: elemento acqua, alba, primavera
  • Xantosi, citrinitas, “Opera al giallo”: elemento aria, giorno pieno, estate
  • Iosi, rubedo, “Opera al rosso”: elemento fuoco, tramonto, autunno

Di queste, la Xantosi scomparve con l’affermarsi delle esigenze trinitarie; le tre restanti corrispondono, con una suggestiva analogia agraria, alla semina (inverno), alla germinazione (primavera-estate) e alla raccolta (autunno).

Altre fasi e altri colori furono poi introdotti da alcuni autori nel

(i 7 colori dell’Iride, “cauda pavonis”; “viriditas”, e, infine, il blu).

Capitolo 4

Frate Elia

"L'opera alchemica"

Elia è una figura sicuramente tra le più controverse del primo francescanesimo, considerato - secondo la cronaca partigiana di Salimbene De Adam - dallo stesso san Francesco > un Traditore < che   lo avrebbe tacciato di

>bastardo dell’Ordine< novello > Giuda <

Solo gli studi più recenti lo hanno in gran parte riabilitato

Frate Elia, successore di San Francesco alla guida  dell’Ordine dei Frati Minori, architetto e fine conoscitore delle arti alchemiche, è una delle figure più eminenti di quel periodo storico, ma anche più controverse.

Nato a Bologna da una famiglia benestante ebbe modo di studiare e diventare dottore in legge.

Elia da Cortona, o Elia da Assisi, al secolo Elias Bonusbaro, nacque ad Assisi 1180 e morì a  Cortona 1253.

Tra i suoi scritti vi sono due lettere ritenute autentiche e una serie di opere alchemiche a lui attribuite dalla tradizione.

D’altra parte la notizia che Elia fosse dedito alla scienza che, secondo una diffusa concezione, desiderava trasmutare i metalli vili in oro, è confermata anche da fonti a lui non favorevoli.


Tra esse fra Salimbene de Adam, autore di una celebre e importante Cronaca, il quale inserisce come undicesimo capo d’accusa l’interesse di Elia per questa disciplina. Anzi, egli sostiene che cercasse di rintracciare all’interno dell’Ordine i confratelli che si occupavano di alchimia ed era sua intenzione trattenerli ad Assisi, presso di sé.


Pur utilizzando il beneficio d’inventario per le notizie che giungono dall’avversario Salimbene, va detto che il cronista riferisce anche il fatto che su Elia esercitasse un notevole ascendente frate Bartolomeo da Iseo, alchimista riconosciuto come tale e autore del

"Liber compostella multorum experimentorum"


A riprova, Angelo Clareno (un francescano che aderì alle idee di Gioacchino da Fiore e alla corrente spirituale dell’Ordine) nella sua Historia septem tribulationum parla di Elia alchimista, uomo continuamente alla ricerca di “cose curiose”, ma anche non particolarmente critico verso le credenze anomale.


Personaggio che sfugge alle catalogazioni, interessante come pochi altri, è argomento del saggio di un celebre e raro testo di Salvatore Attal, ormai diventato un classico,

"Frate Elia compagno di San Francesco"

appena riproposto dalle Edizioni Mediterranee nella «Biblioteca Ermetica»

Il libro contiene anche uno studio attuale di Anna Maria Partini, che tiene conto di quanto è stato pubblicato in materia, dedicato ai rapporti tra questo religioso e l’alchimia. È diviso in varie parti, tra le quali una riguardante

"i Sonetti alchemici attribuiti a Frate Elia"


un’altra riporta quelli pubblicati da Mario Mazzoni (nel 1955 da Atanor) e una terza raccoglie altri presenti in un codice napoletano del XVII secolo.

Estremamente utile è l’inventario che si trova alla fine del libro, che tratta

"I Testi alchemici attribuiti a Frate Elia nei manoscritti"


Tra essi, oltre quelli appartenenti alla Biblioteca Apostolica Vaticana o alla Nazionale di Firenze, vi sono i codici depositati alla British Library di Londra o il manoscritto Mellon 29 della Yale University, del quale l’amanuense ha ricopiato con fedeltà una nota del 1325.

In essa lo sconosciuto autore ammette di avere “sperimentato” quanto era asserito nel trattato Lumen Luminum del nostro autore.


Quest’opera sarebbe ispirata al Libro degli allumi e dei sali

e ai formulari del Corpus Hermeticum di Ermete Trismegisto.

Ma qui il discorso porta lontano. Conviene soltanto aggiungere che il testo in questione fu scritto dal religioso alla corte di Federico II e che in tale ambito non figurava come una stranezza.


Frate Elia, oltre ad essere l’architetto ideatore e costruttore della Basilica di San Francesco ad Assisi, ritenuto dal Santo "padre e madre di tutti i sui figli", nella sua epoca era considerato:

> Colui che Bernardo da Bessa chiamava "vir adeo in sapientia humana famosus, ut rares in ea pares in Italia putaretur habere"

> Colui che fece esclamare a Tommaso da Eccleston "Quis in universo Christianitatis orbe vel gratiosor vel famosior quam Elias?

Il nome di Elia compare nel “Liber de Alchimia,” presso la Biblioteca vaticana e nello “Speculum artis alchemiae“ nella Biblioteca Nazionale di Firenze, mentre nella Biblioteca dei Domenicani di Santa Maria Novella nel codice 187, compare il nome di Elia come “frate Alchemico” e “Libero Muratore

Capitolo 5

Frate Elia

Frate Alchemico” e “Libero Muratore

Il collegamento tra via mistica ed iniziatica, rappresentato da Elia come maestro costruttore di cattedrali, risulta anche da un'opera di Prospero Calzolari

"Massoneria Francescanesimo Alchimia"

fa giustamente notare che frate Elia se fosse stato un semplice fraticello non avrebbe svolto per conto di San Francesco incarichi così importanti e delicati da diventare il suo braccio destro. Né avrebbe, accettato una "missione impossibile", recandosi nel 1217, durante la V crociata, in Siria a Damasco alla corte del Sultano, Malik al-Kamil per cercare di mettere le basi per accordi di pace, ponendo fine a questa guerra infinita.

Per comprendere la vera grandezza dell’opera di Francesco e di Elia e dei motivi, che li hanno uniti indissolubilmente all'imperatore Federico II, sarebbe necessario ricostruire la loro storia ed il succedersi degli eventi distorti e nascosti dopo tanti secoli di oscurantismo e di voluto mimetismo storico.

La vita di San Francesco è stata raccontata sempre in modo agiografico e antistorico, mostrando soprattutto il lato

"più spirituale e mistico"

della Sua ricerca interiore, conclusasi a la Verna, con

> le stimmate <

primo  Santo nella storia  a vivere questa esperienza,

"stimmate"

ricevute, secondo la leggenda sulla roccia in cui fu tentato dal

"Diavolo"

La parentesi umana di Francesco è, in effetti, molto più articolata e complessa, ed è stata diversamente  proposta nelle varie fonti che si susseguirono dopo il 1228, anno di canonizzazione, appena due anni dopo la morte, da parte di Ugolino, Conte dei Segni, Gregorio IX, suo intimo amico e protettore.

Dopo il 1239 vennero fuori i primi scritti contro frate Elia ed in effetti è proprio dopo la caduta del Frate che vennero lanciate contro di lui le accuse più inverosimili.

Lo stesso "Speculum Vitae" raccoglie senza criterio e senza controllo le più assurde dicerie.

Esso pone, ad esempio, di fronte a frate Elia, in veste di violento accusatore, nel 1239, Sant'Antonio da Padova, morto nel 1231 e canonizzato da oltre sei anni.

Questo clamoroso anacronismo dà la misura del valore del resto.

Ma primo fra tutti, a dare inizio alla "congiura" fu addirittura frate Tommaso da Celano, primo biografo ufficiale di San Francesco.

Nella "Vita Seconda", n. 184, arriva addirittura a cambiare le carte in tavola. Vorrebbe far capire che il Ministro Generale non era frate Elia.

Infatti per la "Vita Seconda", trovandosi Francesco vicino a morire, un frate gli avrebbe chiesto di indicare chi poteva essere il Ministro Generale.

Alla domanda, il Celano, mette sulle labbra del Santo morente questa falsa risposta: "Non conosco alcuno capace di essere guida di un esercito così vario e pastore di un gregge tanto numeroso".

Al tempo stesso nega la scelta a Ministro Generale di frate Elia, definito invece tale in iscritto e benedetto da San Francesco.

Quello che desta soprattutto giusta indignazione è il sapere che il Celano stesso nella "Vita Prima", al n. 110, chiama frate Elia

> Ministro Generale <

Con la risposta che il Celano mette in bocca a Francesco morente, egli nega al Santo quello che invece gli attribuì nella "Vita Prima", ai nn. 48-49-50, cioè il celebrato carisma della profezia e di leggere i segreti dei cuori e delle coscienze.



La conferma di tali "doti" in Francesco difficilmente, in effetti, si sarebbe conciliata con la scelta, da parte del Santo di un "braccio destro" alchimista, ghibellino e scomunicato.

L’approfondito studio della Prof.ssa Anna Maria Partini su

"Frate Elia"

pubblicato nella recente ristampa del testo del 1936 di Salvatore Attal "Frate Elia compagno di San Francesco" (ed. Mediterranee, Roma 2016) porta una novità nel campo degli studi alchemici sulla figura di Frate Elia: un’ampia, anche se non completa, raccolta delle schede bibliografiche dei testi manoscritti in cui sono riportati i testi alchemici attribuiti ad Elia (pp. 223-236), il numero e la datazione dei codici.

Ciò che in primo luogo è emerso è il numero cospicuo di "codici alchemici" contenenti opere di Frate Elia: finora erano stati descritti dai ricercatori, se prendiamo in considerazione il periodo di 180 anni compreso tra il 1819 (data della Vita di Frate Elia del padre Affò) ed il 1999 (pubblicazione dell’articolo della Pereira Alchemy and the Use of Vernacular Languages), un totale di 29 codici, in parte analizzati a fondo e in parte solo citati, mentre ora possiamo elencarne un totale di 75 [1] contenenti 97 lavori di Frate Elia, intendendo con “lavori” sia trattati integrali che singoli sonetti, per un totale di almeno 15 opere diverse, più un gruppo di altri scritti per i quali non è riportato un titolo specifico ed infine alcune citazioni delle sue opere o di frasi estratte da esse.

Il sonetto alchemico Solvete i corpi in aqua (presente in 16 codici, sia in italiano che nella meno frequente versione in latino) e il Vademecum (presente in 13 codici) risultano tra le opere più diffuse.


Il periodo di stesura dei "codici" si estende dalla prima metà del XIV secolo al XVIII secolo [2], ma, essendo questi copie di manoscritti precedenti, ciò significa che in realtà non solo il numero di codici è molto maggiore di quello da noi riferito, ma soprattutto che si deve andare ancora più indietro nel tempo, come sembrerebbe dimostrare una nota all’inizio del ms Mellon 29 del 1525 (Yale University, New Haven), nel quale l’amanuense ha riportato una frase scritta dal precedente autore del codice all’inizio del Lumenluminum di Elia, che qui riportiamo secondo il testo originale:

Questo piccolo libro è experimentado nel 1315 A di 16 del mese de marco [Marzo]: et è preciosa sopra ogni sorte dele scientie del mondo et è thesoro detute le arte: et tuto el beneficio delarte è in due spetie [...] Et una serue al sole laltra ala Luna. Et de queste cosse ho nascoso el nome suo in due figure.

La conoscenza dell’opera alchemica di Elia era quindi più ampia di quanto sia stato finora supposto, visto che fino al pieno 1700 i lavori a lui attribuiti vengono ancora tramandati in forma manoscritta; inoltre i suoi lavori erano diffusi nell’ambiente degli studiosi di Alchimia non solo come testo di studio. ma anche come sperimentazione del lavoro alchemico ivi descritto.

Riportiamo un elenco dei titoli delle opere finora reperite con accanto il numero dei manoscritti in cui sono riportate:

1 – Opere e sonetti:

Sonetti: Solvete i corpi in aqua (16)

" Solvete e corpi in aqua, a tutti dicho, Voi che cercate fare sole et luna,
delle due aque poi pigl[i]ate l’una,
qual più vi piace e fate quel ch’io dico.
Datela a bere a quel vostro inimicho,
senza mangiare, dicho, cosa alcuna,
e morto il troverrete riverso in pruna
dentro dal corpo del lione anticho.
E llì li fate la sua sepoltura
sì et in tal modo, che tutto si disfaccia
la polpa e ll’ossa e tutta sua iuntura.
Dell’aqua fate terra pura e netta,
della terra aqua e ll’aqua terra farete;
la pietra avrete da multiplicare.
Chi bene intenderà questo sonetto,
sarà signore di quello a chi è sugetto.
Solvete i corpi in acqua, a tutti dico,
Voi che cercate fare sole e luna"

https://www.ereticamente.net/2018/09/frate-elia-solvete-i-corpi-in-acqua-paolo-galiano.html

Altri sonetti (30) Vademecum (De Elixir ad album et rubeum) (13) De Lapide Philosophorum (7) Speculum Alchimiae o Speculum verae et non sophisticae artis Alchimiae (5) Lumen luminum (4) De compositione Lapidis o De Lapide (3) Liber Saturni (2) Epistola Solem ad Lunam crescentem (2) Practica Fratris Heliae (3) Ars Occulta Detecta (2) De secretis naturae (1) De Quinta Essentia (1) Breviarium (1) Rosarium Philosophorum (1) L’Orto delle Ricchezze (1

2 - Opere senza titolo specifico:

Opus-Alchemicum(3)- Ad Congelandum Mercurium-Accipe Mercurium Capitula Fratris ElyaeLiber Alkymie 3 –

la diffusione a stampa delle opere di Elia fu relativamente precoce, visto che il Silber pubblicò nel 1486 il sonetto "Solvete" in due versioni lievemente diverse (una a firma di Elia e l’altra di Cecco d’Ascoli nella Summa perfectionis di Geber [12] :


L’area in cui era nota l’attività di Frate Elia come "alchimista" era quindi molto vasta e le sue opere erano conosciute anche fuori del territorio italiano, ma forse il rilievo di maggior interesse è che l’area in cui si trovano le città nominate risulta esattamente compresa nei limiti del Sacro Romano Impero al tempo di Federico II, per cui è lecito supporre un influsso della Corte federiciana se non dello stesso Imperatore nella diffusione dei lavori di Elia, che faceva parte della ristretta cerchia di "familiares", uniti in una

"Loggia Massonica Segreta"

operativa da anni alla Corte federiciana, a cui si aggiunsero gli spiriti più eletti dell'epoca. Se ne ha un'indiretta conferma da alcuni indizi non rivelabili ad "occhio profano" (vedi simboli inseriti in alcuni punti strategici della Basilica di Assisi dallo stesso progettata) e dai comportamenti assunti da Frate Elia dopo il IV Concilio Lateranenze, che fu convocato da Papa Innocenzo III il 19 aprile 1213 ed ebbe inizio con il discorso inaugurale del Papa l'11 novembre 1215 e si concluse con la terza sessione del 30 dello stesso mese.

Frate Elia entra nell’Ordine dei Frati Minori nel 1211, come laico, diventando amico e confidente di Francesco.

Nel 1217 Frate Elia organizzerà l’Ordine in Province, Custodie, Conventi e Romitori, grazie all'aiuto del Cardinale Ugo De Segni, Vescovo di Ostia e di Velletri, che aveva una profonda stima per il futuro Santo, di cui ne percepiva le elevate doti spirituali, riuscendo a sostenerlo nell'individuare eremitaggi in cui i fraticelli potessero sostare e vivere, aiutandolo inoltre ad avere da papa Onorio III l'approvazione della Regola per il nascente Ordine Francescano.

Uomo di grande sensibilità teologica, ebbe anche una significativa amicizia con Domenico di Guzmán, sostenendo parimenti l'Ordine Domenicano. Francesco e Domenico si incontrarono durante il IV Concilio Lateranense.

Nel 1219 divenne Decano del Sacro Collegio ed alla morte di Onorio III fu eletto Papa e durante il suo pontificato elevò Antonio da Padova, Domenico di Guzman e Francesco a Santi della Madre Chiesa.

In quello stesso anno Elia per l’Ordine fondò la Provincia di Terrasanta e di Siria.


La cosiddetta Provincia di Siria o di Terra Santa comprendeva all'incirca Costantinopoli e il suo impero, la Grecia e le sue isole, l'Asia Minore, Antiochia, la Siria, la Palestina, l'isola di Cipro, l'Egitto e tutto il resto del Levante.

Fin dall'inizio venne ritenuta la provincia più importante e, forse anche per questo, fu affidata alla competenza e alla capacità di governo di frate Elia, figura preminente della nascente fraternità.

Nel 1219 lo stesso san Francesco volle visitare la Provincia. Imbarcatosi il 24 giugno dal porto di Ancona insieme a Fra illuminato, giunse a Damietta in Egitto, dov'era in corso l'assedio da parte dei crociati e dove incontrò il Sultano d'Egitto, Melek Al-Kamil, nipote di Saladino il Grande.

per poi dirigersi in Siria accompagnato da "Hermann von Salsa" Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri teutonici

presente anch’egli a Damietta al comando dei suoi cavalieri teutonici, che aveva deciso di abbondonare  il campo crociato insieme ai cavalieri comandati da

Giovanni I di Brienne

Giovanni I di Brienne Re di Gerusalemme, irritato infatti dalla stupida e arrogante resistenza posta dal delegato papale, il vescovo Pelagio, abbandonò il comando dell’armata, tornando ad Acri insieme a Hermann von Salsa, ai cavalieri teutonici e con lo stesso Francesco e Fra Illuminato, che cosi poterono unirsi a Elia, Pietro Cattani, Gerardo da Spina, con i quali grazie al lasciapassare (il firmaro) ottenuto dal Califfo di Egitto poterono attraversare il confine e visitare i Luoghi Santi, entrando in contatto con "Confraternite Sufi" e molto probabilmente con

il Signore della Montagna

recandosi sul monte Alamut, in cima al quale era stata costruita la fortezza, praticamente inespugnabile, posta su una altura di oltre 2000 metri a sud- est del Mar Caspio a circa 100 km da Teheran (Iran), sopranominata

" il Nido dell’Aquila"

Quando nel 1118 Hugues de Payns, il fondatore dell’Ordine Templare, giunse a Gerusalemme, il Signore della Montagna era ormai saldamente attestato nella fortezza di Alamut, ma il suo atteggiamento non era affatto ostile ai Crociati, che considerava anzi dei possibili alleati nella sua lotta per il potere nel mondo islamico, e tale posizione fu conservata anche dai suoi successori. Particolarmente intensi furono i contatti fra i Cavalieri Templari e gli Assassini, e più volte i Cavalieri del Tempio furono ospiti al Nido dell’Aquila, tanto da far pensare ad un’alleanza segreta fra i due Ordini, sospetto che nel 1236 indusse Papa Gregorio IX a rimproverare i Cavalieri Templari.

Capitolo 6

"Il Vecchio della Montagna"

Con il titolo di "Vecchio della Montagna" i Crociati indicavano lo "Sheikh-el-Jebel", Gran Maestro e Capo Carismatico di una misteriosa setta ismaelita, i cui membri, i "Fidawi", erano noti col nome di "Assassini".

Il Vecchio, dotato di poteri paranormali quali la chiaroveggenza, la telepatia, la telecinesi e la capacità di prevedere il futuro era un leader i cui ordini erano assolutamente vincolanti ed eseguiti fanaticamente, nella maggior parte dei casi sino al martirio.

Gli Assassini tuttavia, non erano solo una setta dedita ad omicidi politici. Questa “ottica” viene dal passato e molti ricercatori moderni hanno gettato nuova luce su questa

"Setta iniziatica"

All’interno dei loro inafferrabili castelli si tramandava infatti  una conoscenza antica, segreta ed iniziatica, che veniva rivelata ai fida’i, solo dopo una serie di rituali”, che, di grado in grado, li portava ad entrare in contatto con gli aspetti più sottili dell’esistenza.

Gnosi, pitagorismo, platonismo, magia egizia ed antiche dottrine Mazdee e cabalistiche entravano a far parte dell’istruzione superiore che questi adepti ricevevano, ma non solo.

Molti di loro praticavano anche una forma di immaginazione attiva durante la quale, in fase di meditazione, erano in grado di comunicare col mondo spirituale.

Dunque non solo abilissimi e scaltri nel condurre politiche di potere nel Medio Oriente attraverso omicidi mirati, ma anche detentori di un "sapere esoterico" che affondava le sue radici nella notte dei tempi.

Livelli riconosciuti agli Hierofanti (da cui il termine, ieratico) che erano Sacerdoti ed Iniziati e non promuovevano alcun contatto con chi, amplificando le credenze popolari, diffondeva

< criteri religiosi exoterici >

Erano iniziati che non seguivano i culti esteriori, destinati al popolo, perché eredi di una spiritualità, che perseguiva

l'illuminazione interiore

che discendeva da un principio di divinità
che non concepiva

> l'adorazione di principi materiali <

(conoscenza esteriore, la divinità materiale)

Gli Hierophanti erano

iniziatori di canoni interiori,

perciò

invisibili e per questo creduti segreti


Costruttori di ponti ideali, con cui collegavano

< il proprio cielo interiore>

(il piano della coscienza divina)

alla

< materia mentale>

(il piano della coscienza fisica)

sino ad infuocarla producendo, di fatto,

"L'illuminazione"

Gli Iniziatori

infuocavano la coscienza fisica (la terra) e attraverso

i canoni di una

dottrina segreta

raggiungevano una elevatissima

< condizione rituale e teurgica >

che esprimeva quell'assonanza di gesti-suoni e parole, ch'era la prerogativa dei più alti gradi della

Gerarchia iniziatica


"Infuocare"

la "terra interiore" dell'iniziato

è il supremo

"atto rituale"

che conclude il più sacro degli atti

"la sacralizzazione della materia vivente"

Alti Sacerdoti e Guerrieri

che avevano risvegliato i due centri, la

"testa" e il "cuore"

così da farli divenire

la luce (Urim) e la perfezione (Tummim)

Livello raggiunto anche da alcuni esponenti di primo piano dei cavalieri templari e da Francesco e da Frate Elia suo mentore e maestro spirituale

Massoni ante litteram come Jaque De Moulin

La vicenda del Signore della Montagna appare estremamente interessante per alcuni suoi aspetti di carattere iniziatico e per i rapporti, per nulla ostili, che la Setta degli Assassini ebbe con l’Ordine dei Cavalieri Templari, praticanti entrambi riti di iniziazione di taglio massonico

La costituzione dei due Ordini era infatti identica ed i gradi coincidevano  esattamente.

> il rosso ed il bianco <> il bianco ed il nero <

I Cavalieri di San Giovanni erano rossi crociati di bianco.

Le prime crociate non furono infatti solo motivo di scontri, ma anche di incontri tra la cultura cristiana e quella mussulmana. Non è certo un caso che l'organizzazione dei Templari fosse identica a quella dell'Ordine ismaelita degli Assaci o Assassini (da assads, guardiano, custode, sott.: della Terra Santa e non già da hashishiyyen, mangiatore di  hashish).

Capitolo 7

Ordine ismaelita degli Assaci

L'Ordine ismaelita degli Assaci, meglio conosciuta in Occidente come la setta degli Assassini (dall’arabo Hashishiyya, cioè uomini dediti all’hashish), che sparse il terrore e la morte  in Persia nell’XI secolo e distrusse l’immenso Impero dei Selgiuchidi (la dinastia turkmena proveniente dall’Asia Centrale, che prese il nome dal capostipite Selgiuq).

Gli adepti erano fedeli al settimo imam, Ismail, che ritenevano non fosse mai morto, ma soltanto passato in occultamento, trasformandosi in un

"Aquila"

e da cui un giorno sarebbe emerso per far rinascere il celeste impero

Il fondatore della setta fu Hassan ben Sabbah, figlio di un mercante persiano e compagno di studi a Nishapur del famoso poeta

Omar Khayyam

Dopo essere stato coinvolto in diversi intrighi politici che lo costrinsero a fuggire precipitosamente, Hassan incontrò un vecchio ismaelita, che lo iniziò alla

"Dottrina della Retta Via"

introducendolo nella "Sebayah", la "Setta dei Sette"che riconosceva come settimo ed ultimo Iman, Ismael, figlio di Jafar as-Sadik, sesto Iman sciita

La Setta, che aveva un carattere iniziatico, era articolata in sette gradi, in cui veniva progressivamente rivelata una dottrina segreta, basata sulla conoscenza dei significati nascosti dei Testi sacri.

Al Cairo, Hassan fu iniziato al grado più alto, e sembra che qui venisse a conoscenza dei segreti  trasmessi al Suo successore dal profeta Maometto.

E lo stesso avvenne con Francesco, venuto appositamente in terra mussulmana per apprendere  i segreti più intimi dell'insegnamento di " Maometto", essendo a sua volta un "Sufi"

Francesco volle incontrare il Sultano del Cairo, il Califfo Al-Malik al-Kāmil, anch'esso maestro sufi

"Grande Iniziato ai Misteri"

come tutti i discendenti del Profeta, a sua volta "iniziato" da Ben Chasi, un vecchio eremita che tramandò queste conoscenze segrete, passandogli la  leggendaria

“Tavoletta di metallo”


Capitolo 8

SUFISMO
< rituali di iniziazione >

Una delle esperienze più importanti di questi due personaggi storici fu certamente quella vissuta a Gerusalemme a contatto diretto con Maestri Sufi, con i quali ebbero modo di vivere e sperimentare

< i rituali di iniziazione ai più antichi misteri >

all’interno della Moschea di Al- qsa a Gerusalemme, che come Castel del Monte e la Basilica di Collemaggio, sono state progettate per diventare centri di addestramento e di preparazione all'iniziazione, sollecitando le cellule atomiche del corpo a raggiungere potenziali sempre più elevati in modo da consentire all'individuo di sviluppare capacità sensoriali  più intense ed acquisire  maggiori poteri, come avveniva nelle Confraternite Sufi e nelle Logge di taglio massonico.

Crediamo infatti che "una lettura massonica" degli eventi a 360°, senza preconcetti  e prevenzioni di parte, possa forse far accettare, l'appartenenza di Francesco ed Elia ad "Obbedienze massoniche" e soprattutto "sufiche"(Tariqa).

Per comprendere l'enorme differenza tra "l'immagine agiografica" tramandataci dalla storia e quella "reale" vale riprendere le puntuali osservazioni di quest0 autore, considerato uno dei massimi esperti della tradizione e della cultura Sufi, sulla quale ha scritto numerosi saggi.

Mandel racconta che “nel 1216 Rûmî fu a Damietta, in visita dal sultano Malik âlKamil, ripartendo subito per la Turchia; e san Francesco fu a Damietta nel 1219. Nel 1216 Rûmî parlò a Damasco con il grande mistico e teologo musulmano Îbn âl`Arabî; e con Îbn âl`Arabî Francesco si intrattenne a Damietta nel 1219, quando si recò alla corte del sultano, ove incontrò vari sufi, conversando a lungo con loro e partecipando ai loro lavori rituali

I Sufi si dividono in Confraternite, a un dipresso, appunto, come le Confraternite dei frati e delle suore nel mondo cristiano, con la sola differenza che i Sufi e le Sufi si sposano e vivono nel mondo, o, come essi dicono:

« Nel mondo, ma non del mondo, nulla possedendo e da nulla essendo posseduti »

Gabriele Mandel nei suoi saggi ha chiarito quali fossero i rapporti tra l’Islam e l’Europa e, specificatamente, tra "sufismo" e "massoneria" (Salomone SugarCo pag.229-230). In modo più specifico Mandel scrive:

“È possibile ricollegare l’origine della Massoneria ai misteri e alle sette segrete delle Confraternite dei Sufi (i Mistici dell’Islam) e alle loro Corporazioni dei mestieri per la propagazione della Conoscenza

Il maestro Maaruf Karkhi fondò un "Ordine Sufi" cosiddetto «dei Muratori» (ciò che è appunto il significato di Massone, o Framassone, derivando il vocabolo dal francese franc maçon, libero muratore). Egli era allievo di Davide di Tai († 781), per cui era soprannominato «Salomone»

Ispiratisi all’ermetismo della scuola di Alessandria, gruppi di iniziati (Harufi, Bektashi, Ikhwanas-safaNusairiti) in margine all’Islam ufficiale svolsero le forme principali del concetto massonico della 

"Grande Opera"

I Sufi sono, nell'Islam, coloro che, vestiti di lana (Suf in arabo) per accentuare il loro distacco dal mondo, hanno intrapreso la via del misticismo per potersi unire con Dio.

Il loro nome evocava anche probabilmente la purezza (in arabo: Safa) e fors'anche la sapienza greca (Sofia).

Questo movimento (in arabo: Tasawwuf) era già nato nel primo secolo dell'ègira (settimo secolo) come reazione contro l'Islam ufficiale, quello degli Ommiadi, installati a Damasco e più preoccupati delle conquiste e dell'acquisizione dei beni materiali che della vita religiosa.


Il sufismo si è presentato come un ritorno alla purezza primitiva, alla vita interiore dei credenti e si fondava su un'interpretazione tutta spirituale ed esoterica del Corano. Infatti benché fossero fedeli alla Legge dell'Islam, rispettandone le prescrizioni, i Sufi consideravano secondarie le manifestazioni pubbliche del culto e davano una priorità assoluta all'esperienza personale della Presenza divina, di cui la creazione e lo stesso uomo non sono che delle emanazioni.

Era un'esperienza che diveniva concreta grazie alla meditazione, ridotta molto spesso alla ripetizione incessante del Nome di Dio, durante la quale l'anima "si ricorda" del suo Creatore e si unisce a Lui, ma soprattutto grazie ad un lavoro in gruppo.


Giovanni I di Brienne Re di Gerusalemme

Nei secoli XII e XIII, si costituirono le principali confraternite religiose sufite (Tariqa), nelle quali un Maestro, che derivava la sua autorità spirituale da una regolare successione di Maestri, guidava i progressi dei suoi discepoli lungo la "Via", grazie a metodi elaborati con cura, una ritualità molto simile a quella massonica.


E’  un lavoro che necessitava e necessita di provetti e validi  istruttori, eredi e continuatori, insieme ad altri Maestri, di questo insegnamento di natura personale e di gruppo, messo a punto in tempi remotissimi  dai Sumeri, dai Babilonesi e dagli Egiziani, insegnamento confluito nel Cristianesimo delle origini attraverso gli Esseni e fatto proprio dagli Ebrei con la cabala, dai Greci (Platone e Pitagora), dai Romani ed in tempi più recenti dall’Ordine monastico guerriero dei Templari.

voluto da

Bernardo da Chiaravalle

di cui crediamo vada ricordato il suo modo di onorare e rispettare la terra, vissuta come in essere vivo e palpitante come forse più di qualsiasi altro essere vivente:

"Troverete di più nelle foreste, che non nei libri. Gli alberi e le pietre vi insegneranno ciò che non sanno insegnare i vostri maestri.

• Pensate di non saper succhiare il miele dalle pietre e l’olio dalla roccia più dura?
• Le montagne non distillano forse la saggezza?
• Dalle colline non cadono forse il latte ed il miele?
• Le valli non sono piene di frumento?
“Ho tante cose da dirvi, ma mi trattengo a stento!”

( Epistola 106)

Sono "tecniche" molto antiche e volutamente tenute nascoste, al punto che quest’impostazione metodologica e pratica non è purtroppo più accettata, né tanto meno condivisa dalla maggioranza dei massoni operativi e quindi trasmessa ed insegnata a coloro che decidano di entrare a far parte di un "Gruppo", che si qualifica "esoterico", composto da

 

"Veri iniziati alla Maestria ed alla pratica dell'Arte reale"

Il Viaggio attraverso la Grande Opera /2.3
di Athos A. Altomonte

http://www.esonet.it/News-file-article-sid-1451.html
© copyright by Esonet.it

Linguaggio che, di volta in volta, è stato codificato e cifrato nelle varie Culture e Civiltà (geroglifici Egizi, lingua sanscrita, Cabala ebraica, esoterismo arabo, animismo, sciamanesimo, etc.) e in tutte le Religioni e Gruppi esoterici, come la Massoneria e la Chiesa Cattolica, che nei secoli hanno trasmesso e insegnato  questo

"alfabeto mistico-esoterico"

Le Logge massoniche, esattamente come quelle "Sufi", sono infatti  luoghi in cui, sotto la guida esperta di un Maestro, un Gruppo di iniziati all'Arte Reale viene sollecitato a sperimentare e sviluppare le capacità individuali e collettive, sollecitandolo a raggiungere livelli di coscienza di sempre maggiore intensità e qualità per poi  saperle esprimere e mettere in luce nella società, nel posto di lavoro e soprattutto in famiglia.

E' bene sottolineare che si tratta di una preparazione che va assolutamente dosata, perché deve influire sottilmente e in profondità. Se viene impiegata o indotta troppa energia si rischia di far fondere e bloccare l’energia del singolo e del gruppo, come si è potuto constatare in molti casi.

L’Occidente se non in rarissimmi casi, come alla Corte di Federico II, non giunse a tale sofisticata elaborazione dottrinale e pratica  di stampo egizio, il cui patrimonio ed insegnamento è purtroppo andato disperso.

Capitolo 9

Frate Elia <> Fra Francesco

" Fra Massoni"

< ambasciatori di pace >

Crediamo  quindi che sia lecito analizzare  in modo meno superficiale le scelte compiute da Elia, in quanto apparirebbero certamente più comprensibili i motivi che hanno indotto, durante la V Crociata, Elia ad accettare di recarsi in Siria ed a convincere Francesco a raggiungerlo proprio in un momento così critico, imperversando i combattimenti per la presa di Damietta.

Frate Elia era infatti in contatto da oltre un anno con il Sultano del Cairo Al-MaliK e con il fratello, il Principe di Damasco Malik al-Mu’azzam Musa e con il Califfo di Bagdad Dal-Nasir li-din Allah dai quali era stato ricevuto con tutti gi onori di un "pari grado iniziatico", accogliendo entrambi come "fratelli" nelle loro Regge.


nonostante perversassero violentissimi scontri tra  mussulmani e cristiani, su cui lo stesso Califfo di Bagdad aveva posto una taglia altissima per ogni testa mozzata di cristiano, che gli fosse stata portata come trofeo.


Furono certamente le insistenze di Elia, ma sopratutto l’interesse di Francesco a conoscere e sperimentare personalmente

> le conoscenze esoteriche <

raggiunte dall’amico fraterno nei due anni di permanenza in Palestina, cosa che gli aveva permesso di entrare direttamente in contatto con

"la massoneria orientale"

che mostrava di aver mantenuto e preservato le antiche e segrete

"conoscenze iniziatiche"

All’incontro tra Francesco e il Sultano fu presente anche il venerabile saggio novantenne Fakhr-al-Din Farisi, guida spirituale di Al -Kamil.


Grazie all’islamologo Luis Massignon sappiamo che l’epigrafe di un cippo funerario risalente al 1224 riporta come il defunto Fakhr al-Din Muhammad b. Ibraim al Farisi fosse presente al “celebre scambio di vedute”  avvenuto tra il sultano Malik Al Kamil e un rahib (monaco), identificato dallo studioso francese proprio con Francesco.

E fu durante questi dieci giorni che il Califfo insegnò a Francesco a leggere  i misteriosi e incomprensibili segni e simboli, che erano stati incisi sulla Tavoletta, che il profeta Ben Chasi, (un vecchio eremita senza età, venerato come un Santo, che viveva in una grotta non lontano dalla Mecca) consegnò al Profeta Maometto, allora trentenne, prima di morire.

Abou Bekr, primo Califfo, ereditò sia la tavoletta che la conoscenza, che, dopo la morte del Profeta, continuò a diffondersi in un gruppo sempre molto limitato.

Allo scopo di difendersi da ogni tipo di perdita di queste 29 formule, il Profeta le distribuì nel Corano secondo una chiave ben precisa.

Questa chiave è conosciuta e le formule sono contenute in 29 sûre, cosa che permette, in ogni momento, di ricostruire il metodo.

Le formule inserite nelle 29 sûre sono quattordici combinazioni della vocale “A” con una o più consonanti.

Ogni formula va "cantata"per un certo numero di giorni per un periodo di 25 mesi lunari, meno tre giorni, durante i quali, quelli che si consacrano agli esercizi, non si occupano di altro.

Conoscere la precisa localizzazione delle 29 sùre non consente in alcun modo di comprendere

< il segreto significato esoterico >

essendo indispensabile apprendere la giusta tonalità e il corretto timbro con cui vanno "cantate", apprendimento che solo i veri adepti (vedi i Califfi) sono in grado di trasmettere ed insegnare.

Si tratta di segretissine 29 formule trasmesse in un circolo composto dai suoi intimi e da questi ai successori del Profeta. Insegnamento segreto che si basava soprattutto sulla modulazione della voce, cosi da dare la giusta intonazione alle "29 sure", nascoste nei 99 versetti coranici, regalandogli un rosario di 29 grani

< 17 di legno di ebano nero e 12 di agata gialla >

http://www.soscollemaggio.com/it/codexfrateelia-/significato-simbolico-della-coroncina-con-29-grani.html

"rosario"

poi ritrovato nella tomba, una tunica bianca,un corno di avorio e due bacchette, strumenti tipici usati dai Muezzin per chiamare a raccolta i fedeli e che Francesco aveva l'abitudine di usare per invitare alla preghiera giornaliera i frati nell'eremo di La Verna, dove si era ritirato dopo il suo ritorno dal Medio Oriente.

“IL MISTERO DELLA TOMBA DI SAN FRANCISCO”

http://soscollemaggio.com/index.php/component/content/article/158.html?lang=it

"messaggi in codice"

lasciati da Frate Elia nella Tomba, ritrovata e aperta nel 1818, e al cui interno vennero ritrovati una serie di oggetti  tra i quali gli stessi 29 grani sparsi ai piedi dei resti di Francesco ritenuti privi di alcun significato simbolico, come invece abbiamo cercato di confutare nei capitoli dedicati al

> Codex Frate Elia <

A Damietta Francesco venne considerato all'altezza e in grado di conoscere gli stessi segreti, venendo  iniziato anche Lui al grado più alto, cosa che gli ha consentito, grazie anche al

<"permesso speciale" >

datogli dal Califfo Al-Malik di visitare il luoghi santi e di essere
accettato e accolto alla corte del fratello il Califfo di Damasco

Francesco, e Elia, grazie al lasciapassare (il firmaro) ottenuto dal Califfo di Egitto Al-MaliK poterono visitare i Luoghi Santi, entrando in contatto con le confraternite Sufi presenti

e molto probabilmente, anche Alamut, la sede della terribile

"Setta degli Assassini"

grazie agli stretti rapporti del Signore della Montagna con i cavalieri teutonici dopo un lungo viaggio in una delle tante carovane, raggiunsero Rudbar, fra le montagne a sud del Mar Caspio.


Riuscendo ad essere accolti

come amici fraterni,nel suo

"Castello fatato"


"Un viaggio iniziatico"

rappresentato da Elia dall'animale sacro per eccellenza

> l'Aquila <

"Animale Sacro agli Dei"
https://www.youtube.com/watch?v=xA5JwUCVdfw

“SAN FRANCESCO – la fiaba infinita di Frate Sole”

http://www.soscollemaggio.com/index.php/it/san-francesco-la-fiaba-infinita-di-frate-sole.html

"Racconto fiabesco"

nascosto tre le pieghe di un edificio sacro, del tutto invisibile e inaccessibile ad occhio profano.

Ed in questo suo peregrinare per i luoghi santi sembra che abbia aperto la strada agli altri confratelli  per fondare  i conventi e gli ospizi francescani sul Monte Sion, a Gerusalemme, a Betlemme, a Nazareth ed al Santo Sepolcro, la cui custodia è  fin da quel lontano 1220 affidata appunto ai francescani, come conferma del resto l'ambasciatore francese in Palestina, il famoso scrittore francese Chateubriand, che nelle sue "memorie d'oltretomba", racconta di aver trovato  dei documenti originali che confermerebbero  la fondazione del convento a quel periodo storico e la loro nomina a custodi.


Chateubriand a quanto riferisce John Tolan a pag. 296 del libro citato, riceve dai francescani, che lo ospitavano nel loro Convento

"un onore che non aveva né domandato, né meritato"

Nel suo libro "Memorie d'oltretomba" Chateubriand evoca spesso il nome di Francesco "mio > Patrono in Francia <  e mio >albergatore al Santo Sepolcro< che visitò" (ed, Longanesi, Milano vol.3, pag.483), ma riferisce di un'incredibile iniziazione ai "Cavalieri del Santo Sepolcro" (1122),  eseguita con

> la spada <

di "Goffredo di Buglione" dal > Custode francescano < dei Luoghi Santi

> l'unico <

a cui è riconosciuto "il diritto" ad introdurre "nuovi membri" nell'Ordine.


Secondo l'ambasciatore francese in Palestina gli venne data l'investitura a Cavaliere - guardiano del Luoghi Santi con> un rito < che può essere accostato secondo John Tolan a quello al quale aveva partecipato Nompar de Caumont nel 1419 e anche ad altri occidentali, come il console inglese nel 1856, a cui venivano mostrate anche gli speroni di Goffredo di Buglione,conservati ancora oggi nella Chiesa del S. Sepolcro a Gerusalemme.

L'Ordine dei Francescani ha quindi nel suo seno dei veri

> Cavalieri del Santo sepolcro <

fin dalla fondazione del Convento nel 1218 ad opera di Frate Elia, appositamente inviato in Palestina a tale scopo e che preparò la sua venuta  non certo per convertire, ma per ottenere il rispetto e la tutela dei Luoghi Santi, compito assolto per oltre 700 anni, cosa del resto confermata non solo da diversi autori francescani e non, che sostengono che il Sultano Malik al Kamil aveva dato la custodia dei Luoghi Santi in occasione della visita del Santo


Capitolo 10

"Stupor Mundi"

"Federico" <> "Malik al-Kamil"

Gli stessi legami di spirito iniziatico doveva averli certamente anche Federico II, che nel 1228-29 portò a temine la missione di pace di  frà Francesco e di frà Elia riuscendo a ottenere, senza spargimento di sangue, la cessione di Gerusalemme, Betlemme e Nazareth, grazie a un abile accordo politico e diplomatico con al-Kamil , che pure sollevò  in entrambi i fronti una tempesta d'indignazione nel mondo arabo, ma anche in quello crociato, tanto da  costringere Federico II a intervenire drasticamente con la forza delle armi, impiegate contro gli alleati e non contro gli acerrimi avversari di sempre, cosa che dovrebbe far riflettere.


Queste sono "le analisi al contrario", che non  si ritrovano certo nella storiografia ufficiale, perché gli avvenimenti,  appunto, vengono sempre letti e interpretati  "nel verso giusto", quello dei "vincitori", ma che, se ri-letti nel modo corretto, quasi sempre forniscono nuovi elementi decisamente discordanti dalla "verità" propugnataci dagli storici. Soprattutto forniscono indizi importanti sui "reali rapporti" instauratisi  tra Francesco, Elia e il Califfo d’Egitto, e poi con lo stesso Federico II.


Se infatti si esaminano da un’altra prospettiva i rapporti instaurati da  Francesco e da Elia con Federico II e con il sultano di Egitto Malik el-Kamil, si comprende che si trattò di un vincolo intimo e profondo, di un rapporto di amicizia e di fratellanza spirituale ed esoterica, che li teneva  profondamente ed indissolubilmente uniti tra di loro, come abbiamo cercato di mettere in evidenza negli altri capitoli dedicati a questo emblematico "rapporto diverso, troppo diverso", da quello "raccontatoci" dalla agiografica storiografia ufficiale.

Troppe sono, infatti, "le coincidenze" che stanno a indicare come Francesco non fosse solamente "il poverello" di Assisi, né Elia semplicemente uno "scomunicato" e Federico II "l’Anticristo dell’Apocalisse".

Il Calzolari, nel libro da tempo sparito ed introvabile, "Massoneria Francescanesimo Alchimia" fa giustamente notare che:

"il nodo occulto che lega queste tre figure è senz’altro lungi dall’essere sciolto in maniera definitiva", anche grazie a coloro - come è avvenuto del resto per Celestino V e  per la Basilica di Santa Maria di Collemaggio - che, con innegabile solerzia nel corso della storia, si dettero da fare affinché sparissero documenti e manoscritti, oltre ad oggetti consacrati e importanti e insostituibili reliquie."

Per comprendere la vera natura e qualità dei rapporti tra Francesco ed Elia e tra di loro con l’imperatore Federico II e con il Sultano di Egitto Malik el-Kamil, sarebbe indispensabile  ricostruire la loro storia e il succedersi degli eventi, distorti e nascosti dopo tanti secoli di oscurantismo e di voluto mimetismo storico (così afferma P. Dallari nella suo libro dedicato alla figura di Elia, non a caso intitolato Il dramma di Frate Elia) (Milano, 1974). Ma questo non è certo il nostro compito.

I rapporti tra Federico e Malik al-Kamil furono molto amichevoli, e durarono fino alla sua morte, con scambi di epistole e doni.

Malik al-Kamil era curioso di conoscere se tutte le mirabilia che si raccontavano su Federico corrispondessero a realtà, anche perché oltre alle dicerie che circolavano in Oriente, alle sue orecchie giungevano notizie dirette dai viaggiatori che tornavano dall’isola di Sicilia.


Conosciuta la realtà siciliana, e soprattutto la considerazione che l’Imperatore nutriva per i musulmani e la loro civiltà, fra i due nacque una vera amicizia e si scambiavano lettere sugli argomenti più disparati, discutendo di problemi scientifici e filosofici.


Vi furono contatti diretti e personali e con il centro di ricerca di Mosul (sulle rive dell'Eufrate), dove un inviato di Federico recapitò quesiti astrologici e scientifici e da dove giunsero alla curia federiciana lo scienziato Teodoro di Antiochia e il filosofo al-Urmawī (Hasse, 2000).


Furono tradotti in latino, dalle versioni arabe, vari autori greci, tra cui Aristotele, Platone e Tolomeo, ed un trattato sulla caccia (il trattato originale proveniva dalla Siria), che sarà poi alla base del magnifico lavoro di Federico II, "De arte venandi con avibus".


Al-Kamil, venuto a conoscenza degli interessi dell’Imperatore, gli inviò esotici animali tra cui orsi, dromedari, cammelli ed un elefante che Federico battezzò Malik!


Al-Kamil, come Federico II, amava disputare coi dotti di grammatica e di giurisprudenza, ed egli stesso era un poeta di cui ci sono stati tramandati alcuni versi.


Federico parlò con l’astronomo Alam ad-Din del sole e della luna, e gli propose molti ardui problemi sulla geometria, la teoria dei numeri e le matematiche; Malik al-Kamil gli fece pervenire le risposte per iscritto.

In definitiva, Malik al-Kamil potrebbe essere definito come "il Federico" dell’oriente.


L’amore per la cultura araba non venne mai meno nei successori di Federico, e molti scrittori arabi, come Abu I-Fidà, ne resero testimonianza con i loro scritti.


La fine del dominio svevo segnò l’inesorabile declino dell’influenza musulmana in Italia, soprattutto dopo la distruzione di Lucera da parte di Carlo D’Angiò.

Capitolo 11

La loggia massonica segreta

L'incontro con il giovane imperatore avvenne con molta probabilità durante il Concilio Lateranenze del 2015, in cui "all'antica maniera dei santi padri", Innocenzo III aveva invitato al concilio i vescovi dell'Oriente e dell'Occidente, gli abati, i priori e anche ‒ fatto che costituiva una novità ‒ i capitoli delle chiese, nonché dei grandi Ordini religiosi (Cistercensi, Premostratensi, Ospitalieri, Templari, Teutonici) e i sovrani di tutta Europa.


Tra i partecipanti c'era Francesco insieme ad Elia e ad altri componenti del gruppo, uniti tra di loro da un vincolo di Frattellanza Massonica, come attestano i numerosi

> messaggi simbolici <

lasciati volutamente sulle solide pietre della Basilica d’Assisi, da lui progettata, imperituro testamento di simboli scaturiti dalle abili mani delle Libere Muratorie medievali, quali il compasso, la squadra, un martello che colpisce la pietra grezza con lo scalpello.

e prove più concrete le abbiamo nel cortiletto d'ingresso del Sacro Convento

in cui,  incisi su pietre conce, possiamo ammirare la cazzuola, la mazzetta, la squadra e il compasso tipici della muratorìa medioevale.

Se ne ha un’indiretta conferma nell'antico cimitero della chiesa, dove  si trovano, alcune tombe, che,  secondo l'elenco compilato nel 1509 dal sacrestano Fra Galeotto, vengono classificate come "sepoltura di tutti li maestri lombardi (altro nome con il quale venivano designati i maestri comacini) della città di Assisi".

In una di queste è sepolto il Maestro Giovanni, figlio del Maestro Simone, morto il 7 luglio. Sulla lapide, su di un fondo di pietra rossa di Assisi, spiccano due grandi stelle a otto punte, con all'interno raffigurati due leoni rampanti con scudo crociato (il leone e la croce diverranno poi lo stemma della città di Assisi).

Un'altra di queste tombe, appartenente a Ciccolo di Becca, morto nel 1330, presenta un insieme sconcertante di simboli: la Rosa-Croce accanto a una squadra e un punteruolo e, di nuovo, una stella a otto punte.

> Messaggi <

che racchiudono un complesso sistema di idee ermetiche, diffuso da confraternite arcane, rimaste "velate", ma, per la fortuna dei posteri, non cancellate e che si ritrovano stranamente proprio nella

> sacca da viaggio <

La vestizione di San Francesco

"Frate Francesco iniziò così la sua Grande Opera in compagnia di Madonna Povertà, di Fra Silenzio e di Sorella Pace, con indosso un camice di tela grezza, che volle da solo confezionarsi ispirandosi alla forma della stessa croce, cinto ai fianchi da una bianca cordicella a tre nodi e calzando dei poveri sandali.
Come suo unico bagaglio, una sacca contenente gli strumenti del muratore: la squadra, il compasso, la cazzuola, il filo a piombo, il mazzuolo, la riga e lo scalpello, a simboleggiare rispettivamente la rettitudine del pensiero, l'amore fraterno che tutto cementa, la rettitudine di giudizio, il lavoro indefesso e la sottomissione delle proprie imperfezioni spirituali al lavorìo dello Spirito, che tutto trasformando, fa giungere alla perfezione".

"Simboli"

decisamente patrimonio della libera muratoria, come dell’odierna Massoneria, ma che vengono sdegnosamente

> respinti <

dalla Chiesa ufficiale e sottovalutati purtroppo dagli stessi Massoni, i quali non si sono resi affatto conto che tanto il

 

Patrono d’Italia

che frà Elia, suo mentore e maestro spirituale, fossero in realtà due

"Massoni ante Litteram"

Francesco era molto probamente entrato, dopo la Sua iniziazione a converso di un cavaliere templare, in un "gruppo massonico, come dimostra il racconto di come volle confezionarsi personalmente un "camice" di tela grezza, ispirandosi alla forma della stessa

< Croce -Tau >


Saio cinto ai fianchi da una bianca cordicella a tre nodi, che tradiscono pur sempre l'origine 'militare' del movimento francescano, corrispondendo, esattamente, ai 'tre voti' della 'regola templare', concepita, si dice, da San Bernardo nel nome stesso della povertà, umiltà e castità.

come era in uso a chi entrava a far parte di questo consesso di


"monaci-guerrieri"

Ma ci sono altri elementi decisivi, che confermano l’appartenenza di Francesco, almeno all’inizio della Sua esperienza mistica, ad un


"gruppo esoterico di taglio massonico"

Uno è senz’altro il racconto sopra richiamato del bagaglio con cui Francesco decise di intraprendere il cammino alla ricerca del


< Graal >


Francesco, all'inizio della sua esperienza terrena si mosse infatti per diventare

"un cavaliere templare"


difensore dei deboli contro i prepotenti per poi trasformarsi in

"Re Artù"


attorniato da "dodici invincibili e incorruttibili cavalieri", come nella

"Tavola rotonda"

dei romanzi trobadorici, che tanto amava.

> Dodici come i primi fraticelli di Francesco <

"DODICI"

furono infatti i frati, tra i quali frate Elia, che Francesco volle

intorno a Sé,

come ci tramandano "i Fioretti", che amava chiamarli

"i miei cavalieri della tavola rotonda"

( Speculum Perfectionis,IV, 72).

"DODICI"

come i "Dodici apostoli", le "12 colonne della chiesa" che, in epoca cristiana,

erano correlate alle "12 luci" del cielo, ai

"Dodici Segni zodiacali "

alle "Dodici Porte di Gerusalemme"

"Gruppo"

spiritualmente omogeneo, in funzione di quella comunione di intenti spirituali

che proviene dal sentirsi tutti

fratres in unum


Le prime esperienze "conventuali" con i compagni San Francesco li ebbe prima alla Porziuncola e poi nel Tugurio di Rivotorto, da dove, nell'estate del 1210, partì, con tutta la Sua allegra brigata di novelli “monaci guerrieri della pace e non della guerra, alla volta di Roma per ottenere l’approvazione papale della Sua 1°Regola e il riconoscimento di questo nuovo Ordine, composto al momento di soli dodici discepoli o,come usava definirli, di

dodici cavalieri"

l’identico > numero simbolico e rituale < di quelli della

"tavola rotonda"

"gruppo esoterico di taglio massonico"

> un vero gruppo esoterico <

con una propria Eggregore, una > Loggia massonica < a tutti gli effetti, dove Lui aveva assunto il tipico ruolo  di Re Artù , di

Capo spirituale e terreno

IL VOLTO SEGRETO DI SAN FRANCESCO

come sembra indicare la testa di grifone (metà aquila e metà leone) posta alla destra della facciata, sotto lAquila imperiale di Federico II, a conferma che Francesco fu Re della terra (Leone) e Regina del cielo (l’aquila), arrivando per via diverse alla più alte vette dello spirito.

> Il messaggio criptato <

è complesso, ma, ad occhio attento, può essere facilmente  individuato.

Elia ha utilizzato infatti

"la lingua degli uccelli"

quella in uso tra i costruttori di cattedrali gotiche, altrettanto segreta e indecifrabile. servendosi dell'immagine simbolica di  "un aquila" che si trasforma in  un

> Grifone <

che si scontra e combatte contro

> Draghi <> Basilischi <> Leviatani <



"
mostri"

alcuni dal > volto umano < posti sotto il cornicione della facciata



o alla base dell'altare papale al centro della navata


L'esistenza di questa Loggia iniziatica non ha alcuna conferma da parte degli storici e dei cultori dei misteri esoterici come del resto del

< Gruppo esoterico >

formatosi attorno alla figura carismatica di Francesco, ma da diversi elementi se ne può trarre il convincimento che questa leggenda ha un qualche fondamento proprio tenendo conto del "linguaggio degli uccelli"usato da Elia e da Francesco.

“SAN FRANCESCO – la fiaba infinita di Frate Sole”

http://www.soscollemaggio.com/index.php/it/san-francesco-la-fiaba-infinita-di-frate-sole.html

Non è quindi casuale che Francesco abbia adottato la mistica Tau, croce arcana, simbolo esoterico e magico del popolo degli spirituali e degli spiriti liberi...

< Antigua Tau >

un simbolo che riassumeva in sé (essendo presente in tutti gli alfabeti sacri ed in tutte le dottrine mistiche segrete)  la Trinità delle Tre religioni del Popolo del Libro, (la Bibbia ) - giudaica, cristiana e musulmana – sintesi della comune

< tradizione esoterica sotterranea >

(“T” è anche la lettera simbolo della Torah - o Pentateuco - i cinque primi e più antichi libri della Bibbia).

http://www.angolohermes.com/Simboli/Tau/Tau.html

Fin dagli albori della civiltà, si sono costituiti liberi movimenti e confraternite segrete per custodire e, quando e dove possibile, diffondere la

>verità<

e l’antica conoscenza spirituale tramandata dai Padri e dai Maestri dell’umanità.

Secondo la sua leggenda, l’Antigua Tau, era uno di questi arcaici movimenti spirituali, che nel medioevo divenne una

"confraternita segreta"

della quale è possibile, in parte, seguire   le tracce nel passato, ma mai nel presente, dove si dice, che serpeggi soggiacente alle società ed alle culture moderne come il

.... fiume sotterraneo carsico ....

che resta nascosto per secoli  per poi improvvisamente ricomparire

riteniamo su precise indicazioni di un < gruppo iniziatico >

che da secoli opera in gran segreto all'interno dell'

"Ordine Francescano"

utilizzando un inequivocabile "codice ermetico"

Il Codice Mitraico di Padre Penev e di Frate Elia

< velato>< ri-velato>

http://soscollemaggio.com/it/il-qcodice-mitraicoq-di-padre-penev-e-frate-elia-velatori-velato.html

che sembra servirsi in chiave moderna dello stesso

“codice simbolico”

lasciato da Frate Elia sulla Basilica di San Francesco ad Assisi e all'interno della sua tomba, con il quale ha cercato di far conoscere ai posteri la vera natura di Francesco, questo grande, immenso

"Maestro Sufi"

inserendo un preciso ed inequivocabile "messaggio criptato" attraverso una serie di simboli posti sopra e intorno al corpo di questo "iniziato" agli antichi misteri.

I suoi "simboli" coincidono spesso in maniera impressionante con quanto possiamo leggere nei trattati alchemici eurasiatici e arabi "Arti" o “Scienze” in senso lato, che concorrono a formare quelle che vengono chiamate

"Scienze Occulte"

Dal ché

> “occultare” <> “ nascondere” <

L’occultismo è un qualcosa noto a pochi, trattato con linguaggio da iniziato e che usa simboli, allegorie, analogie, rituali, noti solo a coloro che sono instradati nell’arte propriamente detta

"Arte Regia"

Un alfabeto alchemico tramandato sin dai tempi di Ermete Trismegisto e che anche oggi trova un suo proseguimento simbolico al punto che, secondo quanto racconta il defunto Pier Carpi - scrittore e giornalista, direttore responsabile della Rivista "l'Occulto" e autore di alcuni libri esoterici tra i quali spicca


http://forum.tntvillage.scambioetico.org/index.php?showtopic=396425

Il libro raccoglie le profezie enunciate nel 1935 da Angelo Roncalli, allora delegato apostolico in Turchia, che sarebbe poi divenuto Papa con il nome di Giovanni XXIII. Introdotto, dopo una serie di esperienze supernormali, in una società segreta iniziatica, Angelo Roncalli dettò le sue profezie, che vennero scritte dal gran Cancelliere e sarebbero dovute rimanere segrete, ma ricevute da Pier Carpi, sono state parzialmente rese pubbliche. Ebbene secondo questo acuto ed esoterico giornalista, passato all'Oriente eterno nel 2000, vi sarebbero tutt'oggi dei

< discepoli segreti >

di San Francesco , iniziati come Lui all'Arte Reale

Discepoli, che non sembra abbiano esaurito il compito loro  affidato da questo

"Maestro spirituale"

creando appunto  un primo gruppo esoterico, formato da

"12 fraticelli"

< 12 cavalieri della tavola rotonda >


vissute insieme a frà Elia in Egitto e in Terra Santa e del loro incontro con le Fratellanze musulmane e soprattutto con

"Gruppi esoterici sufici"

da cui appresero le antiche tecniche per favorire

"l'avvicinamento a Dio"

Tornato dalla Palestina preferì infatti trasferirsi con pochi fratelli sulla cima del

Monte Averna


per poi staccarsi per assumere le vesti di

"Mago Merlino"


chiuso non nella classica "torre di avorio" ma in cima al colle di

"La Verna"

dove amava recarsi solitario a meditare

ed entrare in contatto con

> gli Angeli e gli Spiriti Divini <

ricevendo dall'Arcangelo MICHELE
"le stigmate"


il Monte Penna, a volte detto Monte Penna de La Verna

Un monte di forma trapezoidale dell'Appennino toscano

Su cui sorge l’eremo de La Verna, che San Francesco ricevette in dono dal conte Cattani nel 1213, in cui Francesco si ritirò, insieme a pochi confratelli nell’ultimo periodo del suo passaggio terreno.

Sul portone d'ingresso all'Eremo sono scritte le parole:  

"Non est in toto sanctior orbe mons"

(non vi è al mondo monte più sacro)

Nel suo ultimo viaggio di ritorno ad Assisi, sollevando lo sguardo salutò La Verna pronunciando le parole:

"Addio Monte di Dio. Addio Monte Alvernia"

Monte Alvernia rimasto per fortuna immacolato, perché non invaso da milioni di turisti, carichi di energia positiva, ma anche di molta energia negativa.

Francesco in quel luogo consacrato ha innalzato preghiere ed inni al Divino per giornate e notti intere a conferma di essere nel corpo e nello spirito "un figlio di Dio" che - novello Galaad - aveva trovato e bevuto nella sacra

"Coppa del Graal"

Capitolo 12

Loggia Misterica Sufi

Frate Elia, uomo molto colto, filosofo e alchimista, amico intimo di di Francesco, con il quale ha vissuto le più importanti esperienze, condividendone i principi e gli ideali, in realtà era indissolubilmente legato, con gli stessi vincoli spirituali, all'imperatore svevo e al circolo esoterico formatisi durante quel concilio, tra i quali spiccava "Hermann von Salsa" Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri teutonici.

A cui si aggiunsero negli anni successivi personalità come Michele Scoto (astrologo e filosofo), Maestro Teodoro (astrologo, medico, traduttore dall’arabo, filosofo e diplomatico), il matematico Giovanni da Palermo (probabilmente di origine musulmana), il medico e scienziato Pietro Ispanico, il matematico Maestro Domenico, il logico e filosofo Ibn-el-Giuzi, il dotto ebreo provenzale Giacomo Anatoli, traduttore dall’arabo all’ebraico dei commentari di Averroè ad Aristotele e dell’Isagoge di Porfirio, Jacopo Lentini ed Odo delle Colonne, appartenenti alla scuola poetica siciliana, come Pier delle Vigne (poeta, diplomatico, ministro di Corte) utilizzato nelle missioni diplomatiche più delicate, che raggiunse la carica di Logoteta del Regno di Sicilia, in pratica un sorta di Viceré durante le ripetute assenze di Federico. Molto apprezzato anche da Frate Elia, che secondo alcuni storici, fece inserire la sua "immagine" accanto a quella di Federico a i lati della "bifora" sul Transetto a Sud della Basilica di Assisi.





https://www.italyguides.it/it/umbria/assisi/basilica-di-san-francesco/basilica-di-san-francesco-interno-assisi