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IL MISTERO DELLA TOMBA DI SAN FRANCESCO - b

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Il mistero della tomba di San Francesco

>Tomba o Sarcofago? <

> Perchè Frate Elia ha voluto tumulare il corpo di Francesco senza testimoni e l'ha nascosto cosi bene che ci sono voluti 600 anni per scoprirlo?

> Qual'è il messaggio criptato degli oggetti posti di proposito da Frate Elia intorno alle  spoglie mortali del Beato?

> Perché nessuno ha mai cercato di decifrarlo?

> Perché l'anello e i 29 grani della coroncina, (17 d'ebano e 12 di ambra) posti tra i piedi del  Santo di Assisi,  sono stati fatti sparire o dispersi,  come tutti i documenti e l'archivio segreto di Frate Elia?

Dove è finita la 12° moneta d'argento?

> Dove sono stati riposti il frammento di ferroil gambo di una spiga di grano posti ai piedi del corpo, accanto all'anello con corniola con l'effige di Minerva Nicefora '?

> Sono andati tutti perduti o volutamente dispersi o nascosti ad occhi profani?

> San Francesco era un  Cavaliere Templare, iniziato dal Conte Gentile delle Fonti ?

> Durante il soggiorno in Egitto è stato iniziato - come Renè de Chateaubriand, ambasciatore francese- ai Cavalieri del Santo Sepolcro con la spada di Goffredo da Buglione, custodita nella Sacrestia del Convento dei Frati Minori a Gerusalemme?

> San Francesco era stato riconosciuto ed accettato come un  Maestro SUFI, come confermerebbero i tre oggetti usati dai Muezzin durante la preghiera giornaliera

< il Saio Bianco>< il corno> >< le bacchette d'avorio>

donatigli  dal Sultano d'Egitto MaliK -al  Kamil ed ora esposti Cappella delle Reliquie vicina alla tomba?

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Nei capitoli precedenti abbiamo concentrato la nostra attenzione sulla Basilica di Collemaggio e sul  Segreto delle Tre ottave, mirante a trasformare

"il quadrato della materia nel cerchio dello Spirito"

segreto rimasto purtroppo volutamente nascosto e dimenticato nella pietra come le reliquie eccezionali, offerte dai Templari a Celestino e scomparse nel nulla, ma che fino a qualche secolo fa venivano mostrate ai pellegrini durante la Perdonanza celestiniana, come la spina della corona poggiata sul capo di Gesù, o l’indice della mano destra di San Giovanni, che Baldovino, Re di Gerusalemme, aveva consegnato all’Ordine.


Non solo le reliquie sono scomparse e dimenticate dal tempo, ma anche una delle figure più eminenti di quel periodo storico, frate Elia, successore di San Francesco alla guida  dell’Ordine dei Frati Minori, architetto e fine conoscitore delle arti alchemiche,

amico intimo e consulente del beato Francesco e dello stesso imperatore Federico II, che consigliava nella costruzione di castelli e di chiese, indicandogli i luoghi più adatti, spesso sopra antiche vestigia classiche, come  Castel del Monte in Puglia, ristrutturato nell’attuale forma ottagonale su un antico castro romano  progettato dal Vitruvio, o la Basilica di Assisi, eretta, sotto la sua abile guida, dalle libere muratorie dell’epoca.

Nella Biblioteca Nazionale di Firenze vi è infatti un manoscritto dal titolo già di per sé eloquente: "Speculum artis Alkimie Fratris Helyae O. Min. S. Francisci, qui ex dicta arte componi fecit seu fabricare Ecclesiam S. Francisci in Assisio", esplicita conferma del "metodo" usato da Elia per l'erezione della basilica assisiate.


Coloro,  come Frate Elia, cui era affidato il compito di costruire un

> Tempio <

dedicato alla preghiera o a particolari riti, approfondivano

"i valori armonici essenziali "

cosi da creare quel particolare stato d'animo, adatto a potenziare lo spirito, preparandoli a sostenere l'impatto con le potenti energie, che venivano risvegliate durante le celebrazioni rituali, indicando

> il percorso spirituale <

tramite simboli posti sul pavimento e sulle pareti delle chiese, costruite con tali intenti.

Se ne ha un’indiretta conferma nell'antico cimitero della chiesa, dove  si trovano, alcune tombe, che,  secondo l'elenco compilato nel 1509 dal sacrestano Fra Galeotto, vengono classificate come "sepoltura di tutti li maestri lombardi (altro nome con il quale venivano designati i maestri comacini) della città di Assisi".
In una di queste è sepolto il Maestro Giovanni, figlio del Maestro Simone, morto il 7 luglio. Sulla lapide, su di un fondo di pietra rossa di Assisi, spiccano due grandi stelle a otto punte, con all'interno raffigurati due leoni rampanti con scudo crociato (il leone e la croce diverranno poi lo stemma della città di Assisi).

Un'altra di queste tombe, appartenente a Ciccolo di Becca, morto nel 1330, presenta un insieme sconcertante di simboli: la Rosa-Croce accanto a una squadra e un punteruolo e, di nuovo, una stella a otto punte.




Elia
, Vicario generale dell'Ordine, coadiuvato dai più esperti "maestri comacini" dell’epoca, riuscì a trovare le risorse per costruire "il Santuario" e  "il Convento" nel 1228, per poter conservare il corpo di San Francesco, nato nel 1182 e morto il 3 ottobre 1226.

La prima pietra per la Chiesa Inferiore la posò Papa Gregorio IX il giorno successivo alla canonizzazione del santo in data 17 luglio 1228

I lavori di costruzione ebbero inizio a due anni dalla morte del Santo. 

I lavori per il primo completamento furono portati a termine in circa due anni, onde consentire la traslazione della salma di San Francesco, provvisoriamente sepolta nella Chiesa di S. Giorgio (la futura chiesa di S. Chiara).

Il terreno roccioso su cui sorge fu donato ai Frati Minori dai ricchi possidenti di Assisi, ma ufficialmente la donazione fu effettuata a beneficio del Pontefice Gregorio IX, in virtù della regola francescana della povertà assoluta.
La Chiesa ed il Convento sono ancora proprietà del Vaticano.

Il colle, prima conosciuto come "colle dell’Inferno" in quanto luogo in cui venivano eseguite le sentenze capitali, fu chiamato "colle del Paradiso", proprio perché destinato ad ospitare le spoglie del Santo.
L‘inizio dei lavori per la Chiesa Superiore non è tramandato, però dovrebbe essere successivo all‘abdicazione da Generale dell‘Ordine di fra Elia nel 1239, che fino ad allora aveva diretto i lavori della Chiesa inferiore romanica.



Le due chiese
furono comunque consacrate da Papa Innocenzo IV nel 1253, anno in cui non erano ancora iniziate le decorazioni ad affresco successive.

Le vele della volta (1315-20) raffigurano l’Apoteosi di S. Francesco e Allegorie dell‘obbedienza, della povertà, e della castità ad opera del cosiddetto Maestro delle Vele.


Sulle pareti della navata, dopo un restauro, sono riapparsi i primi affreschi della Basilica, ancora di dubbia attribuzione, forse opera di Giunta Pisano o di un suo allievo. Il ciclo di affreschi, raffigurante alcune vicende della vita di San Francesco, fu mutilato per l’apertura di archi di accesso alle cappelle laterali.
Inizialmente la Basilica  di Assisi fu progettata come edificio a due piani, di cui quello inferiore rappresenta il Santuario vero e proprio.
La navata centrale è in stile romanico ed è immersa in una sottile penombra, dato che, nella concezione di frate Elia, la Chiesa inferiore doveva servire come "cripta".

Il pavimento della Chiesa è stato realizzato con marmi  di colore bianco-rosato del Subasio, che creano un suggestivo effetto cromatico, richiamando

"simboli templari"


Alla Chiesa Inferiore si accede attraverso un portale in stile gotico, sormontato da un rosone finemente cesellato, opera di Francesco di Pietrasanta della fine del XV secolo.



A sinistra dell’entrata sono esposte, in una cappella, alcune reliquie del Santo, tra le quali "una misera tonaca da frate", che non è quella originale indossata dal beato pochi attimi prima di morire, offertagli da frate Elia,



che ora si trova esposta nella Basilica di Cortona, con due altre reliquie, il "cuscino", dove  Francesco aveva posato il  capo negli ultimi istanti della sua vita e "l'evangelario", che portava sempre con sé.

L’altare maggiore risale al 1230, il baldacchino invece al XIV secolo. Originariamente era contornato da "12 colonne", in evidente analogia con il Sacro Sepolcro di Gerusalemme, ma fu deciso di eliminarle nel 1870 da sprovveduti ed incompetenti, come è successo tante volte.

Ancora più eclatante fu la decisone di un Vescovo di Chartres, che fece sostituire le alchemiche vetrate dietro l’altare perché, a suo parere, non davano troppa luce.

A metà navata troviamo due scalette che conducono alla cripta, che custodisce le spoglie mortali del Santo, aperture che al momento della traslazione non erano state ancora realizzate. 

Al centro della cripta in un blocco unico di pietra marmoria, dove per secoli era stata chiusa la salma, è stato creato un altare, dietro il quale si trova l'urna che conserva i resti del Santo.  Nelle pareti del piccolo vano, protette da grate, si trovano le sepolture di quattro seguaci di Francesco, i beati Rufino, Leone, Masseo e Angelo Tancredi. Sulla scelta dei quattro non c’è un versione sicura. Sicuramente si tratta di coloro che erano stati più vicini al Beato Francesco. Ma ci potrebbero essere anche ragioni legate alla  vita del Santo e ai primi 12 fraticelli, i quali formarono il gruppo che faceva  da corona a Francesco agli albori del movimento.

Dodici furono infatti i frati che  Francesco volle intorno a Sé, come ci tramandano "i Fioretti", e amava definire "i miei cavalieri della tavola rotonda" (Speculum Perfectionis, IV, 72). Francesco proveniva da una famiglia benestante che gli aveva consentito di frequentare le migliori scuole dell'epoca. Era un uomo assai colto che, oltre che nella sua lingua, poteva scrivere in latino, sapeva benissimo il francese, conosceva la musica e aveva letto moltissimi romanzi in codici di pergamena, trai quali  Oliviero e i poemi  sulla leggenda di Re Artù e dei Paladini della Tavola rotonda, molto in voga negli ambienti che abitualmente frequentava.

"DODICI"

furono infatti i frati, tra i quali frate Elia, che Francesco volle intorno a Sé, come ci tramandano "i Fioretti", che amava chiamarli

"i miei cavalieri della tavola rotonda"

( Speculum Perfectionis,IV, 72).

La storia ci indica come "primo discepolo" Bernardo da Quintavalle (magistrato), seguito da Pietro Cattani (canonico in San Nicolo' e dottore in legge) (+10 Marzo 1221). Poco dopo arrivarono Egidio (un contadino) e successivamente Sabatino, Morico, Filippo Longo e Prete Silvestro. Seguirono poi Giovanni della Cappella, Barbaro e Bernardo Vigilante ed infine Angelo Tancredi, il solo dei primi "dodici discepoli", che avevano seguito Francesco, il cui corpo riposa accanto a quello di Francesco. Erano arrivati a essere in dodici e tutti i compagni vestivano come Francesco di un "rozzo saio" cinto da una corda.
Innocenzo III, quando decise di riconoscere questo primo gruppo, considerato in un primo tempo eretico, li  nominò come "chierici", dando a Francesco la qualifica di "Diacono" e tale rimase per tutta la vita, come dimostra la cerimonia del Presepe, ideata per la prima volta proprio da Francesco al ritorno dal viaggio in Siria, nella quale "la messa" venna celebrata da "un  vero sacerdote", e poi il Beato "benedisse" i presenti.

"La Tavola Rotonda"

era stata ri-composta e, come in tutte "le favole", storia e leggenda si intrecciano, sfumando sempre più la verità dei fatti.



Raggiunto il fatidico e simbolico numero, a questi primi dodici discepoli si aggiunsero Masseo (da Marignano), Leone, Elia (Coppi) Ginepro, Tommaso da Celano (il primo grande biografo) e Pacifico (Guglielmo Divini). Oggi nella "cripta" della Basilica Inferiore di Assisi si trovano insieme, accanto alla tomba di San Francesco, quelle dei Beati Angelo Tancredi (+1258), Leone (+1271), il confessore di San Francesco, Masseo da Marignano (+ 1280),  Rufino, cugino di Santa Chiara e Santa Agnese, Frate Guglielmo d’Inghilterra e, lungo la scala che dalla Basilica conduce alla cripta, il corpo della Beata [Frate] Jacopa dei Settesoli, nobildonna romana moglie di Graziano dei Frangipani, che aveva donato "il cuscino", una delle "tre reliquie" conservate nella  Chiesa di San Francesco a Cortona, progettata anch’essa da frate Elia e dove si trova la sua tomba.



Ma questa cripta è stata creata solo nel 1822, allargando

"il buco"

nel masso di marmo calcareo, di cui solo pochissimi conoscevano l’esistenza e l’effettivo utilizzo, essendo stato aperto nel masso marmoreo a un preciso ed inequivocabile scopo > preservare le sacre reliquie da qualsiasi contatto impuro, come avveniva per i corpi imbalsamati dei Faraoni, i cui "sarcofaghi" venivano resi inaccessibili ed inviolabili.

Ancora oggi la Chiesa ed  il Convento fanno parte del patrimonio

L’abbiamo volutamente definito "un sarcofago", perché, come vedremo, per quasi seicento anni gli è stata garantita e preservata questa funzione.
Fu proprio Elia a creare, nel piano interrato sotto il pavimento della Basilica inferiore, perpendicolarmente all'altare maggiore, non ancora installato, un vano della stessa larghezza e lunghezza,  profondo circa quattro metri, in cui fu calato il sarcofago di travertino, pesante 12 quintali, avvolto in una gabbia di ferro che cingeva l'urna, sopra la quale vennero stese tre lastre di travertino,





Una volta coperto il foro con l'altare maggiore, si creò un vano di circa m.1,70, a cui si accedeva  a mezzo di uno stretto cunicolo - sembra di dodici gradini- nascosto da una botola mimetizzata e segreta, passando attraverso il corridoio d'accesso al coro antistante i penetrali, reso  del tutto inaccessibile da un Papa francescano, Sisto IV della Rovere, dopo la sua visita alla Basilica nel 1476.


La scelta di camuffare l'entrata  fu motivata - secondo i cronisti dell'epoca - dal rischio concreto di indebite profanazioni e conservare intatti i resti mortali, ma soprattutto per preservare da un culto feticistico  il corpo  di San Francesco, che fu traslato il 25 maggio 1230, in una strana cerimonia, in cui Elia, grazie ai poteri che gli conferiva la carica di Vicario generale, in accordo con le autorità comunali, giunto che fu l’imponente corteo alle soglie della nuova Basilica ed entrata che vi fu la santa reliquia, fece chiudere dagli armigeri del Comune il portone alle sue spalle, respingendo l’immensa folla e soprattutto, oltre ai più alti prelati, i notabili e i nobili giunti appositamente da ogni parte d’Europa.

Frate Elia
, chiusa la porta dall’interno, fece trasportare, con l’aiuto di alcuni fedelissimi, il corpo del Santo nella "cripta", all’uopo predisposta sotto il  Santuario, di cui nessuno conosceva l’esistenza tranne i "maestri" che avevano diretto i lavori e le maestranze utilizzate, che erano state  però tutte liquidate e fatte tornare ai loro paesi d’origine. 

Elia
- così raccontano le cronache - allontanati i presenti e restato molto probabilmente solo alla luce della

"strana posizione e valenza simbolica degli oggetti"

ritrovati intorno al corpo, provvide, con un lungo e meticoloso lavoro, ad occultare nella roccia le spoglie mortali di Francesco, che vennero  restituite alla venerazione  ed esposte al pubblico solo seicento anni dopo, nel 1818.

Di sicuro il sarcofago venne posto sotto l'altare maggiore, in luogo non accessibile al pubblico, ma forse visibile attraverso una "finestrella della confessione", come sostengono alcuni cronisti.



Altri parlano invece di uno stretto "cunicolo di accesso" abilmente camuffato, che fino al 1476 portava alla camera sepolcrale, alta 1,70  m, sotto la quale era stata resa inaccessibile  la bara con i resti mortali del Beato Francesco, essendo stata sovrapposta alla teca, avvolta nella gabbia di ferro, tre lastre di travertino, le ultime due unite da calcestruzzo ed incastrate con stanghe di ferro nei muri perimetrali .

Si poteva sdraiarsi od inginocchiarsi sul pavimento, senza vedere né toccare  i resti mortali di Francesco. In tale data  questo cunicolo sarebbe  stato però definitivamente chiuso, onde evitare -questa è la versione ufficiale- che la salma venisse trafugata da invasori o da nemici della città, che, come era usanza in quel periodo storico durante le lotte fra comuni rivali, sottraevano alla città soccombente, come prezioso cimelio, le reliquie del Santo patrono.

Col passare degli anni si perse conoscenza del luogo esatto(??) della tomba. Solo nel 1806 si decise di aprire il sepolcro, ma, causa l'occupazione napoleonica, si rimandò tutto al 1818, quando venne scoperto "un sarcofago" protetto da alcune sbarre di ferro.

Dopo la scoperta, nel 1822, sotto la direzione dell’architetto Belli, si scavò nella roccia, realizzando intorno alla tomba una vera cripta in stile neoclassico, poi abbattuta perché in contrasto con lo stile romanico della chiesa.

La sistemazione attuale del vano, opera dell'architetto Ugo Tarchi, fu attuata tra il 1926 e il 1932.

Su questo avvenimento le versioni degli storici più qualificati sono contrastanti e abbiamo deciso di dedicare  un capitolo specifico ai "misteri" che nasconde la  strana e inconsueta "tumulazione del corpo" di San Francesco e l’incredibile "silenzio" sul luogo dove riposavano le sue spoglie mortali, mantenuto  segretissimo per tutto questo lunghissimo tempo.

Si vorrebbe infatti cercare di comprendere quali furono "i reali motivi", che indussero frate Elia a compiere un gesto di tale portata, con il pieno consenso dei 24 generali, che governavano la città di Assisi, e dello stesso Papa  Gregorio IX, anch’egli amico personale, gran estimatore di Francesco e difensore dell’Ordine dei frati minori, lasciato fuori inopinatamente dalla porta.

In effetti, il Pontefice, Gregorio IX, dopo il primo comprensibile disappunto per questo atto apparentemente  ingiustificabile, che lo aveva portato a chiedere, a fronte dell’immenso scandalo scoppiato, la punizione delle Autorità comunali e ad interdire "a divinis" la Basilica, sentite le ragioni di frate Elia, improvvisamente si placò, come pure l’intera Curia e tutti gli irritatissimi rappresentanti delle più importanti Corti europee -il Gotha della società europea- presenti alla cerimonia, che nulla ebbero più da eccepire

Ma la cosa che lascia veramente sconcertati è il comportamento successivo, una volta placatisi gli animi.

Non si riesce effettivamente a comprendere perché mai nessuno per seicento anni si  sia chiesta la  ragione, non tanto del gesto di frate Elia, fatto letteralmente sparire dalla storia, ma di questo strano ed inaspettato cambiamento di Gregorio IX e dei suoi successori, che avallarono e rispettarono sempre  questa decisione fino al 1818.

Gregorio IX e pochissimi altri dovevano quindi  essere stati messi segretamente a parte del nascondiglio del corpo e come fosse possibile raggiungerlo.  Ciò di cui il Papa è rimasto però sicuramente all’oscuro riguarda il come era effettivamente avvenuta la cerimonia di traslazione all’interno della cripta.
In quell’angusto spazio scelto per la sepoltura, una volta fatta passare la salma  attraverso lo stretto cunicolo, o , come è più probabile, calatola dall'alto già ingabbiata,frate Elia, restato con pochi frati scelti come "guardiani della soglia", dovette seguire un  preciso cerimoniale massonico ante litteram; troppi sono infatti  gli indizi e i messaggi simbolici che  confermano la Sua appartenenza alla Corporazione dei Muratori.
Egli pose infatti  intorno alla  sacre reliquie una serie di

> oggetti simbolici <

in numero di "dodici", seguendo un preciso e antichissimo rituale, appreso probabilmente durante il suo soggiorno in Egitto ed in Siria. Pensiamo che abbia  assunto a tutti gli effetti il ruolo del Gran Sacerdote dell’antico Egitto, a cui, unico, spettava il compito di porre intorno alla mummia del Faraone gli oggetti scelti per prepararlo al viaggio verso l’oltretomba.


http://www.fratellofrancesco.org/www.fratellofrancesco.org/pdf/tomba_1818.pdf

Questi oggetti sono stati ritrovati e recuperati "solo" nel 1818 all’apertura della tomba, autorizzata in via non ufficiale dal Papa, ma non sono stati assolutamente "compresi" nelo loro e profondo significato simbolico. Gli oggetti ritrovati sono stati ritenuti offerte di fedeli introdotte, dopo la tumulazione, facendoli passare attraverso i piccoli fori della grata superiore, che copriva la teca di travertino aperta.

L'unico che può averli messi è Frate Elia, alchimista,  vedi il  capitolo

> CODEX FRATE ELIA <


che non  li ha lasciati come ricordi di oggetti appartenuti al Santo, ma crediamo abbia voluto dare ad ognuno un preciso

< significato esoterico >

> la pietra angolare?
> le dodici monete d'argento?
> l'anello con Minerva?
> la coroncina di 12 grani di ambra e 17 di ebano?
> il frammento di ferro?

Alcuni di essi erano custoditi fino al 1978 a Roma nella Basilica dei SS XII Apostoli, ma, come al solito, nessuno fa il benché minimo cenno né alla loro natura, né tanto meno alla posizione in cui erano stati diligentemente posti da frate Elia intorno e sotto il corpo, come "la pietra angolare", su cui si ritiene poggiasse il capo del Santo, pietra che, unitamente alle 11 (+ 1 ?) monete d'argento ed una statuetta d'argento, sono custoditi in una teca nella "Cappella delle Reliquie" realizzata nella Basilica Inferiore, utilizzata, in origine, da "sala capitolare" del Convento.

Tra gli oggetti ritrovati figuravano anche 11 monete d’argento + 1
> Tre
furono individuate  subito  nel dicembre del 1818, perché poste  in evidenza sul fianco sinistro
> Otto vennero recuperate al momento di estrarre le ossa e la polvere che le ricopriva.
> la dodicesima fu individuata solo dopo un anno dalla scoperta e dall'apertura del sarcofago.

Riesaminando infatti i frantumi delle ossa di San Francesco il 15 novembre 1820 i periti trovarono anche quest'ultima monetina (Vedi Isidoro Gatti: " La tomba di San Francesco nei secoli" pag.267, nota 140. Dal libro edito dalla Casa editrice francescana sono state tratte le immagini delle 11 monete e della tomba).

La 12° moneta non risulta, come le altre undici, esposta nella teca della "Cappella delle Reliquie".

Non si sa dove sia finita
e soprattutto se fosse d'argento come le altre 11 o di > altro metallo < con simboli templari che avrebbero potuto indurre all'immediato occultamento, non lasciando

> indizi <

ritenuti compromettenti per l'immagine agiografica tramandataci del "Beato", che non si aveva interesse a far confutare o a distorcere.



12 monete, lo stesso numero dei 12 acini d’ambra ritrovati insieme ai 17 chicchi d’ebano,che formavano una coroncina, ma dai resoconti non si sa quale fosse la ripartizione di questi  29 grani e quale significato simbolico avesse voluto darle frate Elia.



Lo stesso dicasi per il frammento di ferro di 1°oncia e mezzo (cm 2,79) di lunghezza e di 1° oncia ( cm1,86) di larghezza, frammento grande come una moneta , che molto probabilmente era stata posta anch'essa sul petto > al centro delle 12 monete < ritrovate tra le ossa del petto, a significare che Francesco aveva mantenuto, pur essendo riconosciuto il capo spirituale della comunità francescana, novello Re Artù della tavola rotonda, aveva mantenuto tutta l'umiltà e la simplicità > pezzo di ferro senza valore < attorniato da 12 fratelli, preziosi come > 12 monete d'argento <.

La scelta e la disposizione delle monete e del pezzo di ferro resta >un rebus< come del resto > il mistero< che avvolge non solo > la scelta < di Frate Elia di collocare tra i piedi di Francesco una coroncina e un anello con l'effige di Minerva.


Per quanto riguarda > la coroncina < sorprende che non si sia mai  ricercata l'effettiva disposizione dei 29 grani e quale fosse lo scopo e l'effettivo utilizzo?

Potrebbe essere un piccolo rosario o un subha islamico, che normalmente ha 33 grani e non 29.


Nel capitolo > CODEX FRATE ELIA < abbiamo cercato  di fornire una possibile interpretazione del significato simbolico dell'anello di Francesco, che non è dato sapere se lo indossava in vita o è stato  posto ai suoi piedi da frate Elia al momento della tumulazione, insieme alle monete  d'argento, alla coroncina ed alla pietra angolare ,per lasciare ai posteri

> un messaggio criptato <

Fino ad oggi i posteri non se lo sono ancora chiesto a duecento anni dal ritrovamento .

L’anello -dicono- "sia andato perduto", come i grani della coroncina e tutti gli appunti di frate Elia, in cui  molto probabilmente c'era la spiegazione di questo rituale e del significato simbolico e mistico di ognuno di questi oggetti legati a qualche culto misterico.

E' un segreto, che  - come si suol dire- si è portato nella tomba.

Terminata la cerimonia, che deve aver richiesto non poco tempo, mentre all’esterno la folla inferocita inveiva contro frate Elia e gli armigeri posti a difesa del portale, provvide ad  occultare l’entrata del cunicolo, camuffandola così bene che ci vollero anni per individuarla.

Solo nel 1818 il cunicolo fu riaperto e la salma fu esaminata. La ricognizione riconobbe, nel 1820, l’identità del corpo del Santo.

La cosa che lascia sinceramente perplessi, per non dire sconcertati, è la passiva acquiescenza e il rispetto della decisione di Frate Elia, avallata da tutti i Papi, e il fatto che questa si sia  protratta per quasi 600 anni, senza  che alcun Papa si facesse promotore di scavi per recuperare le spoglie mortali di  San Francesco, soprattutto dopo che frate Elia era stato costretto a dimettersi da Vicario generale dell Ordine dei Frati Minori nel 1239 e avesse lasciato definitivamente Assisi.



La Guida spirituale dell'Ordine dei Frati Minori fu infatti costretta non solo a lasciare la carica di Vicario Generale, decretata nel 1239 nel Capitolo generale che si tenne a Roma  per la Pentecoste di quell'anno, ma tutti i suoi scritti e appunti furono > meticolosamente raccolti e distrutti < con una puntigliosità degna del peggior Giordano Bruno, onde non lasciar di lui la benché minima traccia.

Alla scomunica e all'allontanamento coatto da Assisi, seguì  infatti la distruzione sistematica dei suoi archivi segreti. Furono persino strappati dagli antichi registri del Sacro Convento di Assisi i fogli che si riferivano alla Sua persona e inoltre andò "perduto" il registro dove frate Illuminato segnava le lettere che frate Elia riceveva e spediva: in pratica, fu tutto appositamente e faziosamente distrutto.



Ma la cosa strana è che  frate Eliai maestri comacini, sembra abbiano seguito l’esempio dei sacerdoti egiziani, predisponendo un locale, in cui avevano riposto "un sarcofago", che avrebbe accolto, come avveniva appunto per i faraoni, il corpo del Santo, camuffandone l’accesso.

Alla tomba si poteva accedere attraverso un cunicolo segreto, dove  la salma sarebbe rimasta nascosta  e preservata  per oltre 600 anni, come è avvenuto per la Tomba del Faraone Sethi I, che era stata perfettamente camuffata, nascondendola in una seconda camera mortuaria, ingannando così i profanatori, che, una volta scoperto il cunicolo di accesso, si fermavano alla prima non pensando, che ce ne fosse un'altra > quella vera.



frate Elia, né i maestri comacini rivelarono mai > il segreto< , né tanto meno coloro che avevano cercato e distrutto i suoi appunti, proprio perché ne erano venuti a conoscenza, e forse affinché, data la scomunica e l’allontanamento di Elia, non trapelasse mai la volontà di Gregorio IX, che a posteriori aveva condiviso e compreso  i motivi che  lo avevano spinto a compiere questo apparente insano gesto.

Non si spiegherebbe altrimenti "il silenzio assoluto" sull’intera vicenda e il riserbo sicuramente "consigliato" anche ai suoi successori, i quali ne venivano puntualmente informati all’atto dell’elevazione al soglio pontificio, rispettandolo ed imponendolo a loro volta. 

E che tale fosse la questione ne dà appunto un’indiretta conferma la decisione del 1442 di chiudere definitivamente l’accesso al cunicolo, che impedì per altri 400 anni che si potesse accedere alla tomba nemmeno per caso.

Sarebbe infatti veramente troppo semplicistico pensare che frate Elia e gli abili maestri costruttori della Basilica fossero riusciti a camuffare perfettamente  la bocca dell’antro e a nascondere il corpo così bene da renderne impossibile il ritrovamento.
Né si può sostenere che frate Elia, il quale, pur avendo a più  riprese  dimostrato di  possedere capacità taumaturgiche e divinatorie, tanto da predire allo stesso Francesco l’approssimarsi della morte, prevista entro due anni, avesse particolari poteri occulti da creare intorno al nascondiglio, dove giacevano  le spoglie del Santo, una cortina  invisibile e insuperabile intorno al sito dove era stato rinchiuso, rendendo inutili e vani i continui e disperati tentativi dei "non addetti ai lavori" di scoprire dove era stato nascosto.

Solo il Vaticano, come è  sempre stata sua prassi costante, deve aver bloccato scientemente ogni informazione e fatto in modo che l'argomento della sepoltura di San Francesco non venisse più toccato né prima, né dopo il ritrovamento dei suoi resti mortali.
Ancora oggi è difficilissimo reperire precise informazioni al riguardo, restando  l’incredibile e importantissimo avvenimento da tutti minimizzato e volutamente sottovalutato, come è del resto avvenuto puntualmente per la Basilica di Collemaggio all'Aquila, che nasconde

IL SEGRETO DEI TRE 888

http://soscollemaggio.com/index.php/it/il-segreto-del-tempio-massonico/il-segreto-dei-tre-888-new.html

mirante a trasformare "il quadrato della materia nel cerchio dello Spirito", rimasto, come in molte cattedrali gotiche, volutamente nascosto e dimenticato nella pietra.

Collemaggio <> Officina - Autodromo dello spirito

http://soscollemaggio.com/index.php/it/il-segreto-del-tempio-massonico.html

Lo steso dicasi per "Celestino V", fatto passare lungo altrettanti secoli per un inetto e un incapace.



Molte spiegazioni tramandateci non hanno infatti  alcuna logica apparente e gli avvenimenti appaiono volutamente distorti e manomessi. Ma forse fanno comprendere a posteriori l’accanimento con il quale questi incredibili accadimenti  siano stati minimizzati e sottaciuti e la figura di frate Elia camuffata e svilita, facendo in modo che sparisse qualsiasi suo scritto e fossero scientificamente e minuziosamente distrutti anche dei semplici appunti o registrazioni.


Cortona: Basilica. Interno con navata ortogonale - Reliquie esposte all'interno del museo

Ma ciò che non si è riuscìti a far sparire sono "tre reliquie" che frate Elia si era portato via lasciando Assisi per rifugiarsi in terra toscana: un cuscino di elegantissima e ricca tessitura, un evangelario e un Saio, reliquie per anni custodite personalmente e offerte, prima di morire nel 1253, ai fraticelli di Cortona, dove egli aveva fatto costruire un'altra Basilica dedicata a San Francesco. Indizi che confermano non solo i strettissimi legami spirituali che univano i due frati, ma aprono uno squarcio alla verità dei fatti e alle motivazioni che avevano indotto frate Elia a preservare il più a lungo possibile "la reliquia" più importante.

Nel 2003, in occasione dei settecentocinquanta anni dalla morte di frate Elia da Cortona, se ne è avuta un’indiretta, ma concreta conferma.
La Provincia toscana dei frati minori conventuali ha disposto il restauro e la riapertura della chiesa e del convento di San Francesco a Cortona per poi organizzare una serie di iniziative culturali e spirituali, che hanno compreso lo studio scientifico delle reliquie della Chiesa cortonese, cioè dei tre oggetti che la tradizione vuole che frate Elia abbia portato sempre con sé fino alla morte. Il fine più importante di queste ricerche è stato ribadire il legame intimo e profondo del frate aretino con San Francesco e riabilitare la figura di padre Elia, come ha affermato il padre conventuale, Fra Antonio:
"L'aver stabilito che il saio di Cortona ha le misure, la lunghezza e l’ampiezza delle spalle di frate Elia significa ribadire la vicinanza del frate al Santo di Assisi e dare fondamento al racconto sulla morte di San Francesco di Tommaso da Celano".

Le moderne tecniche scientifiche hanno  infatti contribuito a confermare la fedeltà del santo alla povertà evangelica, tenendo a ribadire, alla luce delle conclusioni dell’indagine,  alcune circostanze che confermano la natura dei rapporti tra questi due uomini, uno portato nelle più alte sfere celestiali, l’altro cacciato negli inferi.
Vale la pena riprendere le conclusioni di questo studio:
a) il vero cuscino che la fedele amica di Francesco,  frà Iacopa di Settesoli, pose sotto la testa del frate morente, non era quello di fine broccato adorno di splendidi ricami che si può ammirare nella Chiesa di Cortona, ma il suo interno, che risale proprio all'epoca della morte di Francesco, di tessuto grezzo, in onore di sorella povertà;
b) l'Evangeliario di Cortona è ritenuto risalente all'epoca di Francesco, come quello custodito ad Assisi;
c) il Saio, della stessa foggia, colore e tessuto di quello indossato dai contadini dell'Italia centrale dell'epoca, abito umile e disprezzato che San Francesco volle confezionato a forma di croce semplice, è, ancora  una volta, testimonianza della "regola", insieme alla semplice cintura che i contadini usavano per portare la spada, che nella versione francescana unisce anche "tre nodi";
d) lo studio sull'autenticità del Saio prova la veridicità del racconto che Tommaso da Celano fa della morte di San Francesco, in cui precisa che Francesco voleva morire nudo sulla terra nuda, ma frate Elia lo convinse ad indossare "la sua tonaca" che potrebbe proprio essere quella conservata a Cortona. Con il dire che era solo un prestito, insomma assicurandogli che non gli apparteneva, frate Elia rassicurò il Santo che non sarebbe venuto meno al suo voto di povertà.

La vita di San Francesco è stata raccontata sempre in modo agiografico e antistorico, mostrando soprattutto il lato  più spirituale e mistico della Sua ricerca interiore, conclusasi a la Verna, con le stimmate, primo Santo nella storia  a vivere questa esperienza, stimmate ricevute, secondo la leggenda sulla roccia in cui fu tentato dal Diavolo.

La parentesi umana di Francesco è, in effetti, molto più articolata e complessa, ed è stata diversamente  proposta nelle varie fonti che si susseguirono dopo il 1228, anno di canonizzazione da parte di Gregorio IX, e anche dalla stesura della prima biografia ufficiale del Santo, direttamente commissionata dal Papa a frà Tommaso da Celano, che fu, a propria volta, frate francescano: prese infatti l'abito alla Porziuncola nel 1215, l'anno del famoso Capitolo delle stuoie, e visse, almeno per un certo periodo, in intimità con San Francesco, il che lo rende testimone credibilissimo a pena di falsità intenzionale.

Importantissima fonte francescana, frà Tommaso scrisse (sempre in latino) la Vita Seconda nel 1246-1247, quindi una terza biografia, e infine il Trattato dei miracoli attribuiti dalla tradizione a San Francesco, anche se lascia invero non poco perplessi la rielaborazione fatta da Celano "per tre volte" della vita di San Francesco e la decisione, assunta col Capitolo di Parigi del 1266, con la quale venne imposta la totale distruzione delle biografie scritte precedentemente a quella di Bonaventura.

L’Ordine, in un periodo in cui proliferavano molte sette, si era talmente diviso su come interpretare la regola di San Francesco che ad alcuni frati sembrava così difficile tenere ancora unito il movimento come era stato impostato da Francesco ed Elia.

Bonaventura, d’accordo con alcuni frati, prese la tremenda decisione di distruggere tutte le biografie e tutte le immagini che raffigurano il Beato, riscrivendo nel 1266 un nuova versione agiografica e di pura fantasia, che mostra un Francesco completamente diverso da quello realmente vissuto.
A quarant'anni dalla Sua morte, l’Ordine  dei frati minori era  diventato importantissimo, contando migliaia di adepti  e, secondo la corrente che faceva capo a Bonaventura, sarebbe stato troppo imbarazzante continuare a parlare di un fondatore che non si presentava con la faccia del santo, ma con quella di un laico votato alla povertà, che si era battuto per la giustizia sociale e per la pace tra la comunità cristiana e quella musulmana, restando un anno alla corte di un acerrimo nemico.


Questi rapporti di amicizia e di fratellanza reciproca andavano fatti dimenticare e fatti passare assolutamente "sotto silenzio", non  certo quello interiore, che tanto  legava  Francesco al suo tanto amato "frà Silenzio".

Venne così tutto cancellato e ai frati, che avevano conosciuto personalmente Francesco e che a coppia giravano per le città, venne chiesto di cambiare la storia raccontata nella 1° versione da Tommaso da Celano e di proporre un' altra versione gradita e consona a un bambino, novello Messia, nato "Santo" da "madre Santa" e padre, come Giuseppe, buonissimo e misericordioso, ma purtroppo senza alcuna aureola.



Ci si comportò esattamente come con frate Elia arrivando a eliminare le immagini del Santo, anche se non si riuscì a distruggerle tutte, perché alcune erano miracolose e custodite gelosamente da coloro che le possedevano o le avevano in custodia, come questa immagine,  la più antica, dipinta da un anonimo pittore di Sibiaco intorno al 1222.

Questa decisione fu una vera iattura, perché stravolse completamente  la natura umana di Francesco, spirito laico e libero.
Avvenne, esattamente come altre volte nella storia della chiesa,  una distruzione capillare di migliaia e migliaia di manoscritti.

Per moltissimi secoli San Francesco è  restato  solo quello di Bonaventura come raffigurato da Giotto sugli affreschi di Assisi. 

Solo il ritrovamento all’inizio del secolo, in un unico manoscritto, delle tre  biografie di Tommaso da Celano scomparse per secoli, ha reso possibile "rivedere" il vero Francesco e fare i debiti confronti tra "verità" e  "leggenda".

Per comprendere i motivi di una decisione così drastica, forse  va un attimo riesaminata la figura di Bonaventura e le posizioni assunte in quel particolare periodo storico, che vide lo scontro tra Spiritualisti e Conventuali.

Bonaventura nacque nel 1217 e, secondo una versione molto agiografica che si limita stranamente a  citare l'opera somma da lui elaborata se non per riferire di un improbabile miracolo, nel 1226, anno della morte di Francesco, lo stesso Bonaventura sarebbe stato  miracolosamente guarito dal Beato, come egli stesso riferirà nella "Leggenda minor" (VII: FF 1392). «Io stesso, che ho descritto i fatti precedenti, ne feci l'esperienza diretta  nella mia persona. Ancora fanciullo ero gravemente infermo; bastò che mia madre facesse un voto per me al nostro beato Padre Francesco e fui strappato alle fauci della morte e restituito, sano e salvo, alla vita».

Bonaventura - seguendo la stessa fonte - dopo aver compiuto i primi studi nella città nativa, passò all'università di Parigi (ca. 1236-1238) per lo studio della filosofia, laureandosi in Arti nel 1242-1243. A 25 anni abbracciò l'Ordine Francescano, cambiando il nome di battesimo, Giovanni,  con quello di Bonaventura.

Nel febbraio del 1257 fu eletto, a soli 40 anni, Ministro generale dell'Ordine, carica che conserverà fino all'anno 1274, anno della sua morte, dando "saggio mirabile di sapienza, prudenza, spiccato equilibrio, tanto propizio in un momento difficile di assestamento dell'Ordine, da meritargli, per la sua opera moderatrice e costruttiva in piena fedeltà allo spirito di san Francesco, il titolo di secondo fondatore dell'Ordine francescano." (??????).

"Predicò ovunque al popolo e in modo speciale agli ecclesiastici, alle monache, all'università di Parigi, dinanzi alla corte di Francia, ai vari papi in concistoro" (Orvieto, Perugia, Viterbo, Roma) e, finalmente, al Concilio di Lione (1274).
Il 28 maggio 1273 Bonaventura fu eletto cardinale e vescovo di Albano, avendo già declinato nel 1265 l'arcivescovado di York. Dal novembre 1273 attese alla presidenza dei lavori preparatori e poi alla celebrazione del Concilio Ecumenico Lionese II (7 maggio - 17 luglio 1274), e probabilmente incontrò Pietro da Morrone, il futuro Celestino V.
Si adoperò in Concilio per l'unione dei Greci, che fu effettivamente raggiunta. E, proprio durante il Concilio di Lione dove era intervenuto per ben tre volte, improvvisamente  il 7 luglio 1274 si dimise da Vicario generale dell'ordine dei Frati Minori, ruolo che aveva  mantenuto ininterrottamente per ben 17 anni e di lì a una settimana, il 15 luglio 1274, morì. Secondo l'agiografia ufficiale perché estenuato dalle fatiche sostenute, ma forse per gli scontri che deve avere sicuramente avuto con Pietro da Morrone. Il futuro Celestino V, uno spiritualista convinto, che gli avrà espresso tutte le sue riserve e le sue critiche sul modo di gestire l'Ordine e, ne siamo convinti,  sulla  Storia della Vita di San Francesco, che si era inventata di sana pianta,  a partire dal famoso miracolo, veramente poco credibile.

Non sappiamo sinceramente se gli avvenimenti siano andati come da Noi prospettati, non avendo alcun riscontro obbiettivo, ma ci piace pensare che Bonaventura abbia avuto un mancamento di fronte alla  più che comprensibile e violenta reazione di Pietro da Morrone, il quale doveva nutrire  sicuramente un certo risentimento nei confronti di questo personaggio di alto spessore culturale. Va ricordato che la Chiesa  nel 1482,  con Papa Sisto IV,  lo ha canonizzato  e, con Sisto V, il 14 marzo 1588, lo ha annoverato «inter praecipuos et primarios» Dottori della Chiesa (latina), sesto accanto a San Tommaso d'Aquino.

Noi invece lo abbiamo squalificato e abbiamo ritenuto di togliergli l'aureola di Santo!

Ci siamo infatti  guardati bene dal riconoscere formalmente la sua "santità", evitando con cura  di qualificarlo tale, perché ha veramente "dopato il personaggio di Francesco" falsificando la sua vita e conseguentemente tutta la storia come ci è stata raccontata.

Francesco uomo non avrebbe avuto bisogno di questo non richiesto intervento, perché ha dimostrato che ogni "uomo" ed ogni "donna" possono raggiungere da soli

"la  perfezione"

senza intermediari, né interferenze, ma devono prima sperimentare la vita e le sue prove al fine di spogliarsi delle sue impurità terrene..................

Nessuno nasce "Santo"!!!

Sotto Bonaventura da Bagnoregio, era stata scritta appositamente una nuova biografia di Francesco, "la Legenda maior S. Francisci," manipolando  per ragioni politiche interne il messaggio originale del Santo e dei francescani più rigoristi (“fratres qui cum eo fuimus” come amavano definirsi), tanto è vero che nelle "Costituzioni Narbonesi" Bonaventura condannò in modo ufficiale, dall’alto della sua carica, le posizioni della corrente degli Spirituali, per incanalare definitivamente il movimento in un vero e proprio "Ordine Francescano" come quello dei frati predicatori, fondato da Domenico.

La scissione degli Spirituali, i frati minori più coerenti all’impostazione della communitas francescana originale, avvenne nel 1274, lo stesso anno in cui Pietro da Morrone si recò a Lione per convincere Papa Gregorio X a garantire la sopravvivenza della Sua comunità, vista l’intenzione del Papa di intervenire drasticamente per arrestare la continua proliferazione di sette e comunità spurie, che davano un’interpretazione diversa del Vangelo e lo stesso anno in cui Bonaventura si dimise da Vicario Generale dell'Ordine dei Frati Minori.

Venti anni più tardi i sostenitori più ferventi e radicali della po­vertà evangelica, fedeli all’ideale di Francesco, vennero nominati "Fraticelli", essendo in aperto contrasto con i Minori francescani appartenenti alla corrente dei Conventuali, che si erano raccolti intorno a due personaggi molto apprezzati da Pietro da Morrone, il quale, appena eletto Papa,  autorizzò  appunto "i Fraticelli" a staccarsi definitivamente dall’Ordine per fondare una loro congregazione. Essa vide come principali esponenti Pietro da Macerata, il quale  si fece chiamare Fra Liberato, e Pietro da Fossombrone, Angelo del Chiarino o Cla­reno, mentre la loro congregazione prese il nome di "Poveri eremiti di Celesti­no", in seguito "Fraticelli della povera vita" (fu lo stesso Clareno, guida della congregazione, a chiamarla così,

Anche questa circostanza appare strana, perché Clareno, stimato predicatore con l’aureola del Santo, per sfuggire alle pressioni cui era soggetto da parte dei "conventuali", si era poi trasferito nei Balcani, dove cercava di raggiungerlo Celestino, dopo la sua abdicazione e la sua fuga da Bonifacio VIII. Il tentativo fallì, perché, partito con una piccola barca da Vieste in Puglia e già in mare aperto, venne costretto a rientrare in porto e catturato grazie alla delazione di alcuni emissari di Bonifacio VIII, che lo fece arrestare e trasferire da Anagni, dove era stato in un primo tempo portato, nella  prigione di Fumone, dove dopo dieci  mesi, in un’angusta prigione, nel 1296 morì, molto probabilmente ucciso con un punteruolo impiantato nel cranio, foro quadrangolare identico a quello che mostra il teschio attribuito dalla leggenda a San Giovanni Battista.

Tornando a Francesco e allo scontro tra le due correnti degli Spiritualisti e dei Conventuali sull’interpretazione del messaggio di Francesco, le prime divisioni si manifestarono già durante la sua vita, ma divennero intense dopo la sua morte, nel successivo sviluppo dell’Ordine francescano. Queste divisioni dettero luogo a due correnti di pensiero: quella cosiddetta degli Spirituali, fedeli allo spirito della Regola e al Testamento spirituale di Francesco, praticanti l’ideale di assoluta povertà e ispirati alle visioni escatologiche di Gioacchino da Fiore, e quella designata dei Conventuali, molto più propensi rispetto ai primi a uniformarsi agli altri ordini religiosi e a cle­ricalizzarsi, deviando, sostanzialmente, dagli ideali del fondatore e di frate Elia (generale dell’ordine nel periodo 1221-1227 e 1232-1239), primo e ultimo gene­rale appartenente alla fazione degli Spirituali, il quale aveva posto le basi, su precise indicazioni di Francesco, per una migliore organizzazione sotto il profilo istituzionale del movimento religioso a cui  il futuro Beato aveva dato vita. Un movimento che era in continua espansione per l'intenso proselitismo dello stesso Francesco e dei suoi più fedeli compagni.

Nel 1217 l'Ordine venne infatti  organizzato, per merito di frate Elia, in Province, Custodie, Conventi e Romitori.  E fu proprio in quello stesso anno che Francesco affidò a frate Elia la missione di Siria e Terra Santa, dove lo raggiunse trattenendosi in Terra Santa per un lungo periodo, - almeno tra il 9 maggio del 1218 ed il 29 agosto del 1219, oltre un anno - (Manselli, San Francesco, Bulzoni, 1980, p. 223 e sgg.). In realtà sembra che Francesco ed Elia siano tornati in Italia, sbarcando a Venezia, solo nel gennaio del 1220.

I motivi che indussero Francesco a inviare frate Elia dal Sultano d’Egitto abbiamo cercato di chiarirli nel capitolo "da Frate Elia <> Celestino V", al quale ci richiamiamo. Ma "i veri motivi", in realtà, nessuno li può seriamente conoscere, perché sono stati resi oscuri ed incomprensibili, in assenza di documenti e attestati, di contro a  una versione non attendibile fornita dalle fonti ufficiali.

Unica fonte ufficiale della vita di Francesco restò praticamente "la Leggenda Maggiore" del  Bonaventura, integrata, per quanto riguarda i rapporti intercorsi con Francesco, dalle fonti più ostili ad Elia, tra le quali si può citare l’opera di E. Lempp, (Frère Elie de Cortone, Parigi, 1901), in cui si accusava il frate di aver intrattenuto empio commercio con astrologia e alchimia, durante la permanenza alla corte dello scomunicato Federico II, dove frate Elia si era stabilmente trasferito per volere dello stesso imperatore svevo, quando nella Pasqua del 1244 giunse la notizia della disfatta dell’esercito cristiano in Oriente e della cattura di San Luigi, Re di Francia.

Arcangelo Papi
in un interessante saggio, trovato su internet (San Francesco, le stimmate e la Sindone: una possibile antistoria del cristianesimo), si riallaccia invece alla Prima Biografia ufficiale di Celano, ritrovata nel 1770, che mostra Francesco e frate Elia in tutt’altra veste e, non a caso, conclude il suo saggio con queste considerazioni:

Talvolta gli elementi della storia si aggrumano tra loro in modo diverso da quello inizialmente prospettato dalla storiografia ufficiale ed improvvisamente si ricompone un quadro completamente diverso e straordinario.”

Crediamo vada riproposta la sua analisi al contrario, perché dal suo racconto emergono vari >indizi< importanti:

1) Celano parla di "un cavaliere di Assisi" che stava allora organizzando preparativi militari per la spedizione in Puglia di Gualtiero III di Brienne,  appartenente al casato feudale della Champagne, che aveva sposato una delle figlie del re Tancredi di Sicilia, ed ecco "un primo legame" con Federico II.

2)  Celano ci mostra un  giovane Francesco prima della sua conversione, tentato dalla gloria cavalleresca e militare  ad opera dello sconosciuto 'reclutatore militare' in terra d'Umbria, Conte Gentile delle fonti ,probabilmente un templare francese legato a Gualtiero (1165-1205), che del resto era parente di Giovanni I di Brienne.

3)   Giovanni I di Brienne (1148-1237) re di Gerusalemme, poeta e devoto di Francesco, il cui monumento funebre si trova proprio nella Basilica inferiore di Assisi, appoggiato, coi suoi marmi bianchi, nell'ombra magica della grande parete d'ingresso, al fondo della pianta a forma di 'Tau'.

4)  Isabella, figlia di Giovanni di Brienne, era andata in sposa all'Imperatore Federico II.

5)   E' a Spoleto che per Francesco si consuma un evento fondamentale della sua vita. Colto da un ripensamento, dopo il glorioso sogno (narrato dal Celano) d'un palazzo d'armi con tutti i suoi soldati, o piuttosto percorso dalla rapida delusione: nuovo David contro il forte armato (come si addice a Francesco, prosegue il biografo), il figlio del mercante di stoffe (in realtà suo padre, 'Pietro di Bernardone', era un ebreo convertito, fiduciario del ricco monastero 'cistercense' del Monte Subasio, a economia curtense, e grande produttore di lane pregiate da esportare poi in Francia facendo sosta nei vari monasteri d'appoggio in occasione delle grandi fiere della Champagne: guarda caso, la stessa terra 'catara' dove riapparve, nel 1357, la Sindone!, decide all'improvviso che la spedizione in Puglia non fa al caso suo.

6)    Egli sente che "l'unica 'milizia' che gli si addice è quella "divina". Il suo Dio è un "Dio di pace" (come scrisse Properzio in una elegia) e non un Dio "re degli eserciti".

7)    Non è quindi casuale che i 'tre nodi' del saio francescano (tra l'altro, di color 'marrone' come quello rivestito dai conversi templari prima dell'assunzione dell'abito bianco dei cavalieri), quella lacera divisa del nuovo Ordine mistico e pauperistico fondato da San Francesco, questa volta ispirato dalla bocca stessa del Crocefisso di San Damiano, che gli parla con le labbra, o piuttosto agli orecchi - come scrivono, al riguardo, prima Tommaso e poi lo stesso Bonaventura -, tradiscono pur sempre l'origine 'militare' del movimento francescano, corrispondendo, esattamente, ai 'tre voti' della 'regola templare', concepita, si dice, da San Bernardo nel nome stesso della povertà, umiltà e castità.

8)   E' questa la nuova 'divisa' dell' Ordine di Francesco, coi suoi frati poveri 'cavalieri di Cristo', che però sempre marceranno appiedati. E perciò "la firma" apposta da Francesco alla chartula con la benedizione a fra' Leone, è anch'essa un 'sigillo', o 'stilema templare', avendone ripreso il motivo della 'croce', marchiata appunto d'inchiostro rosso vivo, come il sangue di Gesù Cristo morto sul patibolo per i peccati del mondo.

Di > coincidenze e stranezze leggendarie < ve ne sono molteplici:

Queste considerazioni di Arcangelo Papi e quelle del suo interessantissimo saggio dovrebbero far riflettere. Ad esse se ne aggiungono altre, altrettanto convincenti, in questo "studio al contrario", speculare alla scoperta del

< Segreto dei Tre >

>888<

della Basilica di Assisi, quesito che ci siamo posti all’inizio di questo capitolo.

Sempre cercando su internet, abbiamo sollevato altre "botole", spingendoci in fondo a scale a chiocciola tanto simili  a quelle di Castel del Monte, che nascondono altrettanti indecifrabili > segreti < e abbiamo trovato altri articoli, che ci hanno fornito ulteriori spunti di riflessione, articoli puntualmente richiamati nei link di riferimento.

Sarebbe invero veramente assurdo credere che frate Elia, uomo molto colto, filosofo e alchimista, amico intimo di Francesco, con il quale ha vissuto le più importanti esperienze, condividendone i principi e gli ideali,  sia stato fatto sparire in modo cosi drastico e ingiustificabile dalla storia. Al punto che non si riesce più trovarne traccia alcuna,  se non nei tanti

> messaggi simbolici <

lasciati volutamente sulle solide pietre della Basilica d’Assisi, da lui progettata, imperituro testamento di simboli scaturiti dalle abili mani delle Libere Muratorie medievali, quali il compasso, la squadra, un martello che colpisce la pietra grezza con lo scalpello.

> Messaggi <

che racchiudono un complesso sistema di idee ermetiche, diffuso da confraternite arcane, rimaste "velate", ma, per la fortuna dei posteri, non cancellate e che si ritrovano stranamente proprio nella

> sacca da viaggio <

di  San Francesco, come riporta un cronista

> La vestizione di San Francesco <

"Frate Francesco iniziò così la sua Grande Opera in compagnia di Madonna Povertà, di Fra Silenzio e di Sorella Pace, con indosso un camice di tela grezza, che volle da solo confezionarsi ispirandosi alla forma della stessa croce, cinto ai fianchi da una bianca cordicella a tre nodi e calzando dei poveri sandali.
Come suo “unico bagaglio”, una sacca contenente gli strumenti del muratore: la squadra, il compasso, la cazzuola, il filo a piombo, il mazzuolo, la riga e lo scalpello, a simboleggiare rispettivamente la rettitudine del pensiero, l'amore fraterno che tutto cementa, la rettitudine di giudizio, il lavoro indefesso e la sottomissione delle proprie imperfezioni spirituali al lavorio dello Spirito, che tutto trasformando, fa giungere alla perfezione"

> Simboli <


decisamente "massonici", ma che vengono sdegnosamente respinti dalla Chiesa ufficiale e sottovalutati purtroppo dagli stessi Massoni, i quali non si rendono conto che il racconto degli "strumenti muratorii" scelti da Francesco sono chiaramente quelli tipici, che sceglierebbe qualsiasi

"fratello massone"

Stentano ad accettare che il Patrono d’Italia e frate Elia, il suo mentore e maestro spirituale, fossero in realtà due

"Massoni ante litteram"

< La prova è Lì, ma non la si vuol vedere >

La conferma viene non solo dai numerosi e molteplici simbolici oggetti ritrovati nella Sua tomba e da quelli sparsi sulle mura della Basilica d’Assisi, ma anche dal  comportamento assunto durante la IV crociata e da quell’improvvisa e per altri versi incomprensibile decisione di Francesco di inviare Elia come Suo "legato" in Palestina e di raggiungerlo, restando oltre un anno in un luogo per i cristiani molto pericoloso.

La scelta di inviare in avanscoperta frate Elia in Terra Santa, per poi raggiungerlo, restando per quasi un anno alla Corte del Califfo al- Malik, non fu certo casuale.

La decisione  di prendere contatti diretti con il Sultano d’Egitto, del tutto incomprensibile anche da parte del Legato papale,  non era certo un atto di puro idealismo, ma era una vera e concreta  missione di pace, la  deliberata volontà di cambiare non le sorti della guerra, ma "i rapporti" tra queste due comunità sempre in lotta tra di loro

Un audace progetto, al tempo stesso politico e religioso, che, non a caso, fece proprio, pochi anni dopo, lo stesso imperatore Federico IIche, grazie ai rapporti diplomatici intessuti da Frate EIia con il Sultano Al Malik raggiunse direttamente Gerusalemme alla testa dell'esercito dei crociati, senza alcun spargimento di sangue e siglando accordi di pace

Val la pena rileggere la cronaca di quell’incredibile esperienza, ritrovata in fondo a una delle

"botole segrete"

"Non sappiamo come Francesco, che era accompagnato da Pietro Cattani (un nome di famiglia associato al 'Volto Santo' di Sansepolcro!), sia andato in Terra Santa: con tutta probabilità si unì ai rinforzi delle città italiane, mandati da Onorio III, e raggiunse frate Elia, che era stato inviato in Oriente dal capitolo del 1217, e che durante la sua permanenza era riuscito ad ottenere che entrasse nell'ordine Cesario da Spira, una personalità preminente, un uomo di cultura universitaria di alto livello. Francesco dovette arrivare a Damietta quando l'assedio della città era nella sua fase iniziale. Ne parla Giacomo da Vitry, nella sua lettera VI, dando l'impressione del sopraggiungere di qualcuno sconcertante, se non addirittura importuno (Manselli, San Francesco, Bulzoni, 1980, p. 223 e sgg.). Giacomo da Vitry è sorpreso dalle conversioni al francescanesimo di alcuni suoi più stretti collaboratori, e così scrive: l loro maestro, che fondò quell'ordine, essendo venuto nel nostro esercito acceso di zelo di fede, non ebbe paura di passare all'esercito dei nemici e, avendo predicato la parola di Dio ai saraceni per alcuni giorni, non ebbe grandi risultati. Il sultano, però, re dell'Egitto gli chiese in segreto di domandare in suo nome, al Signore che, divinamente ispirato, potesse aderire alla religione che maggiormente piacesse a Dio."


Un'eco precisa di questa presenza del Santo in campo avverso si troverebbe nella biografia di un teologo e giurista egiziano, Fakhr ad-din al-Farisi, allora vecchissimo, ma assai famoso in quegli anni come "direttore spirituale e consigliere di al-Kamil". In quest'opera egli ricorda la discussione che, come sapiente arabo, avrebbe avuto con un monaco cristiano, alla presenza appunto del sovrano (Manselli). In Le crociate viste dagli arabi (Torino, 2002, p. 298), Amin Maalouf nega, tuttavia, che fonti arabe a sua conoscenza riportino quest'episodio. 



Il Sultano del Cairo
aveva però una mente aperta, attenta ai problemi dello spirito, ed era un abile politico. Fece delle proposte ai cristiani, disposto a cedere non soltanto Gerusalemme, ma anche il territorio della Palestina ad ovest del Giordano nonché la Vera Croce (Maalouf, op. cit., p. 247). Da parte sua, anche Giovanni di Brienne era disposto ad un accordo. Vi si oppose l'improvvido e confusionario legato del papa, il cardinale Pelagio".

Aprendo "un'altra botola", sempre su internet, abbiamo trovato altri spunti  e conferme nella prolusione del gennaio 2002 della Prof.sa Chiara Frugoni "Chiesa e Islam all’epoca delle Crociate. L’incontro di S. Francesco d’Assisi con il sultano d’Egitto" (vedi allegato), da cui prendiamo alcune considerazioni:

"Verso il 1218 si ha la quinta Crociata e Francesco ha questa idea straordinaria. Dobbiamo pensare cosa volesse dire arrivare da Assisi in Terra Santa, un viaggio infinito. Lui parte e va nel campo dei crociati e dice: voi che siete cristiani, uccidete!! Cerca a lungo di convincere i crociati ma non ci riesce. E allora con una mossa straordinaria va dal nemico, dal Sultano. Le prime fonti francescane dicono pochissimo. Sappiamo che Francesco è stato un anno intero dal Sultano e sarebbe rimasto anche di più. Dobbiamo immaginare che abbia percorso in lungo e in largo la Terra Santa. Torna semplicemente perché un suo frate in maniera estremamente avventurosa riesce a raggiungerlo e dice a Francesco: "guarda che il tuo Ordine si sta dividendo, torna, altrimenti è una catastrofe." [...]



"Per tornare a Francesco ed al Sultano, quando Tommaso da Celano ne parla, racconta quel che vi ho detto finora. C’è una tavola, l’unica rimasta, in Santa Croce a Firenze, dove si vede che Francesco parla al Sultano e ai musulmani che l’ascoltano rapiti; una predica attenta.


Invece Bonaventura racconta quello che tutti noi vediamo ad Assisi: Francesco arrivato dal Sultano propone una sfida: fai andare in un grande fuoco i tuoi sacerdoti e ci vado dentro anch’io. Se loro saranno bruciati, vuol dire che la vostra fede non va bene, se io sarò bruciato, vuol dire che va bene. Lo stesso Bonaventura dice che questa fu una proposta di Francesco. Quando però andate ad Assisi, vedete il Sultano e i suoi sacerdoti in fuga e Francesco che sta per entrare in questa grande fiamma... che non è mai esistita, perché non c’è stato mai questo confronto. Bonaventura sta ormai nell’ottica tipica della lotta contro l’eretico: bisogna sconfiggere il nemico e possibilmente mandarlo al rogo. Era l’idea che portava avanti la Chiesa, soprattutto con il tribunale dell’inquisizione.

Francesco ha ancora un’altra cosa riguardo al problema delle Crociate: il Presepio di Greccio che è la sconfessione delle Crociate, un’altra delle risposte tipiche di san Francesco che non attacca la Chiesa, ma propone una cosa molto diversa e in un certo senso molto polemica.
Tornato dall’incontro col Sultano, chiede ad un devoto di preparargli sulla montagna a Greccio il bue, l’asinello e del fieno.
Il sacerdoteFrancesco era solo diacono - celebra la Messa poi Francesco predica in un modo così infiammato del bambino di Betlemme nato in povertà assoluta, Dio incarnato per amore, con una tale forza di trascinamento che ad un devoto sembra che Francesco si avvicini alla greppia e sollevi un bambino morto che riapre gli occhi
!"

> Che cosa è questo racconto anche da parte di Tommaso da Celano
? <

Si domanda nel Suo intervento la Prof.ssa Frugoni,  e conclude:

"Quel che Francesco vuole dire che è inutile andare in Terra Santa per liberare i luoghi santi, che Betlemme può essere ovunque, anche a Greccio, purché Cristo sia nel cuore. Quello che Francesco fa è riaprire gli occhi di questo bambino morto, cioè riaprire nel cuore dei fedeli, quell’amore per gli altri che era assolutamente morto. Quindi l’invenzione del presepio mi sembra sia proprio la risposta di Francesco alle Crociate. L’essenziale non è sconfiggere, uccidere; al contrario, è far rivivere

"il messaggio di Cristo"

Quel che è straordinaria è l’idea che Francesco ha avuto di andare, e per prima cosa parlare con i crociati, poi con gl’infedeli, e predicare in una maniera tutta diversa da quella che la Chiesa di solito faceva, e poi di ritornare cercando di far capire come fosse completamente inutile quello che si stava facendo e che produceva solo odio."

Una sola radice condivisa poteva infatti accomunare i due campi avversi: Il Gesù dei Vangeli, e Quello stesso del Corano. Il comune messaggio di "pace e bene", che riunisce i popoli della terra in una sola "Ecumene". Tutti insieme in un'unica civiltà: ieri come oggi, insoluto problema della convivenza pacifica dei popoli.

Francesco sapeva molto bene quel che voleva e ciò che faceva. La sua missione di pace sovrastava ogni capacità d'ordinaria comprensione da parte dei fautori della crociata. Elia Francesco, che poi lo raggiunse, ambedue armati della sola Fede,  portavano nel mondo musulmano "la parola sacra d'un Dio universale", messaggio che venne compreso e accettato dal Califfo.

Il Sultano del Cairo -come non dice la cronaca richiamata- aveva dimostrato di possedere senz’altro una mente aperta, attenta ai problemi dello spirito, ed era un abile politico, ma era soprattutto un

"Maestro Sufi"

"un  massone d’oriente iniziato all’arte regia"

, cosa che consentì di creare tra di loro rapporti più intensi, in quanto, secondo molti elementi, sia Francesco che Elia dovevano appartenere o avere forti legami con

"la fratellanza massonica"

A tal proposito abbiamo trovato un'altra < botola segreta > , in un libro di recente pubblicazione "il santo dal Sultano", di John Tolan, ed. Laterza, che parla dell'incontro tra il Sultano e Francesco e di "due bacchette" e di un "corno d'avorio", regalati dal Califfo a Francesco, > oggetti < che si trovano nella teca nella "Cappella delle Reliquie" nella Basilica Inferiore,
a differenza della coroncina,  il piccolo rosario, composta di 29 acini

>17 di ebano e 12 di ambra <

ritrovati in fondo al sarcofago, appena sotto > i tre oggetti simbolici < posti sotto i piedi di San Francesco


Significato  simbolico della coroncina con 29 grani

Gli stessi periti ritennero trattarsi di una > corona < anche se , dato il tempo di permanenza in un locale molto umido per le infiltrazioni piovane, > il filo < che le teneva unite, si era progressivamente deteriorato fino a vanificarsi.


La coroncina potrebbe essere un piccolo rosario usato personalmente da Francesco per pregare o battere il tempo nel canto di mantra in base alle

< 29 formule >

apprese durante il suo soggiorno in Palestina alla corte del Califfo di Egitto. e pubblicate in un libro di Rudolf von Sebottendorff.

la pratica operativa della Massoneria Turca”


Queste segretissine 29 formule secondo  la tradizione mussulmana il Profeta Maometto, allora trentenne, le avrebbe ricevuto da Ben Chasi, un vecchio eremita senza età, venerato come un Santo, che viveva in una grotta non lontano dalla Mecca. Poco dopo, l’eremita morì e Maometto assicurò a sua volta l’insegnamento del segreto di queste formule in un circolo composto dai suoi intimi.

Abou Bekr, primo Califfo, ereditò sia la tavoletta che la conoscenza, che, dopo la morte del Profeta, continuò a diffondersi in un gruppo sempre molto limitato. Allo scopo di difendersi da ogni tipo di perdita di queste formule, il Profeta le distribuì nel Corano secondo una chiave ben precisa.

Questa chiave è conosciuta e le formule sono contenute nel Corano in 29 sûre, cosa che permette, in ogni momento, di ricostruire il metodo. Le formule inserite nelle 29 sûre sono quattordici combinazioni della vocale “A” con una o più consonanti. Ogni formula va "cantata"per un certo numero di giorni per un periodo di 25 mesi lunari, meno tre giorni, durante i quali, quelli che si consacrano agli esercizi , non si occupano di altro. Conoscere la precisa localizzazione delle 29 sùre non consente in alcun modo di comprendere

< il segreto significato esoterico >

essendo indispensabile apprendere la giusta tonalità e il corretto timbro con cui vanno "cantate", apprendimento che solo i veri adepti (vedi i Califfi) sono in grado di trasmettere ed insegnare.

Francesco nel suo viaggio in Egitto ottenne dal Califfo Al Malik, nei dieci giorni di permanenza nella sua tenda, l’identico insegnamento, che Rudolf von Sebottendorff ,apprese nel suo soggiorno in Turchia e , una volta tornato in Germania,trasmise a sua volta agli adepti della sua Loggia, la famosa e famigerata Thule, tra i quali c'era Hitler, Hess, Goring.


John Tolan, del libro citato,pag 333, riporta il pensiero di Idries  Shah, che ritiene che Francesco fosse stato iniziato al sufismo in Francia, e fosse entrato nella tenda come "novizio", uscendone dopo 10 giorni come

> Maestro Sufi <

Non fu quindi Francesco a "convertire" il Sultano, come ha cercato di sostenere l'agiografia ufficiale, ma questi a riconoscere le qualità iniziatiche di Francesco, a cui trasmettere l'insegnamento del Profeta e dei Grandi Maestri Sufi, come Rumi, le cui poesie assomigliano molto a quelle dell'Assiate.

Il Califfo dette a Francesco alcuni > simboli < che sono stati considerati dei semplici anche se un pò strani "regali", ma che in realtà mostravano ai mussulmani d'oriente che Francesco era "Uno di Loro"

> un Maestro Errante <

, come i pellegrini Sufi, che avevano l'abitudine di girare per i villaggi, raccontando ai bambini, che correvano ad accoglierli ,delle storie legate ad un personaggio mitico chiamato "asrudin", che appare come "il fesso del villaggio", che tutti prendono in giro, ma dietro il quale si nasconde un saggio che, attraverso metafore e fiabe, insegnava regole e comportamenti reciproci da seguire per una buona convivenza.



Spesso il Maestro Sufi vestiva una tonaca piena di toppe colorate per nascondere i buchi e Francesco aveva l'abitudine di girare con "saio pieno di toppe", chiamando a raccolta  i suoi frati al suono del corno d'avorio, offertogli dal Califfo d'Egitto, insieme alle bacchette che usano i Muezzin, battendole tra di loro, per invitare al silenzio chi fa rumore durante la predica.
Il "Muezzin" è colui   che dall'alto dei minareti ricorda ai fedeli musulmani l’appuntamento con le preghiere quotidiane prescritte dal Corano. Cinque volte al giorno, dall’alba fino a tarda sera.

Francesco dovrebbe aver ricevuto dal Sultano anche

> un saio bianco  <

che lui probabilmente indossava  come salvacondotto durante le peregrinazioni in Palestina insieme al > corno d'avorio < attaccato alla cintola.
Alcuni storici attribuiscono il dono del Saio alla nobildonna romana Jacopa dei Settesoli.



Ed in questo suo peregrinare per i luoghi santi sembra che abbia aperto la strada agli altri confratelli  per fondare  i conventi e gli ospizi francescani sul Monte Sion, a Gerusalemme, a Betlemme, a Nazareth ed al Santo Sepolcro, la cui custodia è  fin da quel lontano 1220 affidata appunto ai francescani, come conferma del resto l'ambasciatore francese in Palestina, il famoso scrittore francese Chateubriand, che nelle sue "memorie d'oltretomba", racconta di aver trovato  dei documenti originali che confermerebbero  la fondazione del convento a quel periodo storico e la loro nomina a custodi.

Chateubriand a quanto riferisce John Tolan a pag. 296 del libro citato, riceve dai francescani, che lo ospitavano nel loro Convento "un onore che non aveva né domandato, né meritato".
Nel suo libro "Memorie d'oltretomba" Chateubriand evoca spesso il nome di Francesco "mio > Patrono in Francia <  e mio >albergatore al Santo Sepolcro< che visitò" (ed, Longanesi, Milano vol.3, pag.483), ma riferisce di un'incredibile iniziazione ai "Cavalieri del Santo Sepolcro" (1122),  eseguita con

> la spada <

di "Goffredo di Buglione" dal > Custode francescano < dei Luoghi Santi

> l'unico <

a cui è riconosciuto "il diritto" ad introdurre "nuovi membri" nell'Ordine.
Secondo l'ambasciatore francese in Palestina gli venne data l'investitura a Cavaliere - guardiano del Luoghi Santi con> un rito < che può essere accostato secondo John Tolan a quello al quale aveva partecipato Nompar de Caumont nel 1419 e anche ad altri occidentali, come il console inglese nel 1856, a cui venivano mostrate anche gli speroni di Goffredo di Buglione, conservati ancora oggi nella Chiesa del S. Sepolcro a Gerusalemme.

L'Ordine dei Francescani ha quindi nel suo seno dei veri > Cavalieri del Santo sepolcro < fin dalla fondazione del Convento nel 1218 ad opera di Frate Elia, appositamente inviato in Palestina a tale scopo e che preparò la sua venuta  non certo per convertire, ma per ottenere il rispetto e la tutela dei Luoghi Santi, compito assolto per oltre 700 anni., cosa del resto confermata non solo da diversi autori francescani e non, che sostengono che il Sultano Malik al Kamil aveva dato la custodia dei Luoghi Santi in occasione della visita del Santo.

Gli stessi legami di spirito iniziatico doveva averli certamente anche Federico II, che nel 1228-29 portò a temine la missione di pace di  frà Francesco e di frà Elia riuscendo a ottenere, senza spargimento di sangue, la cessione di Gerusalemme, Betlemme e Nazareth, grazie a un abile accordo politico e diplomatico con al-Kamil, che pure sollevò  in entrambi i fronti una tempesta d'indignazione nel mondo arabo, ma anche in quello crociato, tanto da  costringere Federico II a intervenire drasticamente con la forza delle armi, impiegate contro gli alleati e non contro gli acerrimi avversari di sempre, cosa che dovrebbe far riflettere.

Queste sono "le analisi al contrario", che non  si ritrovano certo nella storiografia ufficiale, perché gli avvenimenti,  appunto, vengono sempre letti e interpretati  "nel verso giusto", quello dei "vincitori", ma che, se ri-letti nel modo corretto, quasi sempre forniscono nuovi elementi decisamente discordanti dalla "verità" propugnataci dagli storici. Soprattutto  forniscono indizi importanti sui "reali rapporti" instauratisi  tra Francesco, Elia e il Califfo d’Egitto, e poi con lo stesso Federico II.

Se infatti si esaminano da un’altra prospettiva i rapporti instaurati da  Francesco e da Elia con Federico II e con il sultano di Egitto Malik el-Kamil, si comprende che si trattò di un vincolo intimo e profondo, di un rapporto di amicizia e di fratellanza spirituale ed esoterica, che li teneva  profondamente ed indissolubilmente uniti tra di loro, come abbiamo cercato di mettere in evidenza negli altri capitoli dedicati a questo emblematico "rapporto diverso, troppo diverso", da quello "raccontatoci" dalla agiografica storiografia ufficiale.

Troppe sono, infatti, "le coincidenze" che stanno a indicare come Francesco non fosse solamente "il poverello" di Assisi, né Elia semplicemente uno "scomunicato" e Federico II "l’Anticristo dell’Apocalisse".

Il Calzolari, nel libro da tempo sparito ed introvabile, [1] fa giustamente notare che:
"il nodo occulto che lega queste tre figure è senz’altro lungi dall’essere sciolto in maniera definitiva", anche grazie a coloro -come è avvenuto del resto per Celestino V e  per la Basilica di Santa Maria di Collemaggio- che, con innegabile solerzia nel corso della storia, si dettero da fare affinché sparissero documenti e manoscritti, oltre ad oggetti consacrati e importanti e insostituibili reliquie."

Per comprendere la vera natura e qualità dei rapporti tra Francesco ed Elia e tra di loro con l’imperatore Federico II e con il Sultano di Egitto Malik el-Kamil, sarebbe  indispensabile  ricostruire la loro storia e il succedersi degli eventi, distorti e nascosti dopo tanti secoli di oscurantismo e di voluto mimetismo storico (così afferma P. Dallari nella suo libro dedicato alla figura di Elia, non a caso intitolato Il dramma di Frate Elia, Milano, 1974).  Ma questo non è certo il nostro compito.

Crediamo, invece, che "una lettura massonica" degli eventi a 360°, senza preconcetti  e prevenzioni di parte, possa forse far accettare, visti i tempi che corrono e l'assoluto dispregio che ha l'opinione pubblica per l'appartenenza ad Obbedienze massoniche, questa notitia criminis .

Scoprire che "frà Francesco" e frà Elia erano "forse" dei "frà Massoni" farebbe finalmente scivolare "la storia dei Massoni d’Italia" non più da "Garibaldi", sempre ed unicamente citato  come esempio imperituro di un vero e grande "Massone", ma finalmente di almeno 8 secoli fino al 1200  per incontrare due "cavalieri della Luce", due veri "guerrieri dell’arcobaleno", sicuramente due "Elefanti Bianchi", come "Malik", l’elefante ricevuto in dono da Federico II da parte del Califfo di Egitto e che, non a caso, portava il Suo nome.

In realtà,  ce ne vorranno sicuramente molti, molti altri di anni perché questa "verità", difficilmente confutabile, appaia nuovamente nello "Specchio della Storia", permettendo di rileggere con diversa prospettiva ed angolatura "i gesti" compiuti da frà Elia quel 25 maggio 1230, data alla quale, sempre per un caso fortuito, mi unisce un altro legame altrettanto intenso e profondo, ricorrendo l’anniversario della nascita di mia figlia Eleonora, alla cui Tesi di laurea "Corpo, Mente, Cuore, nuove sinergie nella formazione contemporanea" mi sono tanto ispirato nell’articolare questo Sito e con la quale sto lavorando da tempo su un progetto comune > scrivere a due mani un libro "Alla scoperta dell’intuizione", i cui primi  indizi, appena abbozzati, sono allegati al capitolo dedicato alla "Massoneria iniziatica" e che vorremmo intitolare, appunto, "Un innocente condannato al carcere a vita".

La stessa condanna è capitata a frà Elia, che si è assunto la responsabilità di un delitto mai commesso, facendosi condannare all’esilio e all’oblio, pur di non rivelare dove  e perché aveva nascosto "la prova" della sua innocenza.

La cosa incredibile è che la sua condanna non verrà mai annullata, perché altrimenti si scoprirebbero i veri responsabili del misfatto storico perpetrato ai Suoi danni.

Ciò non ci impedisce  di analizzare nuovamente "le nuove prove", riesaminando proprio il significato delle operazioni rituali svolte da frà Elia quel fatidico giorno e di quello,  altrettanto simbolico, delle 12 monete d’argento e dei 12 acini d’ambra > dodici < come i 12 torrioni semicircolari di pietra rossa che girano tutt’intorno alla chiesa e che si staccano nettamente dalla cortina bianca.

Dodici,
che non è altro che la somma del "cinque" con il "sette", che, nel linguaggio mistico esoterico, è l’esempio dell’Ordine Cosmico, dove  "l’uomo microcosmo" (il cinque) si incontra con "il Cielo Macrocosmo" (il sette) nella visione della Gerusalemme celeste, fornita di 12 porte e di 12 pietre preziose, che sormontano l’entrata.

Ma  forse il significato più pregnante del messaggio in codice, lasciato ai posteri da frà Elia a sua discolpa, lo chiarisce molto bene frà Prospero Calzolari, anche lui > un massone < , forse non praticante, ma sicuramente di spirito, come tanti indizi sembrano confermare, non ultimo la scelta di affidare l’introduzione del Suo libro, da noi tante volte richiamato, ad Alberto Cesare Ambesi, fratello anche Lui di provata fede massonica, passato da tempo all’Oriente eterno, i cui scritti ancora oggi, a tanti anni di distanza dal suo distacco terreno, restano sempre di stimolo e di incoraggiamento a proseguire il cammino di conoscenza intrapreso.

Ci consenta quindi  frà Prospero di riprendere ancora una volta i suoi rilievi:

"Questi oggetti, pregni di  significato, legati alla complessa simbologia ermetico-alchemica, non si esauriscono come tali, anche perché frà Elia fece in modo che la testa del santo poggiasse su una "pietra angolare" che, secondo il simbolismo tradizionale, non è altro, per la sua forma quanto per la sua posizione, che la rappresentazione simbolica del principio che "la pietra d’angolo" deve diventare "la testa d’angolo" che resta l’unica nell’intero edificio e che  "trova il suo posto alla fine della costruzione".

Concetto espresso dal Salmo 117, il quale recita testualmente: "La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo; ecco l’opera del signore: una meraviglia ai nostri occhi"


"la pietra angolare ", posta da Elia segretamente > sotto la testa di Francesco < , indica che "il  Suo percorso iniziatico si era compiuto," seguendo un itinerario che lo aveva portato a poggiare il capo sull’ "occultum lapidem", sulla pietra angolare, "sull’ultima pietra", in realtà > la prima < , secondo frà Elia, che vedeva in Lui "la pietra filosofale", novello Cristo ed Asse del mondo, il quale con il Suo avvento aveva compiuto l’Opera, aprendo il mondo alla nuova "Età delle Spirito", vaticinata da Gioacchino da Fiore, che, secondo i dettami della mistica ebraica, utilizzava "i simboli" come rappresentazione della "Verità".

"Se questo è > il significato segreto < di questa pietra angolare, si comprende meglio il motivo che portò frà Elia a scegliere la località denominata allora "Colle dell’Inferno" come luogo per l’erezione della Basilica ed a cambiarne il nome in "Colle del Paradiso". Dovette certamente avere in mente le parole di Matteo (XVI, 18):"Tu sei Pietro, e su questa pietra costruirò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno su di essa".

"Ma l’ispirazione a costruire la Basilica di Assisi sul "Colle dell’Inferno", da Elia poi ribattezzato "Colle del Paradiso", gli  fu data dallo stesso Francesco, il quale aveva detto che "un giorno quel colle sarebbe diventato "Ingresso del Paradiso" (vedi P. Benoffi, Compendio di Storia minoritica, Aggiunta, p.355) > "Porta Del Cielo", ovverosia "Ianua Coeli". Una coincidenza o piuttosto un chiaro riferimento "ai tre stadi dell’Opera", secondo una visione per cosi dire "dantesca" (la risalita al Paradiso attraverso Lucifero).

"Anche la triplice struttura della Basilica -fa rilevare Calzolari- induce ad identiche conclusioni. Infatti la suddivisione della stessa tra Cripta, Basilica inferiore e Basilica Superiore si ricollega al "cammino iniziatico", che dalla decomposizione della carne conduce, attraverso il graduale processo di purificazione, alla gloria dei cieli a "rivedere le stelle", concetto che riassume in sé il significato esoterico della condizione spazio temporale, in cui si trova l’uomo che deve sperimentare la vita e le sue prove al fine di spogliarsi delle sue impurità terrene e raggiungere la perfezione".

Quest’analisi  di Calzolari ci consente inevitabilmente di dare > una lettura diversa < del Francesco tramandatoci da Bonaventura, di cui non ci sentiamo di condividere le scelte, anche se motivate e giustificate dal particolare momento storico e dall'assoluta necessità di preservare intatto il movimento francescano, roso dalle divisioni  e dall'incompresione del messaggio originale di Francesco, di cui ognuno  ormai si credeva capace di interpretare e di seguire l'esempio.

Francesco aveva mantenuto volutamente il suo stato laico, non prendendo, come è convinzione di molti, "i voti" e quindi non celebrando messa in qualità di "sacerdote". Si veda in  proposito il racconto sulla cerimonia del "presepe".

Aveva invece molto probabilmente preso "i voti da templare", comportandosi per tutta la vita da "monaco-guerriero" di pace e non di guerra.

Fu il primo e solo fondatore dell 'Ordine del Frati Minori, come De Paynes lo fu per l'Ordine del Tempio, e non a caso ha scelto come simbolo il "Tau" e non  la Croce, pur credendo con la stessa dedizione e fermezza in Gesù di Nazareth, tanto da rivivivere sul suo corpo la stessa passione  e la stessa "via crucis", primo stimmatizzato d'Italia.

Dai suoi atti e comportamenti si desume che seguì un preciso "percorso iniziatico laico", seguendo una metodologia tipica di gruppi esoterici, come comprovano non solo i simboli lasciati sulla pietra, ma soprattutto quelli lasciati da Frà Elia intorno al suo corpo, valutazioni che lasciamo a coloro più preparati ed esperti in materia simbolica .
A noi piace terminare questa analisi richiamandoci all’ allegoria del Graal e dei cavalieri della Tavola Rotonda.
Graal deriva da sangraal, ovvero "sangue reale", il sangue che ha il potere di purificare i peccati del mondo e giungere a contatto con le sfere divine.

Il sangue, lo spirito di Francesco era certamente  "reale" e "purissimo" e per questo andava  conservato in "una coppa reale", ma non "d'oro", né di  pregiato "cristallo".



Frà Elia raccolse questo sangue in una "Coppa di Pietra", perfettamente levigata proprio sotto il Suo

"Paradiso"

lasciando che i suoi resti mortali continuassero ad essere fonte di quella inesauribile "energia divina", di  quella potente energia che la santa reliquia continuava a emanare in tutta la Sua intensità, mantenendola indenne da contatti negativi ed impuri.

Questa crediamo sia la vera ragione della strenua difesa e del pervicace occultamento di questo magico Sito, anche perché frà Elia aveva mostrato di avere poteri di chiaroveggenza -sapeva leggere il futuro come il più famoso  Nostradamus- e molto probabilmente aveva potuto assistere, dal lontano Medioevo,  alla mercificazione  che sta avvenendo ai resti mortali di un altro povero ed umile fraticello.

Sembra proprio che i Frati del Santuario di San Giovanni Rotondo si siano dimenticati il messaggio di San Francesco e  di Padre Pio, fondato sulla povertà assoluta e sulla semplicità. Forse avrebbero dovuto  prendere esempio da frà Elia e da Papa Gregorio IX, che ne aveva perfettamente compreso la scelta, rispettandola e tutelandola, come tutti gli altri Papi, che lo hanno seguito fino al 1818.

avv. Giovanni Salvati

Un uomo non può cambiare il mondo
ma può diffondere un messaggio  
che può cambiare il mondo



Chiesa e Islam all’epoca delle Crociate..doc il 12/set/2009 12.29 da Giovanni Salvati (versione 1) 
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Allegati (3)

[1]  Prospero Calzolari, Massoneria, francescanesimo e Massoneria, ed. Sear.

(2) Resoconto apertura Tomba San Francesco nel 1818

http://www.fratellofrancesco.org/www.fratellofrancesco.org/pdf/tomba_1818.pdf

(3) Immagini della ricognizione dei resti mortali di San Francesco

http://www.tv2000.it/blog/2015/09/27/le-immagini-della-ricognizione-dei-resti-mortali-di-san-francesco-dassisi/

(4) Ritrovata la tomba di san Francesco

http://www.fratellofrancesco.org/www.fratellofrancesco.org/pdf/tomba_1818.pdf