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IL VOLTO SEGRETO DI SAN FRANCESCO

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IL VOLTO SEGRETO DI SAN FRANCESCO


Abbiamo dedicato un capitolo al > Mistero delle 4 protomi ad Assisi <, abbondonate a se stesse da secoli e non valorizzate dagli storici, che solo recentemente, soprattutto in seguito al terremoto del 1997, sembra  che le abbiano finalmente prese in considerazione, ma solo dal punto di vista estetico, senza  non arrovellarsi troppo ad individuare > i personaggi storici< di riferimento, non comprendendo i veri motivi > simbolici ed esoterici <, che avevano indotto Frate Elia a porle sui lati delle due vetrate del Transetto posteriore, forse per non toccare evidenti suscettibilità ecclesiastiche, visto che una delle due protomi sul Transetto a Nord sembrerebbe dedicata proprio a San Francesco. Infatti ad un più attento esame si dovrebbe condividere che questa "protome", danneggiata dalle intemperie e dai terremoti, riproduce molto probabilmente > il volto < di Francesco, prima della Sua conversione. 



Se tale identificazione fosse corretta, come sembra indicare > la testa di acquila con gli occhi chiusi < posta alla destra del volto, avremmo

> un indizio <

che confermerebbe > il messaggio simbolico - escatogico < lasciato ai posteri da Fra Elia non solo all'interno del "sarcofago di pietra", dove riposano i resti mortali di Francesco, ma soprattutto sulla facciata  e controfacciata della Basilica Superiore, nonché  all'interno all'altezza dell'Abside o sotto l'altare papale. Indizi che stranamente riprendono  un detto attribuito da Luca a Gesù (Luca 17:37)

I discepoli risposero: «Dove sarà, Signore?» Ed Egli disse loro:

«Dove sarà il corpo, là pure si raduneranno le aquile»

> Il "volo segreto" di  Francesco e di  Elia <

Ebbene ad un esame attento degli > indizi < sparsi nei loculi e nelle stessa Basilica si arriva senza ombra di dubbio alla conclusione che  Elia ci ha voluto "raccontare", attraverso > simboli e animali mitologici  < una storia diversa della vita e del "percorso iniziatico" di Francesco, indicandoci > una verità < restata occulta e opportunamente camuffata per poi  essere, come poi è realmente successo, completamente stravolta.



Non è certo Frate Elia, fatto passare  come  un classico "Giuda", ad aver tradito e stravolto la figura di Francesco,  come da troppo tempo viene avvalorato da una critica prevenuta e  interessata a massificare o il lato mistico e sacro, della figura di San Francesco, minimazzando il lato umano e laico - a nostro avviso prevalente- come ha cercato di mettere in evidenza  Frate Elia, utilizzando > un linguaggio simbolico segreto < , che ha avuto l'accortezza e la prevegenza di nascondere e camuffare dietro >  figure di animali < sparse all'interno e all'esterno della Basilica > simboli < che non potevano essere  compresi se non da poche persone avvezze a tale linguaggio segreto, "messaggio" che ha potuto essere preservato nei secoli da distruzioni e intemperie, ma soprattutto dai vandali e dai veri " traditori" dell'Uomo Francesco, che ha raggiunto i massimi vertici della "Santità", non secondo il tipico approccio cattolico, ma con un "percorso iniziatico " essenzialmente "laico e esoterico"



> Francesco <> Maestro Sufi <

Francesco non fu solo un uomo di eccezionale carisma, un predicatore fulminante, capace di esprimersi in diverse lingue, riuscendo ad essere chiaro e comprensibile ai semplici come ai dotti, adattando il suo linguaggio all'interlocutore del momento, capace di attenagliare l'attenzione delle Corti, in cui veniva accolto, con i leggendari racconti dei cavalieri dell tavola rotonda 



o deliziando i convitati cantando melodie trobadoriche, apprese durante i suoi viaggi in Francia,a seguito del padre, tanto da essere sopranominato

"Il giullare di Dio"

Era soprattutto un "Mago Merlino" ante litteram, un Maestro Sufi, come Rumi, il grande predicatore e poeta arabo, che, come era abitudine dei Maestri Sufi, girava a piedi per tutto il paese con indosso un semplice > saio pieno di toppe < raccontando favole o storie piene di valori e principi di vita.




Ma era anche capace di parlare a folle immense



Come a Bologna nel 1222. in cui, nella pubblica piazza, ammalato e quasi cieco, con > i capelli arruffati e la barba lunga <, un aspetto dismesso e brutto a vedersi, completamente diverso da quello tramandatoci.

Francesco parlò al popolo e ai nobili, accorsi in gran numero, come emege da una pagina dell" Historia pontificum Salonitarum et Saplarinorum" di Tommaso di Spalato, testimone oculare in quell'occassione, della Sua omelia:

"Nello stesso anno, nel giorno dell'Assunzione della Madre di Dio,essendo io a Bologna come studente,vidi San Francesco predicare in piazza davanti al Palazzo del Comune, dove si era riunita quasi tutta la popolazione.
L'esordio della Sua predica fu "Gli Angeli, gli Uomini e i Demoni".

Infatti parlò di questi Tre Spiriti razionali cosi bene e con tale chiarezza, che molti dottii lì presenti, si stupirono molto, chiedendosi come un uomo senza cultura potesse tenere un cosi bel sermone.
Il Suo stile non era da "predicatore", ma quasi da " oratore politico". Tutto il Suo discorso tendeva a spegnere le inimicizie e a rinnovare i patti di pace.
Il Suo abito era sordido, l'aspetto spregievole,la faccia brutta, ma Dio diede tanta efficacia alle Sue parole che molte consorterie di nobili, tra le quali un barbaro furore aveva infuriato versando molto sangue, furono indotte  a far pace. La venerazione e la devozione verso di Lui era tanta. che gli uomini e le donne in massa  gli si gettavano addosso, beati se potevano toccare il lembo del Suo saio o strappare un pezzo dei Suoi misrabili panni".




Lo stregone di Assisi 
> dalle stelle alle stalle <
??!! Ma chi era dunque Francesco !!??

Dopo essere stato osannato per secoli sembra che sia cominciata una revisione storica di Francesco, trascinato inopinatamente e in modo altrettanto distorto e prevenuto > "dalle stelle alle stalle" <,  come si usa dire in Italia, prendendo spunto dal famoso verso di una  poesia di Manzoni >" Il 5 maggio" < , che viene fatta imparare a memoria  a tutti gli studenti italiani fin dalle elementari, dedicata all'imperatore francese Napoleone Bonaparte, caduto in disgrazia, dopo tanta gloria, e morto appunto  il "5 maggio" nell'isola  di Sant'Elena, dove gli inglesi lo aveva esiliato.



Solo recentemente sono stati pubblicati due libri > Lo stregone di Assisi < e > Le stimmate dello sciamano < (Eleusi edizioni), in cui l'autore, Andrea Armati,un ragazzo trentenne nativo di Assisi, cerca di porre in evidenza le palesi contraddizioni della figura carismatica e agiografica di Francesco, creata a tavolino da fra Bonaventura, ma lo fa con malizia e in modo superficiale e prevenuto, non avendo alcuna preparazione esoterica, anzi misconoscendola e mettendola volutamente in ridicolo.



E cosi cerca di far apparire Francesco come > uno stregone da strapazzo < un politico accorto, che curava l'immagine e il modo di presentarsi al pubblico, arrivando a contestargli la sua "misoginia" e la Sua "omosessualità", mettendo in evidenza i suoi presunti  rapporti intimi con Fra Messeo, un uomo particolarmente bello, che  accompagnò Francesco in molti dei suoi viaggi solitari e le cui spoglie riposano accanto alla tomba del Santo, inseme a quelle di Fra Ruffino, di Fra Leone e di  Angelo Tancredi, autori della "Legenda dei  Tre Compagni".



Meno male - a proposito di false e inappropriate dicerie - che c'è chi sostiene esattamente il contrario, addebitandogli  un intimo rapporto amoroso con Jacopa di Settosoli per le sue frequenti visite a Roma, nella cui dimora era spesso ospitato e rifocillato e che - si dice - regalò a Francesco la famosa "clamide bianca", oggi esposta nel Museo della Basilica, 



che, secondo altri storici, sarebbe invece stata offerta al Santo insieme al "corno di avorio" e alle "bacchette" dei Muezzin, dal califfo Al.Malich nell'incontro tra loro  intercorso in Egitto.



Secondo questa versione Francesco dovrebbe aver ricevuto, non da Jacopa dei Settesoli, ma personalmente  dal Sultano > il saio bianco  < che  avrebbe indossato  come "salvacondotto" durante le peregrinazioni in Palestina insieme al > corno e le bacchette d'avorio< da infilare sotto la cintola onde essere riconosciuto come un "Muezzin".



Il "Muezzin" è colui   che dall'alto dei minareti ricorda ai fedeli musulmani  - a voce o con il suono prolungato del "corno" - l’appuntamento con le preghiere quotidiane prescritte dal Corano: cinque volte al giorno, dall’alba fino a tarda sera. Le "bacchette" vengono invece  usate dal Muezzin, battendole tra di loro, per invitare al > silenzio < chi fa rumore durante la predica. 



Del resto non fu solo Jacopa ad essere ritenuta l'amante di Francesco. Anche la stessa Chiara subì la stessa sorte da parte dei soliti critici sui reali  rapporti tra Francesco Chiara e sull'alta spiritualità del loro rapporto, ritenendo irrealistica e esagerata la sua divinizzazione in novella "Beatrice" dantesca.



Una recente pubblicazione sembra inquadrare le personalità di entrambi e il ruolo assunto e svolto in quel particolare contesto politico e sociale, come ha posto in evidenza la prof.Chiara Frugoni in un interessante libro " la storia di Francesco e Chiara" (Ediz. Enaudi,pag.23),nel quale sottolinea argutamente che  quasiasi tentativo di scoprire la vera natura di questi personaggi è resa vana dal fatto che si tratta di "un libro" a cui hanno strappato le pagine più importanti e che "il vento della storia" ha disperso, rendendo impossibile costruire una sequenza che abbia un significato, costringendo lo storico a intuire, più che a scoprire cosa sia realmente successo, con il rischio di inventarsi e stravolgere gli eventi, come ha fatto Andrea Amati e tanti altri prima di Lui, alcuni in chiara mala fede.



Questo maldestro tentativo  di Andrea Amati di denigrare "l'uomo" Francesco, facendolo passare per un abile mistifigatore e un ciarlatano, consente però di  porre l'accento su episodi che la critica storica ha volutamente minimizzato e che invece  forniscono - come spesso accade con coloro che vogliono denigrare un personaggio inviso alla Chiesa -  elementi che confermano la natura di "Mago" e di "Sciamano" di Francesco,



ma > in modo decisamente positivo < e soprattutto comincia ad incrinare decisamente "l'ecclettica  personalità" e la natura umana di Francesco, volutamente e scientificamente stravolta e  letteralmente inventata da Fra Bonaventura.



> Francesco <> il Mago Merlino d'Italia <

Esaminando certi Suoi comportamenti e la Sua capacità di parlare con gli uccelli e di ammansire animali selvatici, il suo incontrare e parlare con spiriti celesti era indubbiamente un "Mago", capace di influenzare l'ambiente contadino che frequentava abitualmente, come le Corti in cui veniva accolto con sempre maggior rispetto e venerazione.


In questo ordine di idee > Il Mago < è il possessore vivente ed utente della scienza di Dio: è  > "il sacerdote perfetto" <> “ Il Mago Merlino” < che - come abbiamo avuto modo di sottolineare nel capitolo "i veri cavalieri della tavola rotonda" nel contesto storico in cui vissero Francesco e Elia -ha un preciso significato simbolico.

Il nome "Merlino" significa infatti, secondo una precisa lettura simbolica, > "Colui che va oltre"<> " Colui che si è espanso" < oppure secondo altre interpretazioni
> "Colui che vede oltre"<> " Colui che vede le cose" <



Ebbene Francesco, all'inizio della sua esperienza terrena si mosse per diventare "un cavaliere templare", un "Parsifal", un vero "Cavaliere Kadosch" > un puro < come direbbero i massoni, difensore dei deboli contro i prepotenti per poi trasformarsi in "Re Artù" attorniato da "dodici invincibili e incorruttibili cavalieri", come nella "Tavola rotonda" dei romanzi trobadorici, che tanto amava, per poi staccarsi per assumere le vesti di  "Mago Merlino", chiuso non nella classica > torre di avorio < ma in cima al colle di " La Verna" dove amava recarsi solitario a meditare ed entrare in contatto con gli Angeli e  gli Spiriti Divini, ricevendo dall' Arcangelo MICHELE le "stigmate"



a conferma di  essere nel corpo e nello spirito "un figlio di Dio" che - novello Galad - aveva trovato e bevuto nella sacra "Coppa del Graal".





Non l’arroganza
Non l’orgoglio
Né la prepotenza, Né il diritto
Non l’audacia, Non il valore

Nè la sapienza, Né la saggezza
Solo l’innocenza può toccarla
Solo l’innocenza senza desiderio
può usare la forza dentro di sé.

Così si estrae
la Spada dalla r
occia
e si diventa Re.




la vera  "ricerca del Graal " e’ interiore! trovare il “Calice” non significa niente,>  e’ la “strada” che ti conduce ad esso che e’ importante e come dice il proverbio con valenze occulte:

è lunga > 35 cm < la distanza dal > "cervello" al cuore <



Il Traguardo non si trova alla fine del >Viaggio < ma sta  nel "Viaggio Stesso".



"Graal" - come abbiamo avuto di sottolineare nel capitolo " la pietra bianca con la striscia rossa "-
deriva da "sangraal", ovvero > sangue reale < il sangue che ha il potere di purificare i peccati del mondo e giungere a contatto con le sfere divine.



Il sangue
> lo spirito di Francesco < era certamente "reale" e "purissimo" e per questo andava  conservato in "una coppa reale", ma non "d'oro", né di  pregiato "cristallo", ma nella > dura pietra <.



Frà Elia raccolse questo > sangue < in una "Coppa di Pietra", perfettamente levigata proprio sotto il Suo colle "Paradiso", lasciando che i suoi resti mortali continuassero ad essere > fonte < di quella inesauribile > energia divina < di  quella potente > energia < che la > Santa Reliquia < continuava a emanare in tutta la Sua intensità, mantenendola indenne da contatti negativi ed impuri.



Questo modo di  intendere  “ricerca del Graal” era propria di Francesco e di Elia ed è quello che si rifà di più al Cristianesimo dei primordi e al mondo dei Maestri Sufi, di cui Francesco era sicuramente un adepto, come Frate Elia ha cercato invano di indicare attraverso uan serie di > messaggi in codice < che nessuno ha potuto o voluto “decriptare”.


Il fatto che > la Coppa < possa essere presa da tutti nella "Prova" (cioè il Viaggio), sta ad indicare proprio che solo > i puri di cuore < e coloro che hanno > la vera fede < riusciranno nell’impresa, senza considerare il rango sociale o le ricchezze possedute e quindi > a nulla varrebbe privarsene <



come fece Francesco offrendo le sue  vesti e le sue armi ad un " cavaliere", che ne era rimasto privo, essendo caduto in miseria, se non si comprende il vero significato di questo
viaggio verso la conoscenza”.

Gli Iniziati
-
e Frate Elia lo era - chiamamo “conoscenza quello che si trova durante il "Viaggio" perché non si sa  esattamente di cosa si tratta.





Può essere un "Viaggio” solitario o in compagnia, molto dipende dalla via religiosa intrapresa, che va cambiata tutte le volte che ci si accorge che per > il viandante dello spirito < il percorso è senza via di uscita e Francesco è stato capace di farlo 



come mostrano " i simboli", che Elia ha sparso scientemente in alcuni punti chiave della Basilica di Assisi, nascondendo dietro "il volo delle aquile", apparentemente innocuo e puramente estetico, il suo
> messaggio mistico esoterico <



> Il volo dell'aquila reale <

Ma per fortuna >  il messaggio delle aquile < nascosto tra le pieghe della Basilca si è mantenuto integro per quasi otto secoli.
Nelle  > opere alchemiche < è molto facile imbattersi nell’uso degli > animali < come "simboli".



Un gruppo importante di questi sono gli uccelli.  Essi dominano > l’elemento Aria < anello tra la realtà terrena e il regno dei cieli e > l'aquila < è sempre stata "l'uccello" che più rivestiva le più alte qualità terrene e celesti.



Questo rapace in tutte le tradizioni esoteriche incarna
la potenza cosmica, l'azione e l'intelligenza.
Il suo elemento è l'Aria.



Osservando il  Suo volo, gli alchimisti credettero di riconoscere infatti un legame tra >  il volo e l’animo dell’uomo < la cui vocazione è quella di tendere alla > spiritualità <, come indica questa poesia di un "fratello massone", nascosto - come è abitudine di chi non ama farsi pubblicità -  dietro uno "pseudonimo".

“Aquila” non capit musca (l'aquila non prende la mosca)

Io sono la Coscienza che si Risveglia.
Questa è la mia Bellezza.
Io sono la Coscienza che Crea.
Questa è la mia Forza.
Io sono la Coscienza che Illumina.
Questa è la mia Sapienza.

Queste sono le "parole" che dovremmo sentire!
Questi sono "i sentieri" che dovremmo percorrere!
Basterebbe questa consapevolezza per poter proseguire!
Ecco perché  siamo dove siamo! Eppure:
basterebbe questa "consapevolezza" per poter raddrizzare la Via,
per poter ritirare il nostro "Salario".
Basterebbe questa consapevolezza per poter dire:
"Tutto è giusto è perfetto".
Io sono "la Coscienza", il Testimone perenne che brilla all'Oriente.
Basterebbe questa consapevolezza per "Realizzare" !

ADGADU
Altair

Celano (Vita II, 75) ne fa oggetto di un racconto altrettanto simbolico, legato alla figura di "frate Mosca", quando Francesco e i frati stavano presso Rivotorto - raccontano i Fiori dei tre compagni - "ce n'era uno che poco pregava, niente lavorava, e schifava per vergogna di andare all'elemosina. Ma, a tavola, dava dentro forte".

Francesco vide in costui "un servitore della carne" e lo liquidò con il famoso appellativo di
"frate mosca" e di "fratello delle api" (o fuco)". 


Alberico Zanini (in arte Berico)

Costui, insomma, cercava solamente qualcuno che
gli desse "il Salario", senza nulla dare o cercare per Se e per gli altri.


Alberico Zanini (in arte Berico)

Non era certamente > un aquilotto < nè voleva apprendere come Francesco a parlare con gli uccelli, suoi fraterni amici.




E Frate Elia esprime lo stesso pensiero, servendosi dell'identica "metafora simbolica", ponendo accanto al volto di Francesco

> "un'aquila" con gli occhi chiusi"<


il cui significato misterico cercheremo di scoprire.



Non è quindi casuale che > il simbolismo degli uccelli < acquisti la funzione di  > mediazione tra il mondo fisico e quello spirituale < riflettendo ciò che l’animo umano tende a fare per raggiungere la propria perfezione.



Al sacramento del Battesimo e alla Resurrezione è legata la leggenda popolare tratta dal "Physiologus" in cui si legge che:
«Quando l’aquila invecchia le si appesantiscono gli occhi, e la vista le si offusca. Che cosa fa allora. Cerca una fonte d’acqua pura, e vola su nel cielo del sole, e brucia le sue vecchie ali e la caligine dei suoi occhi, e scende nella fonte, e vi si immerge tre volte, e così si rinnova e ridiventa giovane ...». 




La fontana della giovinezza
sta a significare la vasca battesimale da cui il cristiano esce purificato.




Nel volo dell’aquila verso il cielo è da intendersi anche > il volo di Cristo < resuscitato dai morti, del "Cristo" che, deposte le spoglie di un corpo corruttibile

> sale al cielo <

esattamente come Francesco.


> Pugna spiritualis <

Nella simbologia cristiana  > l’aquila < è disincarnata e disanimalizzata, non confusa con gli uccelli a carattere puramente sessuale e pertanto facilmente contrapposta al > serpente-demonio < contro cui la lotta acquisterà una caratteristica valenza di "pugna spiritualis": del fedele, della purezza, contro la tentazione, vale a dire
> il peccato < la materia. 



Viene associato al serpente, che contribuisce al suo significato, formando una coppia di opposti complementari, dovel’aquila simboleggia la luce, il cielo, le forze supreme, mentre il serpente è l’oscurità, la terra, le forze telluriche.  L’aquila nutrendosi di serpenti incarna idealmente il trionfo del bene sul male.



Da qui "un tema iconografico" dalle origini remote che affonda le radici in culti asiatici:
l’aquila
che tiene fra gli artigli una preda, un capretto o una lepre.



E' un tema che ricorre frequentemente nell’arte medievale e che richiama alla mente "la vittoria delle forze celesti" contro il male, contro "il demonio"
raffigurato dal > capretto < o contro l'eresia raffigurata dalla > lepre <



il cui > simbolo < fu prediletto da Federico II. insieme a quello dell'aquila.





La lepre infatti appartiene alla "categoria degli immondi" perché rappresenta
> la superbia intellettuale<.



Un altro "tema iconografico" che ricorre frequentemente nella scultura medievale è quello
dellAquila che artiglia un Drago



con una combinazione simbolica che richiama una vicenda araldica molto particolare e interessante allorquando >  la Regina dell’Aria < si trasforma decisamente in
> simbolo del Sacro Romano Impero < con Federico Barbarossa

L’aquila che, secondo le leggende, sarebbe  capace di fissare la luce del sole, divenne "aforisma" della percezione diretta della > conoscenza del divino < da parte dell’intelletto umano. 



Per gli antichi egizi rappresenta il concetto dell’immortalità.
E’ ritenuta anche > simbolo della contemplazione e dell’estasi < nel cristianesimo primitivo. 
Nella cristianità è  infatti associata a San Giovanni Evangelista, che nel Tetramorfo lo rappresenta, nel suo prologo (l' Apocalisse) egli compie > un volo spirituale < e si eleva nelle regioni più alte e sublimi della conoscenza, e vede con vista acuta simile a quello di un'aquila.



Si spiega in tal modo l’attribuzione dell’uccello a Giovanni Evangelista ed al suo Vangelo



Il suo Vangelo parla della divinità del logos ed egli è come il rapace che si innalza in volo verso il sole, l' unico animale che può guardare direttamente la sua luce. Giovanni
porta con sé > il simbolo spirituale dell’aquila < che vuol dire massima elevazione spirituale od anche ispirazione dalle più alte vette dello spirito, "simbolismo" che si collega anche a San Francesco, non a caso qui rappresentato con le ali.

l


In alcune opere d’arte del primo Medioevo, è visibile l’identificazione dell’aquila con lo stesso > Cristo < del quale ne rappresentò anche l’ascensione al cielo e, quindi, la Regalità suprema.

Secondo la tradizione della Chiesa l'aquila incarna inoltre l'effusione dello Spirito Santo dall'alto.


Secondo tale interpretazione, tutto ciò sarebbe una trasposizione del > simbolo romano dell’Impero< emblema che sarà in seguito assunto dai sovrani del Sacro Romano Impero e dall’imperatore Federico II



e dallo stesso Papa Gregorio IX



I mistici medievali indulsero sul > simbolo dell’aquila < per evocare > la visione di Dio < paragonando la loro "preghiera" alle ali dell’uccello regale. 

Nell’iconografia del periodo, le sommità delle colonne, gli "obelischi" furono spesso sormontati dall’immagine di > un’aquila < a significare > la potenza spirituale più elevata < la sovranità e l’eroismo e, in generale, ogni "virtù trascendente".

La figura infatti fu costantemente identificata  con il simbolismo dell’ascesa spirituale, di una comunicazione della terra con il cielo.

Non a caso > gli angeli < vengono rappresentati con > le ali delle aquile <
In certe leggende anzi "i divini messaggeri" e "le aquile", furono identificati in un processo di scambio reciproco di ruoli.


Non deve essere quindi casuale che sul cornicione della facciata di una "Basilica" della stessa epoca  sia stato posto, al di sotto del cornicione, un piccolo >aquilotto <
imprigionato tra due sbarre di ferro in attesa di essere liberato.




Francesco
- seguendo la simbologia tipica del bestiario medievale, adottata nell'occasione da Frate Elia - ha saputo "trasformare" la sua iniziale "natura  umana e godereccia", in quella "celestiale", che vede nell'aquila il simbolo dell'unico animale secondo la traddizione mistica capace di capace di fissare > la luce del sole < innalzandosi oltre le più alte cime montagnose, senza restarne accecata.



Forse l'aquila, posta alla destra del volto di un giovane di circa  30 anni, potrebbe > simbolicamente < rappresentare proprio > Francesco  < trasformatosi in > aquila reale < che con il suo sacrificio ha spinto i suoi discepoli a liberarsi dalle "catene terrene" e volare insieme a Lui verso le vette piu alte.



Frate Elia
, con > il protome < posto nel Transetto a Nord della Basilica Superiore di Assisisembra quindi che volesse  indicarci che Francesco ha spiccato > il volo < e ha completato
questo  > percorso verso la Luce divina < o forse sarebbe meglio dire questo > volo  verso il Sole <



Si tratta de> volo più segreto < quello sconosciuto o forse meglio disconosciuto,  che  fece insieme a Elia nei Luoghi Santi a contatto diretto con le energie spirituali lasciate da Gesù e dai suoi 12 Apostoli come mostrano  le due > protomi< poste volutamente in un luogo inaccessibile e del tutto invisibile, tanto che c'è voluto > un terremoto < per individuarle e scoprirle nuovamente nell'indifferenza generale, non avendo la critica storica ritenuto di doverle dare il giusto risalto, nonostante > il simbolo dell'aquila< accanto al volto di un giovane di bell'aspetto avrebbe dovuto stuzzicare la loro curiosità e i loro interesse.



> Il "vero volto" di Francesco <

L'ipotesi, oltremodo suggestiva, lungi dall'essere  un tentativo di fantasioso ricamo intorno ad un "volto misterioso", potrebbe al contrario rivelarsi, come in effetti appare da tanti riscontri, una scoperta sorprendente e straordinaria. Occorre  un'apertura mentale non legata a verità costruite ad arte sul "personaggio storico", come ci è stato tramandato con la tipica "tonsura" da frate mendicante, ritratta da Cimabue.

e da un ignoto pittore, forse Giunta Pisano , che lo avrebbe dipinto intorno al 1230 sul " coperchio" della cassa di legno, che avrebbe contenuto le spoglie mortali di Francesco e Chiara.


Secondo lo scopritore, fra Marino Bigaroni > il coperchio < sarebbe stato staccato dalla cassa dopo la traslazione del corpo di San Francesco nella Basilica inferiore per dipingervi sopra  > l’immagine del Santo < stranamente molto simile a quella dipinta da Cimabue diverse decine di anni dopo, cosa che fa sinceramente dubitare  sulla veridicità del susseguirsi degli eventi narrati da fra Bigaroni, perchè nel 1230, data in cui il coperchio sarebbe stato asportato secondo questa versione, non era certo questa > l'immagine < corrente del Santo, il cui unico esemplare rimasto risale al 1223, ritrovato sulla porta di una casetta agricola, in cui Francesco era stato ospite e fatto dipingere dal proprietario per ricordare l'evento, in cui il Santo appare con barba e baffi curati e

> senza tonsura<



Il ritratto di "frate Francesco" si presenta assai conforme alla successiva descrizione fisica e psicologica che fa di lui il biografo Tommaso da Celano nella 'Vita prima' (risalente al 1228), a prescindere soltanto dal particolare degli "occhi" (azzurri nel dipinto). In questo murale benedettino, "frate Francesco" con la barba e col cappuccio,sorregge la scritta "pax in huic domo".



Tommaso da Celano nella sua prima biografia, scritta tra il 1228 e il 1229, ci dà, al capitolo 29 (FF 465), un ritratto di San Francesco, estremamente prezioso



Vita Prima, (cap. 29): “Statura mediocris parvitati vicinior, caput mediocre ac rotundum, facies utcumque oblonga et protensa, frons plana et parva, mediocres oculi, nigri et simplices, fusci capilli, supercilia recta, nasus aequalis, subtilis et rectus, aures erectae sed parvae, tempora plana, lingua placabilis, ignea et acuta, vox vehemens, dulcis, clara atque sonora, dentes coniuncti, aequales et albi, modica labia atque subtilia, barba nigra, pilis non plene respersa, collum subtile, humeri recti, brevia brachia, tenues manus, digiti longi, ungues producti, crura subtilia, parvuli pedes, tenuis cutis, caro paucissima, aspera vestis, somnus brevissimus, manus largissima”.

Tenendo presente che “mediocris” è parola latina che vuol dire “di grandezza media” ,  la traduzione che viene proposta è  la seguente

“Di media statura, quasi piccolo, testa rotonda e proporzionata, volto un po' ovale e proteso, fronte piana e piccola, occhi di media grandezza, neri e sereni, capelli scuri, sopracciglia diritte, naso proporzionato, sottile e rettilineo, orecchie dritte ma piccole, tempie piane, parola mite, ardente e penetrante, voce robusta, dolce, chiara e sonora, denti ben allineati, regolari e bianchi, labbra sottili, barba nera e rada, collo sottile, spalle dritte, braccia deboli, mani scarne, dita lunghe, unghie allungate, gambe esili, pelle delicata, magrissimo, veste rozza, sonno brevissimo, mano generosissima”.

Questa descrizione, nella quale non mancano alcuni >tratti spirituali < come gli occhi “simplices”, la parola “placabilis, ignea et acuta”, la veste “aspera”,  la grande generosità nel lavoro “manus larghissima”, era chiara per il Celano, ma chi legge non riesce a raggiungere un'immagine precisa del  vero "aspetto umano" del Santo e in particolare se portava o meno la famosa  > tonsura da chierico < richiamata in tutti i dipinti posteriori  del Santo.



Il Celano entrò nell'Ordine nel 1215 e quindi ebbe l'opportunità di vedere Francesco. Ma Tommaso non stette molto con Francesco. Entrò nell'Ordine nel 1214/15 all'età di circa 15 anni. Egli poté rivedere Francesco nel capitolo delle stuoie del 1217 (5 maggio). Lo rivide nel capitolo del 1221, dove si offrì per andare in Germania. Che fosse ad Assisi al momento della morte di Francesco non è probabile. Fu indubbiamente presente ad Assisi il 16 luglio 1228 quando Gregorio IX canonizzò San Francesco.
In quell'occasione ricevette dal Pontefice l'incarico di redigere > la biografia ufficiale < di San Francesco. Egli ne scrisse tre diverse versioni e anche un "Trattato dei Miracoli" di  Francesco.



Pare di poter dire che Tommaso da Celano trae dalla sua memoria visiva le sembianze di Francesco, avendolo conosciuto di persona. Ma purtroppo non resta altra testimonianza che l
'affresco del > Sacro Speco di Subiaco < che sicuramente lo rappresenta, essendo stato accertato che è stato dipinto nel 1223, quando "il Santo" non era stato ancora canonizzato da Gregorio IX (1228), e molto probabilmente quando era ancora in vita (1223), e non aveva ancora ricevuto quale 'segno del Dio vivente' > le stimmate < alla Verna. 



> Ma qual'era l'aspetto  di Francesco? <
Era quello di un "chierico" come è stato rappresentato? <

P
ittori e scultori si sono esercitati a rappresentare > San Francesco < secondo quello che la loro sensibilità e immaginazione, non seguendo   certo le indicazioni di Tommaso da Celano, in quanto la prima versione della sua " Vita prima", come le due successive, erano state fatte sparire dalla circolazione per volere di Fra Bonaventura e ritrovate solo nel 1700 abbandonate in vecchia biblioteca.



Esiste  invero >un ritratto< dal titolo "Francesco di Greggio", commssionato da Jacopa dai Settesoli, in  cui Francesco appare con "la barba" e con "le stimmate" con "un fazzoletto", con il quale si asciuga l'occhio sinistro dalle lacrime dovute alla cataratta, che lo affligeva e che lo stava portando alla cecità.


Su richiesta di Giacoma, detta "Jacopa" ( le cui spoglie mortali riposano proprio di fronte alla tomba ritrutturata del Santo) fu eseguito > il  ritratto di Francesco < quando egli era ancora in vita. Siamo intorno al 1224 ma  l'originale è andato disperso. La copia del 1400 è tuttora conservata in una Chiesa di Greccio (vicino Rieti), il paese dove egli inaugurò la popolare tradizione del Presepe.

Un'iscrizione dice: "Vero ritratto del Serafico Patriarca San Francesco d'Assisi, fatto eseguire dalla pia donna romana Giacoma de' Settesoli, vivente lo stesso patriarca".

Nessuno all'epoca poté vedere "il ritratto", se non pochi intimi, essendo custodito dalla nobildonna romana nel suo palazzo, dove Francesco era ospite tutte le volte che si recava a Roma per incontrare il papa Onorio III o Ugolino, Conte dei Segni, vescovo di Ostia, suo intimo amico e protettore, il futuro Gregorio IX, che lo cannonizzò appena due anni dopo la morte.



Ne erano conosciuti altri  > Ritratti < contemporanei di Francesco se non quello allo Speco di Subiaco, che non poté essere eliminato, essendosi il proprietario della cascina, sulla cui porta d'ingresso era stato dipinto, rifiutato di adempiere all'ordine di Fra Bonaventura, ma soprattutto per la strenua opposizione e resistenza dei fedeli, essendo diventato oggetto di culto e di venerazione popolare per un continuo pellegrinaggio di centinaia di fedeli.



Questo "ritratto" resta quindi attualmente l'unica guida indispensabile per la valutazione degli affreschi ritraenti il Santo: uno quello dipinto sul "coperchio" del  > feretro < in legno di Francesco e di Chiara, attualmente al Museo della Porziuncola; l'altro di Cimabue, eseguito qualche decennio dopo la morte del Santo, nella Basilica inferiore di Assisi.


Stranamente questo micidiale e anacronistico intervento di Fra Bonaventura ha lasciato indenne il più importante > messaggio simbolico escatologico < lasciato da Frate Elia sul fianco del  "feretro", una normale cassa di legno,  nella  quale erano stati posti provvisoriamente i corpi di San Francesco e Santa Chiara



prima di essere traslati dalla Chiesa di San Giorgio, dove erano stati inizailmente custoditi nei loculi delle Chiese a loro dedicati.



> La cassa mortuaria di San Francesco e Santa Chiara <

La scoperta  di questa > cassa di legno < con incisi > simboli alchemici escatologici < si deve ad un frate francescano, l’ultraottantenne Padre Marino Bigaroni, per anni amatissimo professore di storia dell’arte all’università di Perugia e proprio per tale sua specializzazione preposto da parte dell’Ordine dei Frati a catalogare e accertare l’autenticità di manufatti e dipinti risalenti all’epoca della nascita del movimento francescano, che vengono ancora oggi casualmente ritrovati.



La "cassa" fu rinvenuta per puro caso nel 1990 da Fra Biragoni, che era stato incaricato di esaminare alcuni reperti emersi nel Chiostro del Protomonastero, non lontano dal sacello, lembo della  "Cripta" della  Chiesa di Santa Chiara, già Chiesa di San Giorgio. 



"La cassa di legno scuro", piena di polvere, era abbandonata da anni in un angolo del sottoscala all’ingresso della Cappella del Crocifisso.

E’ un manufatto di m. 1,71 di lunghezza per cm. 60 di larghezza e altrettanti di profondità, privo del > coperchio < che – a quanto sostiene fra Bigaroni –  sarebbe stato quasi subito recuperato da uno dei seguaci di Francesco, seguendo altro destino.

Secondo lo scopritore >  il coperchio  < sarebbe stato staccato dalla cassa dopo la traslazione del corpo di San Francesco nella Basilica inferiore per dipingervi sopra > l’Immagine del Santo < stranamente molto simile a quella dipinta da Cimabue diverse decine di anni dopo, cosa che ne fa dubitare dell’autenticità.



Gli  fu applicata una cornice e mutilato nella sua misura, passando di mano in mano per essere ceduto poi dall’ultimo proprietario, certo "Carattoli", ai frati della Porziuncola e oggi esposto al Museo della Porziuncola.

Nessuno però si è preoccupato di fare un’indagine accurata e scientifica, onde accertare trattarsi dello stesso > legno < utilizzato per l’intera cassa.

Per quanto riguarda >  la cassa di legno < senza più il coperchio sembrerebbe - a quanto sostiene Fra Bigaroni - che non  sia stata ulteriormente smembrata  dopo la traslazione delle spoglie mortali di San Francesco (25/05/1230), in quanto, da diversi riscontri storici, risulta che vi riposò  successivamente il corpo di Santa Chiara.



> L'antistorico e irrealistico culto di Francesco "chierico" <

Avremo modo di esaminare in dettaglio  "disegno misterico escatologico", inciso a fuoco su una delle alzate della cassa. Bisogna infatti risolvere pregiudizialmente il " rebus" posto dallo stesso scopritore Fra Bigaroni, secondo cui il " coperchio" sarebbe stato -  subito dopo la traslazione del corpo di Francesco nella Basilica di Assisi - prelevato e dipinto con  > l'immagine < esposta nel Museo della Porziuncola con la famosa " corona monastica" - avvalorando l'antistorica e assolutamente irrealistica tesi sostenuta da Fra Bonventura - dipinto, che mostra appunto  Francesco e molti dei suoi 12 fraticelli ( che per primi lo avevano seguito) con la tipica " corona monastica".



La tesi di fra Bigaroni sulla presunta datazione del dipinto sul coperchio di legno, non appare condivisibile. Ad un più attento esame e ad un preciso riscontro storico, non sembra proprio che possa essere stato > eseguito nel 1230 < - come sostiene fra Bigaroni - ma quasi sicuramente nella seconda metà del XIII secolo da una allievo del pittore Giunta Pisano e ripreso dallo stesso Cimabue, data la straordinaria somiglianza con quello > agiografico < realizzato dal maestro di Giotto su precise idicazioni di fra Bonaventura, Vicario generale dei Frati Minori, che portava avanti una politica tendente a modificare radicalmente > la figura storica e umana < di Francesco,  tramandata dai Suoi predecessori, molti dei quali avevano vissuto direttamente a contatto con il Santo ed erano in possesso di > immagini realistiche e non inventate < immagini che furono tutte raccolte e ritirate dal ....."mercato", che era ampiamente diffuso a quei tempi, snaturando inevitabilmente > la figura originale < del Santo per la superficialità degli esecutori materiali, che nella maggioranza dei casi non avevano mai incontrato Francesco in vita.



Lo stesso Giotto si adeguò a quest'immagine artefatta voluta da fra Bonaventura, che  lo portò a dipingere di Francesco e dei Suoi > 12 Frati < Papa Urbano III con la tipica < la tonsura > che gli sarrebbe stata riconosciuta - secondo la versione tramandataci dallo stesso Bonaventura nella sua "Legenda Major" - nell'incontro avvenuto a Roma nel 1209.



Questa decisione, che aveva le sue giustificazioni  per l'indebito e incontrollabile commercio, creò inevitabilamente non pochi dissidi con i legittimi possessori, che non volevano assolutamente privarsene, considerandole "reliquie" intoccabili, ma furono costretti, nella maggoranza dei casi, a restituirle a fronte dell'ordine perentorio di  fra Bonaventura, che  paventava di espellerli  dall'Ordine in caso di mancata riconsegna. 



Non tutti aderirono a questa strana e incomprensibile ingiunzione, specialmente i più anziani, i compagni di ventura di Francesco, ma l'ordine del Vicario Generale ebbe l'effetto di cancellare dalla storia " il vero volto " di Francesco, che Frate Elia del tutto inconsapevolmente ha lasciato sul Transetto a Nord, non pensando certo che i suoi successori avrebbero cosi modificato la Sua immagine terrena, come appare in recente 3D ,realizzato sotto o  l'egida dallo stesso Ordine Francescano e del Comune di Assisi , in cui il visitatore può entrare nella scena, vivendola in prima persona. 



E' stato creato > un modello tridimensionale della scena < quanto più possibile collimante con l'originale, percorribile ed esplorabile dall'utente in tempo reale.  I personaggi si animano e la scena viene raccontata durante il suo svolgimento. Nello spazio buio antistante la proiezione "il visitatore" è libero di muoversi e interagisce all'interno dello >spazio virtuale < con il solo movimento del corpo, avendo la sensazione di entrare fisicamente nella scena.



La cosa incredibile e fantascientifica è San Bonaventura è riuscito a reallizzarlo dal vivo già ottocento anni prima, facendo credere a tutti di rivivere accanto ad Francesco, che era allora  - come lo è purtroppo ancora oggi - solo "virtuale", come confermano i sempre più evidenti e incontestabili riscontri storici.




Bisogna purtoppo ammettere - come mostrano le conclusioni cui è giunto fra Bigaroni in merito al dipinto esposto al Museo della Porziuncola - che San
Bonaventura
, non a caso nominato cardinale e canonizzato per i meriti acquisiti e per le indubbie capacità, ha puntualmente raggiunto lo scopo che si era prefisso, riuscendo a far sparire dalla circolazione qualsiasi > ritratto o immagine < precedente del personaggio, nel tentativo, perfettamente riuscito, di mostrare un Francesco diverso, quasi "divinizzato", con la  tonsura, la cosidetta "corona monastica" tipica dei "chierici", che il futuro "Santo" si guardò bene di portare, essendo sempre rimasto allo stato laico con i capelli  e la barba più o meno curata.




E la "tonsura" o meglio la cosiddetta " corona monastica" è sicuramente l'elemento discriminante e pregiudiziale, non avendo Francesco, né tanto meno i suoi fraticelli portato questa tipica acconciatura da " chierico", né tanto meno "il volto rasato", come era usanza dell'epoca.



> La corona monastica <

La consuetudine di > rasare < completamente > il capo e il mento < fu in uso nell’antichità cristiana dapprima presso i monaci e passò quindi anche ai chierici. Nel rito occidentale della Chiesa cattolica, la “prima tonsura” fu, nel Medioevo, il rito per inserire un uomo nel clero, cosa che sia Francesco e i Suoi fraticelli, anch'essi spesso dipinti con la "tonsura da chierico", si guardarono bene di praticare, trattandosi alle origini di un movimento essenzialmente laico e spiritualista.



La "tonsura" era un prerequisito per ricevere gli ordini minori e maggiori. Lasciare  la "tonsura" equivaleva ad abbandonare lo stato clericale.



Oltre a questa generale "tonsura clericale", alcuni Ordini monastici di rito occidentale, ad esempio certosini e trappisti, usavano una versione molto completa della tonsura > rasando la testa completamente calva < e,mantenendo solo > un anello < stretto di capelli corti, talvolta chiamato “la corona monastica”, dal momento dell’ingresso in noviziato monastico per tutti i monaci, se destinati al servizio come sacerdoti o fratelli. Alcuni Ordini monastici e singoli monasteri mantengono ancora oggi la tradizione di una > tonsura monastica <ma non più in modo integrale come nel Medioevo.


Oggi nel Cristianesimo  Ortodosso e nelle chiese orientali cattoliche di rito bizantino, ci sono tre tipi di tonsura: battesimale, monastica e clericale.

In tutti e tre i casi (per bambini e adulti) consiste nel:
> taglio di quattro ciocche di capelli in forma di croce <

Nella "parte anteriore della testa" mentre il celebrante dice “nel nome del Padre”; nella "parte posteriore della testa", mentre pronunci
a le parole” e del Figlio” e "su entrambi i lati della testa" mentre dice “e dello Spirito Santo”. 

In tutti i casi, è consentito far crescere "i capelli" nella parte posteriore del capo. 



La "tonsura integrale", come tale, non è quindi più adottata come acconciatura monastica, come del resto non era consuetudine  portarla nemmeno nel primo periodo della nascità e dello sviluppo del movimento francescano.

Finchè Elia restò a capo dell'Ordine  non era infati praticata o imposta "la tonsura integrale", non trattandosi ancora di un Ordine monastico, inserito nell'alveo della Chiesa. Fu certamente fra Bonaventura a favorire quest'inserimento progressivo e fu proprio  nel periodo in cui assunse al sommo grado di Vicario Generale che cominciarono a diffondersi le prime immagini di Frati mendicanti con la classica " corona monastica", diventata poi l'immagine agiografica di Francesco.



Ma questa "immagine clericale" si appalesa sempre meno "realistica" , come sembrano dimostrare " le quattro protomi", recententente > ri-scoperte < ai lati della "bifore" del Transetto.


All'approfondimento di quest'argomento abbiamo dedicato il capitolo

> Il Mistero delle 4 protomi
ad Assisi <

avv. Giovanni Salvati

Cuore
a Cuore

Un uomo non può cambiare il mondo
ma può diffondere un messaggio
che può cambiare il mondo