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COLLEMAGGIO ALLO SPECCHIO



- Celestino V era veramente Il papa debole  ed infingardo dipinto da Dante nella Divina Commedia?
- La Basilica di Collemaggio va ri-costruita esattamente in stile mediovale?
- Questo Tempio del Signore può continuare ad essere una chiesa esclusivamente cattolica come tante altre?
- Questo Sito sacro deve tornare ad essere di tutti i credenti, a qualsiasi fede o razza appartengano?

Il terremoto del 6 aprile 2009 è stato un segnale ed un terribile avvertimento, che le menti ed più sensibili hanno recepito ed accolto nel cuore.
Se ne è accorta anche la Chiesa cattolica, che si è mossa immediatamente nelle forme e nei tempi che quest’evento ha richiesto e richiede a tutti coloro che hanno a cuore le sorti di quest’umanità ferita e lesa, come quella dell’Abbruzzo, nelle sue parti vitali, e altrettanto confusa sulle cure immediate, che non si possono certo limitare ad un sostegno esclusivamente economico per la ricostruzione dei tante edifici lesionati ed abbattuti da questo sisma, che ha sollevato il Gran Sasso di un metro ed ha prosciugato un lago.
Anche la Basilica di Collemaggio è stata colpita, ma non ciò resta dello spirito di Celestino, che sembra sia riuscito finalmente ad aprirsi un varco tra le macerie morali e spirituali, sotto le quali era stato seppellita da tempo immemore quella Chiesa Spiritualis, tanto agognata da Gioacchino da Fiore, che ne aveva predetto l’avvento dopo il 1260,  grazie all’opera di un Papa Angelicus, che molti ritennero di riconoscere proprio in Celestino V, dopo la rinuncia di San Francesco, che aveva scelto una via  mistica e solitaria, ritirandosi in preghiera sul monte Averna.

Celestino V, rimasto negli annali con l’infamante qualifica del “Papa del Gran Rifiuto”, un papa troppo scomodo, un “cristiano senza Chiesa” o meglio “un cristiano di tutte le Chiese” che aveva aperto il Tempio del Signore a tutti i credenti, a qualsiasi fede o razza appartenessero, e soprattutto a coloro che erano invisi e non accettati dal potere costituito o dalla Chiesa di Roma, seguendo l’identico atteggiamento e la stessa apertura mentale mostrate dai Templari, che tanto ispirarono Celestino, durante le crociate  indette dai vari Papi, succedutisi al potere, per liberare Gerusalemme, considerata il centro spirituale della cristianità, e toglierla ai miscredenti.

Una volta conquistata la città, i Templari mostrarono infatti di avere un profondo rispetto proprio per la fede di coloro considerati ”infedeli senza fede” dalla Chiesa di Roma, consentendo all’emiro Usama di pregare Allah nella loro Casa Madre, che altro non era che la vecchia moschea di Al Aqsa costruita sulle rovine del Tempio di Salomone difendendolo da chi cristiano voleva impedirglielo.

Molti avvenimenti sono stati volutamente invertiti per renderli incomprensibili. La storia di Celestino V e della sua Basilica vanno lette allo specchio, come nell’immagine che apre questo capitolo o nella sigla al contrario disegnata sulle “ambulanze

Se infatti si presta attenzione per la prima volta alla scritta apposta sul frontale delle ambulanze, all’inizio sembra di essere di fronte ad un rebus, perché appaiono scritte al contrario e non si riesce a comprenderne la ragione. All’inevitabile domanda che qualsiasi bambino ha rivolto ai suoi genitori, gli stessi sciolgono i loro dubbi, facendoli salire sulla macchina e indicandogli di guardare nello specchietto retrovisore quando si accorgono, dall’inconfondibile fischio, che sta sopraggiungendo un ambulanza e qual’è la loro sorpresa quando si rendono finalmente conto che riescono a leggere perfettamente la scritta "AMBULANZA". Ma il bambino spesso non si accontenta della risposta, che non la soddisfa completamente, perché non comprende il motivo di questo “trucco”, avendo percepito subito il segnale di lasciare libero il passaggio e il papà deve allora spiegargli che non tutti gli autisti sentono il fischio e questo segnale è proprio rivolto ai conducenti distratti, che non si accorgono del sopraggiungere del mezzo di soccorso con le sirene spiegate, accorgimento molto utile ed efficace soprattutto quando i rumori del traffico rendono particolarmente problematico percepire il messaggio sonoro di avvertimento dell’
A.  Z . N. A . L. U.  B. M.  A.


Ora Eddy ed il sottoscritto, semplici infermieri, inventori di questo Sito crediamo che il numero dei distratti su quanto è accaduto e sta accadendo all’Aquila stia aumentando, nonostante il fischio indefesso delle ambulanze, che portano via i feriti nello spirito e non solo del corpo, come è efficacemente mostrato in questa fotografia ci auguriamo “creata ad arte” durante il crollo delle torre gemelle l’11 settembre 2001.

Questa campagna di sostegno e di raccolta fondi per la ricostruzione della Basilica di Collemaggio e di tutti i monumenti e chiese seriamente danneggiate dal terremoto del 6 aprile 2009 si aggiunge alle tante già organizzate ed operative a pieno ritmo.
Cosa dovrebbe allora aprire il passaggio a quest’ ultima ambulanza, che sul suo frontale porta l’ultimo messaggio di aiuto, con l’indistinguibile scritta SOS COLLEMAGGIO.
Forse si comprenderà l’imprescindibile necessità di aiuto, se questo messaggio verrà letto al contrario, attraverso uno specchio, come facciamo al sopraggiungere di un AMBULANZA, perché solo rileggendo al contrario la vita e le opere di Pietro da Morrone, di Elia da Crotone e di Francesco di Assisi si può comprendere i motivi che hanno indotto la Chiesa cattolica cancellare dalla storia questi tre uomini e la svolta che avevano tentato da dare alla chiesa.

Ci sono tante, troppo contraddizioni in questa vicenda che la storia ufficiale non è riuscita a chiarire che  si è  guardata bene di approfondire, come del resto quella che lega strettamente ed indissolubilmente Celestino con gli altri personaggi di quest’intricatissima vicenda. Si dice  invero che da molte mezze prove non viene fuori una prova completa. Forse in questa controanalisi del succedersi degli eventi,che tanto hanno inciso sulla storia occidentale, non si potrà mai mettere il sigillo della verità, ma ci sono troppe” coincidenze”e tanti indizi che stanno ad indicare che:
- “Francesco” non fosse “il poverello” di Assisi, uno scemo del villaggio che parlava con i lupi e con gli uccelli, dando pacche a tutti, anche agli infedeli, gli odiati mussulmani, al grido "pace e bene”.
- ”Frate Elia” uno scomunicato senza arte né parte, che non ha mai seguito Francesco in Siria fondando conventi e monasteri e garantendo la custodia del Santo Sepolcro, ma soprattutto costruendo una Basilica, dove è riuscito a conservare intatte per oltre 600 anni le reliquie più preziose, a cui era legato Francesco, oltre ai suoi resti mortali.
- “Federico II” l’Anticristo dell’Apocalisse, che era riuscito ad fermare l’inutile genocidio delle crociate, ottenendo pacificamente il controllo dei Luoghi Santi, proprio ai rapporti di amicizia  e di fratellanza instaurati da San Francesco con il Sultano do Egitto, il Califfo MaiK. Al-Kamil e di frate Elia con il fratello Mu’azzam, Califfo di Damasco.

- “Celestino V” un inetto ed un incapace di svolgere il compito affidatogli, che in un solo mese era riuscito a istituire il 1° Giubileo, da lui chiamata “Perdonanza”, che Bonifacio VIII, con lettera del 18 agosto 1295 al Priore di Collemaggio, dichiarò di revocare, cancellare, cassare ed annullare, chiedendone l’immediata restituzione, che fu rifiutata dalla autorità comunali, essendo stata la "Bolla di costituzione” affidata alla Magistratura a tutela e custodia perenne.

Ma Celestino compì altre scelte altrettanto rivoluzionarie ed assolutamente inaspettate e decisamente contro i tempi:
a) pretese di essere eletto all’Aquila, rifiutandosi di andare a Rieti e tanto meno a Roma;
b) appena eletto,rimosse da Spoleto l’inquisitore francescano;
c) impose al Monastero di San Giovanni in Fiore - quello di Gioacchino da Fiore - un uomo di sua fiducia, tal frate Francesco;
d) esentò S. Spirito e tutti i monasteri del Suo Ordine dalla giurisdizione vescovile;
e) affrancò dalle decime i possedimenti dell’Ordine e li confermò;
f) deliberò che nessun Vescovo potesse obbligare i suoi monaci all’obbedienza, né impedire loro di edificare conventi, comminando addirittura l’interdetto a coloro che avessero cercato di  imporre ai monasteri dei Celestini la loro giurisdizione;
g) consentì all’Abate di benedire con rito pontificale e di assolvere i fedeli;
h) pretese che l’Abbazia di Montecassino divenisse “Celestina” da “Benedettina”;
i) sciolse Carlo II d’Angiò dall’impegno, che aveva precedentemente assunto, di lasciar liberi i cardinali di uscire dal suo regno;
j) nominò 12 cardinali nuovi, di cui 7 francesi e 5 italiani, tra i quali Tommaso d’Ocre e Francesco di Acri, ambedue appartenenti alla congregazione celestina;
k) Introdusse nelle modalità di elezione del papa anche la facoltà non prevista di rinuncia spontanea.

In questo modo Celestino V, su consiglio di Carlo, riequilibrò a suo favore il Sacro Collegio, dandogli una forte connotazione monastica benedettina. Il nuovo Pontefice mostrò di avere un’estrema fiducia in Carlo d'Angiò. Affidò in un primo  tempo nelle sue mani il controllo degli stessi cardinali,  nominandolo "maresciallo" del futuro Conclave e ponendo le basi per la ratifica  per la trattato tra Carlo d'Angiò e Giacomo d'Aragona, mediante il quale fu stabilito che, alla morte di quest'ultimo, la Sicilia sarebbe ritornata agli Angioini. Dietro ulteriore consiglio di Carlo d'Angiò, trasferì la sede della Curia dall’Aquila a Napoli, fissando la sua residenza in Castel Nuovo, dove fu allestita una piccola stanza, arredata in modo molto semplice e dove egli si ritirava spesso a pregare e a meditare. Di fatto il Papa era così protetto da Carlo, ma anche suo ostaggio, in quanto molte delle decisioni pontificie erano inevitabilmente influenzate dal Re Angioino.

Ma improvvisamente qualcosa cambiò ed i rapporti tra i due personaggi  si trasformarono radicalmente e da amichevoli  diventarono ostili, tanto da dubitare che la stanza preparata  per Celestino V fosse ad uso di ritiro e di meditazione, assumendo i contorni di una vera e propria prigione, come quella fattagli predisporre da Bonifacio VIII quando venne definitivamente imprigionato fino alla sua morte.

Riesaminando infatti da un diverso punto di vista la figura di Papa Celestino V e le scelte da lui fatte in quel brevissimo  periodo, che ha tenuto saldamente in mano lo scettro da Papa, si comprenderà che quello che ci è stato tramandato è molto diverso ai fatti realmente accaduti ed alle scelte fatti da alcuni dei più importanti personaggi di quel fondamentale periodo storico, tra i quali Frate Elia, letteralmente cancellato  dalla storia, anche se non eliminato fisicamente come Celestino, dallo stesso cardinale Benedetto Gaetani, appartenente ad una delle  più antiche famiglie nobiliari di Napoli, che aveva appoggiato la sua elezione e che lo convinse poi, fatto unico nella storia del papato, a dimettersi dopo appena  tre mesi dall’elevazione, avvenuta il 29 agosto 1294 all’Aquila. Comportamento strano ed incomprensibile non solo di Celestino V, ma dello stesso Carlo II d’Angiò, che era stato l’abile artefice della  Sua elevazione al soglio pontificio  e che lo aveva personalmente accompagnato a Napoli per incontrare proprio il cardinale Caetani, senza che nulla facesse trapelare questa drastica ed irreversibile decisione.
Ci sono tante, troppo evidenti discrepanze sulla  figura di San Pietro Celestino, essendo stata  data di lui un’immagine cosi contrastante con la verità dei fatti e la natura di questo personaggio, per secoli ricordato dalla storiografia vaticana come un debole.
Da un esame più accurato degli eventi di quel secolo in cui visse (XII secolo) la figura di umile e sprovveduto frate di provincia non corrisponde assolutamente alla realtà.

Celestino nasce nel 1215 da contadini poveri. All’epoca San Benedetto dei Marsi - dove è nato - si chiama Marruvium. Fin da piccolo si sente attratto per la vita benedettina. Nel 1231 veste l’abito, mostrandosi propenso a una vita ascetica ed eremitica. Per tre anni vive con un confratello in una grotta da lui stesso scavata nella roccia, sperduta tra i boschi, in totale isolamento, presso il monte Palleno. Qui inizia a predicare e a capire che la sua strada è sì l’eremitaggio ma anche il sacerdozio. Così si reca a Roma. Studia in Laterano e viene ordinato sacerdote da papa Gregorio IX che gli permette - come è suo desiderio-di proseguire la vita eremitica a Sulmona.

Alle pendici del monte Morrone il suo successo è dirompente. Centinaia di giovani lo cercano. Lui li accoglie, ma insieme soffre per l’impossibilità a isolarsi come vorrebbe. Così decide di rifugiarsi nella vicina Maiella dove, sulla parete dell’Orso, alla Ripa Rossa, trova un primo, inaccessibile, rifugio. Pietro si distingue però dagli altri eremiti, perché mostra di avere particolari poteri taumaturgici, che spingono sempre più persone a  cercarlo per lenire le loro sofferenze  Di qui è un continuo peregrinare per i monti, verso le più irraggiungibili caverne, sempre in fuga, sempre alla ricerca di sé stesso e di Dio nella solitudine.. Questa processione di pellegrini lo induce a spostarsi in luoghi sempre più impervi ed inaccessibili, finché si rende conto che non può più rifiutarsi di venire incontro a cosi tante richieste e soprattutto alla sempre maggiore promiscuità  con i numerosi eremiti che cominciano anch’essi a seguirlo nei suoi spostamenti ed a raccogliersi intorno a Lui , formando piccole comunità, che non possono vivere insieme in piccole caverne e spelonche, dato anche il clima rigidissimo. Nel 1264 fondò ”la confraternita dello Spirito Santo”, con regola più rigorosa di quella benedettina, fondata da Domenico di Guzzam nel 1215, che si distinse nella persecuzione degli eretici.

Vengono cosi costruiti i primi eremi in muratura, in cui di formano piccole comunità, fedeli all’ideale di San Francesco di Assisi, sostenitori ferventi e radicali della po­vertà evangelica,in aperto contrasto con i Minori francescani appartenenti alla corrente dei Conventuali, sostenuti dal Vicario Generale dell’Ordine dei Frati Minori, fondato da Francesco, frà Bonaventura da Bagnoregio, che  fin dalla su elezione , avvenuta nel 1247, aveva osteggiato questa corrente degli Spiritualisti, legati ai principi di povertà assoluta e di umiltà, facendo scrivere appositamente una nuova biografia di Francesco, la Legenda maior S. Francisci, in cui veniva appunto  manipolato  per ragioni politiche interne il messaggio originale del Santo e dei francescani più rigoristi (“fratres qui cum eo fuimus” come amavano definirsi), ed arrivando a promulgare le “Costituzioni Narbonesi”, in cui venivano condannate in modo ufficiale, dall’alto della sua carica, le posizioni della corrente degli Spirituali, per incanalare definitivamente il movimento in un vero e proprio Ordine, come quello dei frati predicatori, fondato da Domenico.
Questo irrigidimento si  riflesse inevitabilmente anche sulle piccole comunità abruzzesi, che facevano capo a Pietro Angeleri, essendo intenzione di Papa Gregorio X di intervenire drasticamente per arrestare la continua proliferazione di sette e comunità spurie, che davano un’interpretazione diversa del Vangelo.

Pietro capì che doveva intervenire di persona, non come capo della comunità, qualifica che non  si era mia voluto far riconoscere, ma come referente principale. La sua fama di mistico, con un alone di santità, aveva infatti da tempo  travalicato i monti dell’Abruzzo. Decise di partire a piedi verso Lione, dove il Papa aveva indetto un Concilio per far assumere dal concistoro dei cardinali le relative decisioni e  dopo un lunghissimo viaggio a piedi di oltre quattro mesi, arrivò -almeno cosi raccontano le cronache- esausto e sfinito nella città francese ,in cui era in corso il Concilio e venne ospitato nella commenda templare e non in un convento o in un monastero, circostanza che confermerebbe  che fosse già in contatto con esponenti di primo piano dell’Ordine del Tempio.

Egli riuscì, anche grazie alla potente organizzazione templare, a superare le resistenze  del Vicario Generale dell'Ordine dei Frati Minori Frà Bonavetura, che mal  sopportava la presenza in Abruzzo di una comunità  in continua espansione, che si distingueva  appunto con l’epiteto dei “Fraticelli,” per  poi assumere il nome “Poveri eremiti di Celesti­no“,
Lo scontro dovette essere molto violento, perché in pieno Concilio, il 7 luglio 1274, Bonaventura, si dimise dalla carica di Vicario Generale, che manteneva incontrastato ed ininterrottamente da 17 anni e di lì a sette giorni morì, probabilmente di crepacuore, essendo stato lui in prima persona ad organizzare il Concilio, che avrebbe dovuto portare  al disconoscimento tra le altre  anche della congregazione del futuro Celestino V e che invece  aveva visto vanificati visto i suoi sforzi a favore di una delle comunità che più avversava.

Pietro da Morrone
, il santo napoletano, come veniva ormai soprannominato, aveva mostrato di essere tutt’altro che uno sprovveduto, ma uomo di una tempra eccezionale, avendo saputo difendere davanti al Concilio di Lione il proprio Ordine,  garantendone la sopravvivenza.

La storia, come del resto è successo per San Francesco, lo  ho fatto  invece passare per un puro mistico, in fuga dal mondo alla continua ricerca di assaporare i dolci colloqui con il Signore, isolandosi negli anfratti della Maiella e del Morrone, come cinquant’anni prima aveva fatto Francesco, raccogliendosi in preghiera, ormai cieco sul monte Averna.
Ci si dimentica che sulle montagne  tante amate da Pietro Angeleri erano numerosi i Conventi e gli eremi costruiti in quel periodo dai suoi fraticelli. Pietro riuscì a convincere Papa Gregorio X elencandogli ben 16  nel solo Abruzzo, destinate a moltiplicarsi in Italia ed in Europa.
Ma si sottovaluta soprattutto il fatto che già una anno dopo il ritorno da Lione venne acquistato il terreno della collina Collemaggio e poste le fondamenta di una Basilica. Pietro quindi non si era  solo adoperato per la costruzione di monasteri, ma era riuscito ad ottenere l’appoggio finanziario e tecnico dell’Ordine del Tempio per la costruzione della Basilica di Collemaggio, rivelatasi un centro energetico ad alta potenzialità capace di sviluppare la coscienza attraverso un preciso percorso iniziatico.
Gli accordi vennero definiti proprio durante nel suo soggiorno a Lione, dove venne ospitato nella casa madre e poi riaccompagnato sotto scorta all’Aquila da un drappello templare appositamente messo a sua disposizione.

La scelta dell’Aquila non era certo casuale. La città era stata costruita a meta del 1200 sull’immagine speculare della pianta di Gerusalemme, caduta definitivamente in mano ai mussulmani nel 1244. Queste e altre considerazioni, non ultima e decisiva la presenza in loco dell’uomo giusto, dovettero convincere i Templari dell’opportunità, assolutamente improcrastinabile, di costruire questa particolarissima Basilica, completamente diversa dalle altre cattedrali gotiche, che mostra ancora oggi, a settecento anni di distanza, di avere in sé la stessa energia, che aveva fatto nascere i cavalieri del Tempio, il movimento cataro, quello albigese e quello circestenze, autore insieme ai templari di un incredibile quantità di cattedrali in uno stile nuovo ed avveniristico, che portò ad un radicale cambiamento nella mentalità corrente, incidendo sull’economia e su diversi aspetti socio politici della società feudale, liberando menti e cuori.

Questi movimenti religiosi erano nati e si erano sviluppati nel Sud della Francia , al confine con la Spagna, in particolare nella Linguadoca ,ai primi del 1100, con l’inizio delle prime crociate. L’incontro con la cultura islamica, che portava in sé i germi del cristianesimo della prima ora, quella dei Padri della chiesa, gli gnostici, aveva fatto riscoprire alle comunità cristiane dell’Occidente una diversa visione del rapporto con la divinità e del modo di praticarla, visione assolutamente  non gradita dalla Chiesa di Roma, fondata e sviluppatasi su valori del tutto contrari,  e che li  valutava del tutto perniciosi per il potere centrale in mano alle più importanti famiglie romane , che avevano trasformato la Chiesa delle origini in un vero e proprio feudo personale, alternandosi al potere.

Sul finire del 1100,  nell’’ultimo tratto del XI secolo, questa Chiesa romana,  questo gruppo potente,ricco e corrotto, ruppe gli indugi e decise che questi due movimenti erano diventati troppo pericolosi per la Sua stessa sopravvivenza, anche perché la loro influenza sulle comunità cristiane si stava sempre più estendendo, non solo sul territorio francese, ma anche in quelli spagnolo ed italiano trovando sempre più entusiasti proseliti. Dovevano essere assolutamente eliminati come i loro influenti progenitori, gli gnostici ,che erano stati costretti a disperdersi  tra le sabbie del per sfuggire alla persecuzioni seguite al Concilio di Nicea del 325.

Anche allora, aveva imposto un cambiamento radicale del modo d’intendere il rapporto con il divino, avendo escluso d’autorità questo approccio esclusivamente soggettivo, che per la Chiesa cattolica è sempre stato inaccettabile e devastante, intaccando le basi stesse del suo potere spirituale e temporale, che era riuscita ad imporre per secoli, al punto che, quando  ritenne inadeguata ed insufficiente una pur grave  scomunica - che in quel periodo storico aveva un peso non indifferente per la comunità cristiana- arrivò al punto estremo di ordinare un completo annientamento dei reprobi e distruggere fisicamente “gli eretici” di turno , come  appunto i Catari e gli Albigesi, contro i quali Innocenzo III organizzò addirittura una crociata, che portò al loro scientifico ed inesorabile annientamento fisico.  Si pensi all’assedio di Monsegur, in cui gli ultimi Catari, compresi anziani, bambini e donne, soprattutto se fertili, furono passati a filo di spada o arsi vivi, come del resto fu la fine tanti presunti maghi o streghe.

Questo repentino e drastico cambio di atteggiamento della Chiesa di Roma si era accentuato durante tutto il secolo successivo, che portò alla perdita di Gerusalemme nel 1244 ed alla fine delle crociate nel 1291, con la conquista di Acri, ultimo baluardo templare, da parte del Sultano Al.Ahsraf e la definitiva cacciata dei Franchi dalla Palestina, in cui resteranno solo i francescani, a vincoli indissolubili di amicizia e fratellanza, che consentirono ai due frati di girare liberamente nel territorio nemico e fondare conventi sul Monte Sion, a Gerusalemme, Nazareth e Betlemme, in un periodo in cui il fratello del Sultano d’Egitto al.Mu.azzam,Sultano di Damasco, aveva emesso un editto in cui decretava che si desse “un bisonte d’oro” a chiunque portasse la testa di un cristiano.

Resta quindi da chiarire quali erano i reali rapporti che univano questi personaggi storici, che si sono incontrati non certo come nemici, o avversari, ma come amici fraterni, uniti dagli stessi ideali e dalla stessa ricerca interiore, anche se avevano intrapreso un diverso cammino e praticavano fedi differenti.

Altrettanto da chiarire restano i rapporti tra Federico II ed il Califfo Al- Kamil, che molti cronisti fanno risalire allo stesso periodo storico, anche e soprattutto ai rapporti di amicizia instauratisi tra i due frati ed i due califfi ayyubidi.

Sembra ormai confermato che grazie agli stessi che si poté giungere, dopo qualche anno,  agli accordi di pace dell’11 febbraio 1229, durante la VI crociata, tra lo stesso Sultano d’Egitto e Federico II, che si concluse senza spargimento di sangue  e con la firma del trattato di Giaffa, che consegnò all’imperatore Nazareth, Betlemme e Gerusalemme, con la condizione che non ricostruisse le mura, restando ai mussulmani la spianata delle moschee, il Duomo della Roccia e la Moschea si Al-Aqsa.

Nell’occasione Federico II si autoproclamò Re di Gurusalemme, creando non poco sconcerto tra le file dei crociati. Questi accordi prevedevano il controllo pacifico delle tre città per dieci anni e consentirono al francescani di ottenere il permesso di costruire altri conventi ed il controllo diretto ed esclusivo del Santo Sepolcro, grazie anche ai rapporti strettissimi con il gruppo esoterico dei Cavalieri del Santo Sepolcro e  l’Ordine ismaelita degli Assaci o Assassini (da assàs> guardiano- custode).Da tempo i templari erano in contatto con ordini esoterici mussulmani , anche quando vennero definitivamente cacciati dall’Oriente.

L’Ordine dei Templari, pur avendo dato il proprio indefesso sostegno alle crociate fino alla fine, non aveva certo visto favorevolmente la distruzione del movimento cataro ed albigese, scelte drastiche e ingiustificate, che avevano cominciato a preoccupare seriamente i vertici dei cavalieri dell’Ordine del Tempio, in quanto mostrava un atteggiamento assolutamente intollerante  al proprio interno, verso coloro che avevano opinioni diverse  sul modo di seguire praticare gli insegnamenti di Cristo o credevano in altre figure divine di riferimento, come Allah e Maometto nel caso dei mussulmani.
Essi infatti, durante i due secoli di crociate, avevano sempre  assunto un comportamento assolutamente diverso nei riguardi  di coloro che professano fedi diverse dalla loro, che rispettavano , tanto da garantirne la pratica.  Un mussulmano (tanto inviso a quei tempi) od un fedele di qualsiasi altra religione poteva  accedere al Tempio del Signore,  come dimostra l’atteggiamento assunto dai Templari,che tanto ispirarono Celestino, che, a Gerusalemme, una volta conquistata, consentivano all’emiro Usama di pregare Allah nella loro Casa Madre, che altro non era  che la vecchia moschea di Al Aqsa, difendendolo da chi cristiano voleva impedirglielo.                                                            
E furono sicuramente le stesse valutazioni geopolitiche ad indurli a dare l’appoggio incondizionato al futuro Celestino V, spinto sul soglio pontificio da due  re templari, Carlo Martello e Carlo II d’Angiò, che molto probabilmente portarono all’Aquila, proprio durante la celebrazione di insediamento, le più sacre reliquie della cristianità per completare l’opera alchemica e predisporre un percorso iniziatico e di purificazione spirituale, unico nel suo genere.

Pietro da Morrone non era quindi un sempliciotto incapace di gestire gli affari di quel mondo e  gli infiniti intrighi di corte , attenta a garantirsi privilegi e l’indubbio potere e la smisurata ricchezza, che la posizione garantiva al capo ed al suo entourage.
Quest’apparentemente umile ed anziano eremita, che, secondo l’agiografia ufficiale,  sembrava essersi ritirato dal mondo, rinunciando a tutto  pur di vivere il Vangelo in povertà e semplicità, assunto il potere compì atti impensabili ed assunse decisioni talmente avanzate per il tempo, ma soprattutto irreversibili, che la sua rapida e certo non spontanea destituzione non sono riusciti a bloccare.
Lo scopo reale si è mostrato nel tempo, il quale non  ha giocato a sua favore,  perché non ha messo assolutamente in evidenza la reale portata delle sue scelte, motivate dal tentativo di spostare il Centro della Cristianità da Roma all’Aquila in pieno accordo all’Ordine del Tempio, che non a caso aveva deciso di concentrare le più preziose reliquie della Cristianità proprio a Collemaggio.
Si era in pratica deciso di togliere all’aristocrazia romana   il potere temporale che aveva raggiunto, vista la palese inettitudine e l’impossibilità di conciliare i perenni contrasti tra  le famiglie dei Colonna e degli Orsini, che avevano portato ad un pericolosissimo stallo nell’elezione del successore di Nicolò IV, protrattosi per oltre due anni, in un momento delicatissimo conseguente all’abbandono definitivo dei crociati e delle loro famiglie della Palestina ,con conseguente trasferimento di ingenti patrimoni e delle reliquie più importanti.

LOrdine individuò in Carlo II d‘Angiò, re di Napoli, l’esecutore più adatto del piano, unitamente al figlio Carlo Martello, Re di Ungheria, che raggiunse i genitori a Firenze,  provenienti dalla Francia, dove stranamente si incontrò anche  con una delegazione del Comune capitanata da Dante, che parla di lui con ammirazione e rispetto nella Divina Commedia, a differenza di Celestino V citato nel III Canto, come "colui che per viltade fece il gran rifiuto" per aver annunciato le sue dimissioni dopo solo cinque mesi di tormentato pontificato, unico Papa dimissionario nell'arco dei due millenni di storia della Cristianità.

Il personaggio, volutamente ignoto, venne identificato in Celestino V, ma ci sono diversi studiosi che appoggiano tesi diverse.  Si è fatto notare che Dante sceglieva nel modo più preciso possibile le parole ed in questo caso scelse il termine "rifiuto" mentre fu quella del Papa fu una "rinuncia" che è cosa ben diversa. Inoltre Dante era profondamente religioso e non avrebbe mai posto all'inferno un Santo (il poema venne pubblicato nel 1319, sei anni dopo la proclamazione di santità di Celestino). Tra l’altro alcuni cronisti dell’epoca affermano che Dante, appartenente ad gruppo esoterico dei “fratelli d’amore” fosse  anch’egli presente il 29 agosto 1294 alla cerimonia di consacrazione di Pietro Angeleri, arrivato in groppo ad un asino, tirato per le briglie da Carlo d’Angiò e da suo figlio Carlo Martello, il cui volto, stranamente, è raffigurato in una delle formelle della fontana delle 99 cannelle. e questa scelta qualche significato deve pur averla?
Oggi le ipotesi più accreditate sono quelle che riferiscono il personaggio a Ponzio Pilato o al cardinale Matteo Rosso Orsini. Quest'ultimo, subito dopo la rinuncia di Celestino, era stato eletto al primo scrutinio dal Conclave, ma rifiutò l'elezione per poi sostenere con forza la candidatura del futuro papa Bonifacio VIII. Infatti se avesse accettato il papato avrebbe dovuto mettersi al di sopra delle parti, mentre, con l'elezione dell'amico Caetani, riuscì a far espellere la famiglia dei Colonna, sequestrandone i beni e privandone dei titoli.

La storia e gli avvenimenti andrebbero riletti al contrario

Carlo d’Angiò, aveva urgente bisogno di un Papa che ratificasse l’accordo raggiunto con gli aragonesi per la restituzione della Sicilia. Il Re pensava che l’unico che potesse  aiutarlo fosse  Celestino ed accettò di buon grado la decisione dei capi dell’Ordine del Tempio, comunicandola  ed al  figlio Carlo Martello, che lo raggiunse a Firenze ed a Dante, elemento di spicco del movimento ghibellino a Firenze.

Carlo II ricevuto l’ordine si mise immediatamente in azione,recandosi a Perugia , dove si teneva il Concilio, con il figlio Carlo Martello, ma il cardinale Caetani, il più qualificato pretendente al soglio pontificio  non gli si consentì di parlare con i cardinali, riuniti in Concistor0. All’ insaputa dello stesso aveva quindi  proseguito il viaggio,  trasferendosi  in gran segreto all’Aquila, dove si incontrò con Pietro insieme al figlio, che lo informò delle decisioni assunte dall’Ordine del Tempio .
I due principi tornarono quindi a Perugia, facendo credere all’astutissimo cardinale Caetani che era opportuno mettersi momentaneamente  da parte, non essendo ancora riuscito, dopo 27 mesi, a superare lo sbarramento e gli intrighi dei suoi più acerrimi avversari, capitanati dalla famiglie degli Orsini e dei Colonna, che si erano opposte con tutti i mezzi alla sua elezione.

Il futuro Bonifacio VIII accettò subito di buon grado, perché  gli era stato fatto credere che sarebbe stato il vero ”Papa occulto”, essendo stato  convinto da Carlo d’Angiò,che il vecchio Pietro era un  inetto, facilmente manovrabile.

Per sostenere la validità di questa candidatura giocava la tarda età di Pietro, ormai ottantacinquenne ed il prestigio che lo stesso godeva in Italia e all’estero.
Per superare le naturali obbiezioni di Caetani sulla disponibilità del vecchio eremita ad accettare questo incarico, il furbo re di Napoli, per perorare la sua proposta, ardita ed assolutamente contro tendenza (venendo scelti normalmente i Papi tra le più importanti famiglie nobiliari), aveva fatto anticipatamente pervenire al collegio cardinalizio una lettera scritta  dello stesso Pietro, in cui esortava i grandi elettori a porre fine senza indugi a questo interminabile confronto e scegliere per il bene della stessa Chiesa il successore di Nicolo IV.

Ciò che il Re Angioino si era guardato bene di riferire era la strana “circostanza”, non messa mai nella dovuta evidenza, di essersi recato anticipatamente e segretamente da Pietro fin sul Monte Morrone, convincendolo a scrivere la famosa lettera, concordando molto probabilmente il contenuto, avendolo convinto dell’assoluta ed improcrastinabile necessità di prendere il diretto controllo della Chiesa romana se voleva portare a compimento la profezia di Gioacchino sulla nuova città santa, spostando l’epicentro della cristianità all’Aquila, come era nelle intenzioni dell’Imperatore Federico II, che aveva fatto costruire la città dell’Aquila, le cui vicende  storiche vanno  riordinate in modo diverso, formando,con le varie tessere, un mosaico con un altro disegno,  o penetrando nella spirale degli eventi e scoprendo, una volta arrivati al centro, che l’immagine, osservata all’inizio del viaggio a ritroso nel tempo è diversa da quella  che si osserva  da un’altra prospettiva , una volta arrivati al centro, come avviene a Brasilia nel Tempio della Buona Voluntate.Se, come è confermato dai comportamenti assunti, Pietro da Morrone non era né un debole, né tanto meno uno sprovveduto  cosa lo indusse rinunciare al progetto di spostare il Centro della Cristianità all’Aquila, il cui primo atto si era compiuto ed aveva assunto , come era negli intendimenti dei Templari l’ incarico  più prestigioso ed un potere apparentemente  illimitato forse perché non aveva assecondato le mire recondite del Re angioino, non firmando l’accordo che stava più a cuore al Re.

Finché era rimasto all’Aquila aveva potuto operare liberamente, ma una volta recatasi a Napoli al seguito da Carlo D’ Angiò comprese che l’aria era cambiata, perché aveva improvvisamente perso il sostegno del Re angioino, che aveva ritenuto più opportuno accordarsi segretamente con il Cardinale Caetani.

La nuova vita di Celestino era in realtà durissima. Venne infatti sequestrato dal Re angioino, che ne voleva fare l’inconsapevole strumento dei suoi maneggi politici costringendolo a seguirlo a Napoli, dove era stato rinchiuso sotto stretta  sorveglianza nell’angusta cella fatta costruire in Castel Nuovo. È qui che Celestino comincia a meditare di deporre le insegne papali.  Decisivo deve essere stato l’incontro con il cardinale Caetani. Il motivo vero della rinuncia è  probabilmente riconducibile al fatto di essersi reso conto che fosse praticamente impossibile, anche dall’alto del suo potere, una "chiesa politica" a favore di una diversa con più alta spiritualità.

Cosa si siano detti in quest’incontro non è dato saperlo, non esistendo alcun resoconto storico degno di fede. Sta di fatto che, dopo quel colloquio, Celestino si dimise dall’incarico, senza che Carlo II d’Angiò facesse nulla per impedirglielo La cosa avviene, tra gli allibiti cardinali, 107 giorni dopo l’incoronazione: un fatto che non ha precedenti. Tra le motivazioni Celestino affermò di non voler offendere la propria coscienza, di desiderare una vita migliore e di non aver sufficiente sapere.
Il cardinale Caetani seppe subito approfittare dell’incredulità e del disorientamento creatosi nella popolazione che amava e rispettava Celestino, anche per quello che era riuscito a fare, convocando immediatamente a Napoli un nuovo Concilio, nel quale i cardinali, altrettanto disorientati ed increduli per quell’incomprensibile rinuncia , tra l’altro non motivata, né giustificata in alcun modo, finirono per accettare finalmente la sua candidatura ed il 24 dicembre 1294, in Castel Sant'Elmo, a Napoli, venne consacrato finalmente Papa ed assumendo il nome di Bonifacio VIII.

Non  c’era tempo per organizzare la cerimonia a Roma come era usanza consolidata e che solo Celestino aveva interrotto. Bonifacio VIII non poteva attendere.

Il primo provvedimento che prese fu quello di far arrestare Pietro da Morrone, a cui aveva garantito  probabilmente l’immunità e la possibilità di tornare all’Aquila dai suoi fraticelli.  Conosceva ormai le reali intenzioni di Celestino e dei Templari e aveva timore che la presenza di Celestino V all’Aquila avrebbe favorito sicuramente uno scisma.

Durante il trasferimento verso Roma, dove sarebbe stato rinchiuso in Castel Sant’Angelo. Pietro riuscì a fuggire, dirigendosi verso la costa adriatica, dalla quale pensava di imbarcarsi e raggiungere l’Albania, dove si era trasferito Angelo Clareno, un suo intimo amico,  il più noto degli spirituali d’Abruzzo e della Marche, ma purtroppo come qualcuno l’aveva certamente aiutato a fuggire, durante il trasferimento coatto a Roma, qualcun’altro svelò il suo nascondiglio dopo che, iuscito ad imbarcarsi, fu costretto a causa del mare mosso a tornare nel porto di Vieste. Venne catturato e  tradotto nella prigione di Anagni e da qui in gran segreto rinchiuso nel castello di Fumone, presso Anagni, in una stanza piccolissima, dove aveva difficoltà a celebrare anche la messa. Morì,dopo una  detenzione durissima, il 19 maggio1296 all’età di 88 anni,ucciso - si dice -con un chiodo quadrato che gli perforò il cranio.

Secondo altri cronisti, tra cui la stessa Lopardi (vedi op. cit, pa,107) non si trattò di un omicidio, ma di un rituale funebre gnostico templare, che prevedeva appunto il foro del cranio con un punteruolo a punta quadrata, circostanza che confermerebbe il vincolo che legava indissolubilmente Celestino con l’ordine Templare, al quale era stato probabilmente iniziato durante il suo soggiorno a Lione nella commenda templare.
Solo un rapporto cosi profondo giustificherebbe la decisione di Bonifacio VIII e della curia romana a arrestare il fuggiasco Celestino V ed a farlo sparire dalla circolazione dalla sua eliminazione fisica da parte dello stesso cardinale che si era fatto convincere ad affidargli che lo stesso Celestino considerò poi , a pochi mesi dalla sua elevazione al soglio pontificio assolutamente impraticabile
Il tentativo di Bonifacio VIII di annullare gli effetti delle scelte fatte da Celestino V non sortì invero l’effetto sperato, incarcerandolo apparentemente senza motivo (?) ed facendolo giustiziare - sempre secondo i cronisti dell’epoca-  non sopportando di essere considerato l’Anti Papa.

Conclusioni

Da un’analisi più accurata dei fatti come narratici ci si accorge che i motivi che indussero Bonifacio VIII ad essere cosi severo ed intransigente  nei riguardi di Pietro furono di tutt’altra natura e probabilmente ebbero un rilevante peso i legami che lo univano indissolubilmente all’ Ordine del Tempio, che proprio in quel 1294 era intenzionato  trasferire nella Basilica di Collemaggio, oltre alle altre reliquie già offerte (Il dito mignolo di San Giovanni, la spina della corona che poggiava sulla testa di Gesù) anche la sindone e molto probabilmente “la casa santa” ora a Loreto, che risulterebbe donata a Celestino. ( vedi Leopardi, “I templari ed il Collemaggio di Celestino” pag. 112). La leggenda parla della “casa  santa” trasportata dagli “Angeli” a Loreto,  che non sono quelli  del Paradiso, ma dei comuni mortali. Infatti fu “la famiglia Angeli” a trasportarla in Italia da Giaffa, dopo essere stata smontata da maestranze templari.
La Lopardi, nel suo libro, fa notare che “la casa santa” arrivò in Italia tre giorni prima della rinuncia al papato di Celestino V e che , vista la sua decisione, venne dirottata a Loreto, pur essendo destinata in un primo tempo proprio alla Basilica di Collemaggio (vedi Leopardi, opera citata, pag ,113)
Il cardinale Caetani si era reso conto, non solo dalle improvvise decisioni assunte da Celestino V nel primo mese  di Pontificato, ma anche da questa strana ed inusitata concentrazione di reliquie in questa Basilica  fuori mano e lontana da Roma,  del” bleuf” preparato con molta cura da Celestino di concerto dai più alti gradi dell’Ordine del Tempio, che, visto l’esito disastroso  delle Crociate e la conquista definitiva, proprio in quegli anni dei Luoghi Santi da parte mussulmana, aveva deciso che bisognava  assolutamente spostare "l’epicentro della cristianità" da Roma, sede del Papato corrotto ed in mano all’aristocrazia romana, individuando nell’Aquila la località più adatta ed in Pietro da Morrone, l’uomo giusto , cui affidare, nel momento opportuno, il compito più delicato.

Il tentativo di Bonifacio VIII di annullare gli effetti delle scelte fatte da Celestino V non sortì l’effetto sperato. Infatti neppure la sua scomparsa fisica attenuò la fama ed il prestigio di quest’eremita considerato ”il Papa angelico”, predetto da Giocchino da Fiore, indotto ad abdicare con l’inganno, incarcerandolo senza motivo ed facendolo giustiziare, non sopportando di essere considerato l’Anti papa., anche  se , ad una lettura la contrario, di questi avvenimenti storici  appare che il vero Anti -Papa era proprio Celestino V, a cui Bonifacio VII tolse di proposito onori e qualifiche, imponendo, non certo a caso, che fosse considerato un semplice vescovo, vestimenti che tutt’ora riveste nella teca esposta al pubblico nella Basilica di Collemaggio

Ci sono voluti oltre 700 anni per capire il messaggio in codice nascosto nella pietra viva di Collemaggio, lasciato ai posteri da Celestino  V e si sono dovuti tirar fuori dalle macerie i resti mortali di Celestino per comprendere che il suo messaggio va letto al contrario e che la Basilica, da lui fortemente voluta in <Aquila>, è un mezzo ancora potentissimo ed efficiente, che poteva e doveva essere nuovamente messo in condizione di funzionare per gli scopi, certamente non estetici, per i quali era stato costruito.   

La Chiesa ne è sempre stata ben conscia, tanto da bloccarne  l’utilizzo pratico con vari accorgimenti e camuffamenti ed portando via le reliquie concentrate dall’Ordine del Tempio. La sua energia vitale è stata progressivamente attenuata ed interrotta. La luce è stata volutamente spenta, forse perché i tempi non sono stati considerati maturi.     
Ora sembra che si stata nuovamente riaccesa da terribili eventi sismici, che hanno posto l’attenzione dell’intera comunità mondiale su questa città distrutta e sull’enigmatica e controversa  figura di questo Pontefice. Ed un  indizio ci viene proprio da un altro  Papa, che ha voluto mostrare simbolicamente, con il gesto simbolico dell’offerta del pallio pale, il pentimento della Chiesa di Roma  per aver consentito che venisse data di Papa Celestino V un’immagine cosi contrastante con la verità dei fatti e la natura di questo personaggio, rimasto negli annali con l’infamante qualifica di debole e di imbelle.

La Chiesa ha mostrato nel tempo di saper superare qualsiasi prova e dove non è riuscita ad annientare fisicamente l’avversario di turno per la forza delle sue idee e della fede che professava, non si è avvalsa dei soliti roghi materiali, ma di altri più sottili, quello dell’infamia, della calunnia, della dimenticanza. Ha cercato tardivamente di rimediare a posteriori Benedetto XVI, recandosi il 28 aprile 2009 all’Aquila per dare il suo conforto ed il suo sostegno e compiendo ,alla presenza di poche persone, un gesto altamente simbolico, della cui portata pochi si sono resi realmente conto del messaggio che l’attuale Papa ha voluto dare alla comunità cristiana ed ai capi delle altre religioni ed ai governanti di tutto il mondo .

Bussare al Papa del Gran Rifiuto, un papa troppo scomodo,un cristiano senza Chiesa o meglio un cristiano di tutte le Chieseche aveva aperto il Tempio del Signore a tutti i credenti , a qualsiasi fede o razza appartenessero e soprattutto a coloro che erano invisi e non accettati dal potere costituito o dalla Chiesa di Roma , seguendo l’ identico atteggiamento e la stessa apertura mentale  mostrate dai Templari,che tanto ispirarono Celestino, durante le crociate  indette dai vari Papi, succedutisi al potere, per liberare Gerusalemme , considerato il centro spirituale della cristianità, e toglierla ai miscredenti. Una volta conquistata la città, mostrarono infatti di avere un profondo rispetto proprio per  la fede di coloro considerati”infedeli<> senza fede” dalla Chiesa di Roma, consentendo all’emiro Usama di pregare Allah nella loro Casa Madre, che altro non era che la vecchia Moschea di Al Aqsa costruita sulle rovine del Tempio di Salomone difendendolo da chi cristiano voleva impedirglielo.

avv. Giovanni Salvati

Un uomo non può cambiare il mondo
ma può diffondere un messaggio                                                                  
che può cambiare il mondo