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CODEX FRATE ELIA

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Frate Elia, durante la cerimonia, in cui i resti mortali di San Francesco vennero trasferiti nella Basilica di Assisi, decise di procedere alla tumulazione senza testimoni.
Chiusa la porta dall’interno, fece trasportare, con l’aiuto di alcuni fedelissimi, il corpo del Santo nella "cripta", all’uopo predisposta sotto il Santuario, di cui nessuno conosceva l’esistenza tranne i maestri che avevano diretto i lavori e le maestranze utilizzate, che erano state però tutte liquidate e fatte tornare ai loro paesi d’origine.
Elia -così raccontano le cronache- allontanati i presenti e restato molto probabilmente solo alla luce della "strana posizione e valenza simbolica degli oggetti" ritrovati intorno al corpo, provvide, con un lungo e meticoloso lavoro, ad occultare nella roccia le spoglie mortali di Francesco, che vennero restituite alla venerazione ed esposte al pubblico solo seicento anni dopo, nel
1818.
Egli pose infatti intorno alle sacre reliquie una serie di oggetti simbolici, legati al numero di "dodici", seguendo -crediamo - un preciso e antichissimo rituale, appreso probabilmente durante il suo soggiorno in Egitto ed in Siria. Pensiamo infatti che abbia assunto a tutti gli effetti il ruolo del Gran Sacerdote dell’antico Egitto, a cui, unico, spettava il compito di porre intorno alla mummia del Faraone gli oggetti scelti per prepararlo al viaggio verso l’oltretomba.


 

 

 

http://www.fratellofrancesco.org/www.fratellofrancesco.org/pdf/tomba_1818.pdf

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questi oggetti sono stati ritrovati e recuperati solo nel 1818/19 all’apertura della tomba, autorizzata in via non ufficiale dal Papa Pio VII, ma non sono stati assolutamente "compresi" nel loro profondo significato simbolico.

Gli oggetti ritrovati - secondo vari resoconti storici - sono stati ritenuti delle semplici > offerte < introdotte da fedeli durante e dopo la tumulazione, facendoli passare attraverso i piccoli fori della grata superiore, che copriva la teca di travertino aperta

L'unico
invece che può a averli messi è Frate Elia, alchimista, che non li ha lasciati come ricordi di oggetti appartenuti al Santo, ma crediamo abbia voluto dare ad ognuno un preciso significato esoterico:

> la pietra angolare bianca con una striscia rossa nel mezzo?
> le dodici monete d'argento?
> l'anello d'argento con l'effige di Minerva in pace ?
> il frammento di ferro?
> il gambo di una spiga di grano?
> la coroncina di 12 grani di ambra e 17 di ebano?

Alcuni di essi sarebbero rimasti custoditi fino al 1978 a Roma nella Basilica dei SS XII Apostoli, ma, come al solito, nessuno fa il benché minimo cenno né alla loro natura, né tanto meno alla > posizione < in cui erano stati diligentemente posti da frate Elia intorno e sotto il corpo, come "la pietra angolare", su cui si ritiene poggiasse il capo del Santo, pietra che, unitamente alle 11 (+ 1 ?) monete d'argento ed una statuetta d'argento, sono custoditi in una teca nella "Cappella delle Reliquie" realizzata nella Basilica Inferiore, utilizzata, in origine, da "sala capitolare" del Convento.

Tra gli oggetti ritrovati figuravano anche

< 11 monete d’argento + 1 >

> Tre <

furono individuate subito il 28 gennaio 1819, durante la Terza sezione del Processo di identificazione, perchè poste in evidenza sul fianco sinistro

> Otto <

vennero recuperate al momento di estrarre le ossa e la polvere che le ricopriva, il 29 gennaio 1819.

> la dodicesima <

fu individuata solo dopo due anni dalla scoperta e dall'apertura del sarcofago. Riesaminando infatti i frantumi delle ossa di San Francesco il 15 novembre 1820 i periti trovarono anche quest'ultima monetina (Vedi Isidoro Gatti: " La tomba di San Francesco nei secoli" pag.267, nota 140. Dal libro edito dalla Casa editrice francescana sono state tratte le immagini delle 11 monete e della tomba).

La 12° moneta non risulta esposta, come le altre undici, nella teca della"Cappella delle Reliquie".




Non si sa dove sia finita e soprattutto > se fosse d'argento < come le altre 11 o di > altro metallo e conio < con simboli templari o legati in qualche modo all'imperatore Federico II, che avrebbero potuto indurre all'immediato occultamento, non lasciando > indizi < ritenuti compromettenti per l'immagine agiografica tramandataci del Beato, che non si aveva interesse a far confutare o a distorcere, come evidenziato da queste monete di uso corrente in quel periodo.



12 monete, lo stesso numero dei 12 acini d’ambra ritrovati insieme ai 17 chicchi d’ebano,che formavano una coroncina, ma dai resoconti e dai verbali non si sa quale fosse > la ripartizione < di questi 29 grani e quale > significato simbolico < avesse voluto dargli frate Elia.

La scelta delle monete di conio lucchese poteva essere dipeso anche dal disegno di > due torri unite da un ponte elevatoio < molto simile a


> Due Tau <


che potevano simboleggiare > due fraticelli < in cammino, frati che andavano infatti in giro sempre a due a due, come era consuetudine anche dei cavalieri templari.


Lo stesso dicasi per > il frammento di ferro < di 1 pollice e mezzo (cm 2,79) di lunghezza e di 1 pollice (cm 1,86) di larghezza, frammento grande come una moneta, ritrovato in fondo ai piedi, vicino all'anello ed ad "uno spillo rilucente", rilevatosi ad un successivo esame

"un frammento di paglia"


I resoconti parlano infatti di un ferro ossidato, spezzato in due al momento del ritrovamento per controllare di quale metallo fosse composto. Una volta che l'operaio, incaricato del recupero dei vari oggetti sparsi nel vano del sarcofago appena aperto, ebbe constatato trattarsi di un semplice pezzo di ferro ossidato, sembra sia stato buttato tra le macerie, senza essere controllato e inventariato.
Sembra che nessuno si sia di conseguenza preoccupato di conservarlo e di controllare se su una o su entrambe >le facce< di questo metallo vi fosse qualche segno o simbolo particolare, come in questi numerosi oggetti della stessa epoca, ritrovati durante scavi archeologici in alcune tombe di maestri comacini.



Stessa fine sembra abbia fatto "lo spillo rilucente", una volta scoperto trattarsi di un semplice > pezzettino di culmo < parte del gambo di una spiga di grano, caduto per caso tra i piedi del Santo e non posto > deliberatamente < da Frate Elia in fondo ai piedi accanto all'anello e al pezzo di ferro.




Simboli che avrebbero dato un preciso significato allegorico alle 12 monete d'argento, se, come sembra probabile, fossero state deliberatamente poste > sul petto < della salma di Francesco.
La scelta e la disposizione delle monete resta > un rebus < come del resto > il mistero < che avvolge la decisione di Frate Elia di collocare in fondo ai piedi di Francesco, uno accanto all'altro, un anello con l'effige di Minerva, un pezzo di ferro e una spiga di grano e subito dopo la coroncina con 29 grani, di cui solo in apparenza risulta oscura la provenienza e l'effettivo utilizzzo. Da un'indagine più a attenta ai riscontri storici si evidenzia infatti che la corona dovrebbe essere appartenuta a Francesco, che l'ha quasi sicuramente ricevuta in dono dal Califfo di Egitto Al Malik, insieme al corno e alle due bacchette d'avorio, al termine dell'incontro protrattosi per dieci giorni nella tenda del Sultano, che gli ha probabilmente insegnato come usarla.



Il destino della coroncina è apparso ai più altrettanto incomprensibile, non essendo stato volutamente identificato come > shuba < il rosario islamico sufico, la cui nascita risale a diversi secoli prima che appaia e venga utilizzato dai Cristiani. Proprio collegata al > dhikr islamico-sufico < è appunto la nascità, che avviene in ambito mussulmano e non cristiano, del > rosario < che solo > un mussulmano iniziato < come il Califfo di Egitto può a aver offerto a Francesco.
Infatti solo in epoca successiva, grazie proprio agli influssi islamici, la pratica e l'oggetto entrarono in ambito cristiano, ma questo piccolo, ma decisivo >elemento indiziario< non era conosciuto a coloro che ne erano entrati in possesso, né a coloro che ne erano i legittimi custodi, che acconsentirono che ne venissero distolti > 5 grani < per farne molto probabilmente delle preziose relique.
Orbene, anche se tale superficiale comportamento da parte dei cinque Delegati apostolici, responsabili della loro custodia e pertanto > gli unici < che potevano e dovevano decidere come conservarli e a chi consegnarli una volta catalogati, appare frutto di improvvisazione e di chiara insipienza, suscita non poche perplessità che si sia premesso un tale scempio e si sia preferito raccogliere i 24 grani rimasti in un reliquario e poi nuovamente riporli segretamente nella tomba senza lasciare alcuna immagine, ma soprattutto evitando con cura di individuare l'esatta posizione dei 12 grani di ambra e dei 17 di ebano e soprattutto decidendo di non rilevare < la natura sufica > del < rosario > e consentire cosi di scoprire lo schema, in cui erano stati infilati i 29 grani e l'effettivo utilizzo.

Si ha quindi la netta impressione che tale decisione sia stata assunta, forse già al momento del ritrovamento dagli stessi Delegati Apostolici e in tempi più recenti dalle più alte Autorità ecclesiastiche, le uniche che si potevano assumere una tale responsabiltà. La visione diretta dei 24 grani avrebbe aperto degli inesorabili varchi nel muro di omertà, mettendo più facilmente in luce che gli acini gialli e neri non potevano che comporre un > shuba < e che fosse usato personalmente da Francesco per le sue meditazioni giornaliere.

Una volta infatti che fosse stata individuata la natura, la funzione rituale e la provenienza si sarrebbe inevitabilmente collegato quest'oggetto alla ritualità praticata due volte al giorno, al mattino e alla sera, dai Maestri Sufi, che utilizzavano  lo shuba per ripetere per 100 volte i versetti coranici in rapporto all'unicità di Dio (Allah) e i suoi 99 nomi.
La coroncina, pur apparendo di chiara derivazione islamica, mostrava, per il numero e la colorazione dei 29 acini di essere piuttosto > un piccolo rosario sufi < e non un tipico un subha islamico, composto normalmente da 33 grani per consentire all'officiante di ripetere le 99 invocazioni dei nomi di Dio, toccandoli uno alla volta per 3 volte consecutive.

Durante il suo viaggio in Egitto, Francesco, grazie ai rapporti di amicizia e di fratellanza esoterica già instaurati da Frate Elia, che lo aveva anticipato di un anno, dovette stringere vincoli altrettanto stretti con la corte del Sultano, con i Maestri Sufi, ma in particolare con il Califfo, che lo aveva ricevuto e ospitato nella sua tenda, trattandolo non come un nemico, ma come "un amico fraterno".
Al- MaliK, quale discendente diretto del Profeta, aveva ricevuto, come a suo tempo Maometto, una tavoletta di metallo, sulla quale erano riprodotte le 29 formule delle quali il Profeta, allora trentenne, aveva appreso il significato da Ben Chasi, un vecchio eremita senza età, venerato come un Santo, che viveva in una grotta non lontano dalla Mecca.



Poco dopo, l’eremita morì e Maometto assicurò a sua volta l’insegnamento del segreto di queste formule in un circolo composto dai suoi intimi.
Abou Bekr, primo Califfo, ereditò sia "la tavoletta" che "la conoscenza", che, dopo la morte del Profeta, continuò a diffondersi in un gruppo sempre molto limitato.
Allo scopo di difendersi da ogni tipo di perdita di queste formule, il Profeta le distribuì nel Corano secondo una chiave ben precisa. Questa chiave è conosciuta e le formule sono contenute nel Corano in 29 sûre, cosa che permette, in ogni momento, di ricostruire il metodo. Le formule inserite nelle 29 sûre sono quattordici combinazioni della vocale “A” con una o più consonanti. Ogni formula va "cantata"per un certo numero di giorni per un periodo di 25 mesi lunari, meno tre giorni, durante i quali, quelli,che si consacrano agli esercizi, non si occupano di altro.

Conoscere la precisa localizzazione delle 29 sùre non consente in alcun modo di comprendere il segreto significato esoterico, essendo indispensabile apprendere >la giusta tonalità< e >il corretto timbro< con cui vanno "cantate", apprendimento che solo i veri adepti (vedi i Califfi) sono in grado di tramettere ed insegnare. Infatti i modi, i tempi e soprattutto la giusta tonalità, con cui va recitta ogni sùra erano quindi a conoscenza di un ristrettissimo numero di iniziati, che a loro volta le portavano a conoscenza solo a "fratelli sufi" ritenuti pronti e capaci di riceverle e di praticarle.

Francesco aveva mostrato di essere pronto e all'altezza di ricevere questo particolare insegnamento, ma, essendo cristiano, non aveva bisogno di praticare l'intero rituale, recitando i 99 versetti coranici. Era quindi sufficiente che apprendesse la giusta modulazione e i tempi in cui le 29 sùre andavano recitate.
Questo dovette essere il motivo che convinse il Califfo d'Egitto a regalargli per uso personale una coroncina con 29 grani. Se quindi, come appare plausibile, il > shuba < ritrovato in fondo al sarcofago sia uno dei doni offerti dal Califfo Al Malik > Maestro Sufi < discedente diretto del Profeta, s
orge spontanea una domanda:

San Francesco era a sua volta un Maestro Sufi iniziato all'insegnamento segreto trasmesso da Maometto?

Se, come appare difficilmente contestabile, la risposta non può che essere affermativa, forse questo è uno dei motivi che ha convinto le Autorità Ecclesiastiche a ritenere assolutamente necessario per preservare l'immagine agiografica - costruitasi nel tempo intorno al Patrono di Italia e a uno dei Santi più venerati dal mondo cattolico- far
sparire l'anello e la 12° monetina, ma soprattutto > la prova regina < rendendo irriconoscibile > shuba <> il piccolo rosario islamico sufico < dono di un acerrimo nemico della cristianità, che aveva mostrato di saper accogliere fraternamente da "vero mussulmano" <>" un vero e autentico cristiano"?

Lo stesso dicasi per il frammento di ferro e il filo di fieno anch'essi persisi nelle nebbie.

Solo il Vaticano potrebbe dare una risposta, ma sembra non abbia alcuna intenzione di far visionare i verbali autentici, né tanto meno far accertare > dove< e > perchè < sono stati custoditi tanto gelosamente > l'anello<> la 12 monetina <> i 5 grani < usciti dalla tomba, ma stranamente non trasmessi a Roma.
I residui > 24 <
- dai riscontri fatti da Isidoro Gatti - risultano essere rimasti conservati a Roma fino al febbraio del 1978 per essere poi > segretamente < riportati ad Assisi e reinseriti nuovamente nel sepolcro di San Francesco.
Risultano quindi sempre meno oscuri i motivi, che hanno indotto la Curia romana a
non esporli mai in pubblico e a riporli segretamente nella tomba
senza alcun riscontro fotografico?

da cuore a cuore

avv. Giovanni Salvati


Un uomo non può cambiare il mondo
ma può diffondere un messaggio
che può cambiare il mondo

NB: Immagini della ricognizione dei resti mortali di San Francesco

http://www.tv2000.it/blog/2015/09/27/le-immagini-della-ricognizione-dei-resti-mortali-di-san-francesco-dassisi/