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LA CERCA DEL GRAAL NEL 3° MILLENNIO



"La cerca del Graal all’alba del terzo millennio.
Aspirazione alla spiritualità e via iniziatica nell’età della globalizzazione"

Un tempo, non troppo lontano, l’iniziazione era privilegio di un’elite di persone, le uniche alle quali era concesso di “varcare la soglia”, percorrendo i cammini dei pellegrini in direzione di Santiago di Compostella, di Roma o di Gerusalemme alla ricerca del Graal, mitica parola dal contenuto indefinito, oggetto della ricerca umana, simbolo di perfezione.

L’antica saggezza veniva trasmessa di generazione in generazione attraverso racconti, miti e leggende e così conservata e sviluppata da uomini ispirati e soprattutto, da quelli che noi amiamo definire “iniziati”.

Ora invece sembra che a molti, soprattutto ai giovani, sia concesso questo privilegio, senza bisogno di guide e di percorsi iniziatici, anche se questa antica saggezza non la si trova scritta su nessun libro e nemmeno su internet, perché la sua trasmissione può avvenire, ora come allora, solo “da bocca ad orecchio” o forse, meglio, da “cuore a cuore”.

Nelle dinamiche dell'era della globalizzazione sembra infatti che siano cambiati i tempi e le modalià di apprendimento, essendosi "la ricerca del Graal" trasformatasi in un cammino sempre più "virtuale".

C’è da dire però che questa è un’epoca diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta: l’uomo dispone di strumenti che gli permettono di decidere se lanciarsi in azioni distruttive o se invece costruire un nuovo luminoso futuro.

Per chi decide per la seconda possibilità, ecco che, proprio oggi, ritorna in auge un'arte particolare che caratterizzò i "cantastorie" del passato.
I "cantastorie" regalavano sogni. Essi compresero prima di altri che è dalla realtà che nasce il sogno e viceversa, che dal sogno ne nasce un'arte, l’arte del sognare.

La differenza è che il cantastorie magari ora lo chiamiamo “cantautore”, ma il sogno rimane lo stesso: “Seconda stella a destra questo è il cammino, e poi dritto fino al mattino, poi la strada la trovi da te, porta all'isola che non c'è”.

Sognare quindi, proprio come facevano gli alchimisti di un tempo, solo che ora i loro laboratori non li troviamo più all’interno di antri oscuri, fra libri antichi, alambicchi ed esalazioni di zolfo. Questi laboratori hanno cambiato ingresso e serratura.

L'ingresso ora avviene da "un portale di internet", preludio all'ingresso nel Tempio.
Infatti, il ricercatore moderno, immerso com’è in questa ricerca senza tempo, continua a navigare cercando costantemente una “connessione”.
Ma se prima la connessione col Divino avveniva interpretando l’architettura simbolica delle costruzioni sacre, oggi essa avviene interpretando “codici” e “simboli” all’interno di uno “schermo”, che ci permette di dare forma alla nostra creatività ed alle nostre intuizioni.

Si è passati, quindi, dall’arte dei “libri di pietra” o delle “dimore filosofali”, per dirla alla Fulcanelli, all’arte del “digitale”, intesa come arte che nasce dai computer.
Anche all’interno di quella scatola piena di cavi, chip e memorie, si può creare, grazie al genio umano, una “forma estetica” uguale, per certi versi, a quella “forma” che ritroviamo nelle facciate ed all’interno delle cattedrali, quei “computer di pietra” che gli antichi utilizzarono per calcolare gli equinozi ed i solstizi.

Sarà per via della mia passione nei confronti dell’architettura simbolica, ma, “i pionieri informatici del terzo millennio” non si trovano davanti ad un “portale”, come poteva esserlo un “portale di pietra” di una cattedrale gotica?

Per ogni operazione al computer, non viene per caso richiesta la “password” che tanto rimanda alla “parola perduta”, o la “chiave” come quella per aprire la porta di un luogo sacro?

Il “panorama” che ci offrono “Windows” e per ultimo “Vista”, non sono come “finestre” che ci rimandano ad un altro “panorama simbolico” racchiuso in quelli che furono i capolavori di arte vetraria dell’architettura gotica in particolare?

E ancora, ”navigare in Rete” non è come immergersi nello splendore di una “Navata”, dove “navigare = navata”, che architettonicamente e simbolicamente rappresenta una “nave rovesciata” che naviga nelle acque del cielo?

Il presente sembra quasi una “scannerizzazione” di un passato a noi non eccessivamente lontano e, per certi aspetti, esso sembra proiettarci come dentro un “film già visto”.

I cavalieri del terzo millennio non sono più "in groppa ad un cavallo". Li ritroviamo oggi a dover invece "cavalcare la rete" ancora a costruire "cattedrali" e "navi" di diversa fattura, in un "cyberspazio", ancora imbevuto di architettura divina; un "cyberspazio" circoscritto comunque all'interno di un "sistema binario" come il pavimento a scacchi, che il ricecatore, ancora una volta, cerca di trascendere.

Si ha l’impressione, a questo punto, che il “cantiere” non sia mai stato chiuso: un “work in progress” continuo che ha visto sempre aperta la sua “porta” o “portale” in attesa di una nuova “connessione”.

In questo “cyberspazio” ritroviamo, quindi, tutte le dinamiche del passato, compresi i sogni e le paure che hanno caratterizzato le varie epoche.
Cambia, però, il modo di interagire.

Se prima era "la spada" ad incutere terrore, ora i pericoli viaggiano in giacca e cravatta per mezzo di emissari della “new economy” o semplicemente con mezzi tecnologici che ci fanno correre il rischio di rimanere “imbavagliati in una rete” soprattutto per chi come me è abituato a “navigare”.

Oggi ci troviamo di fronte a “pirati telematici”, gli “hacker”, che navigando varcano ogni confine spazio informatico, introducendosi furtivamente nei computer e nelle reti stesse. Essi sentono l’esigenza di “forzare” dei limiti ai quali non ne è consentito l’ingresso; forse una delle tante forme di trasgressione!

Ci sono poi altri esemplari che non vengono chiamati pirati, ma che anch’essi “forzano” certi limiti, forse più pericolosi, quelli dell’ignoto.
Essi vanno spesso incontro a false leggende e falsi miti che portano loro ad avere una comprensione parziale ed a volte confusa di come è realmente il mondo.

C’è poi un’ultima tipologia che per certi tratti somiglia agli “hacker”, ma che poi con loro non ha nulla a che fare.

Questa tipologia ama varcare altri limiti, quelli dello spirito. Questo è il nostro mondo con i suoi pregi e difetti, con il computer che facilita le nostre preliminari ricerche, ma che rischia di catturare “all’esterno” facendo dimenticare che la vera ricerca è sempre interiore.

Continuiamo allora a ricercare la “password” confrontandoci con altri nello “spazio informatico” e sempre più spesso ci accorgiamo che questa realtà può cambiare a seconda di come viene osservata.
Le persone come me, di certo non vogliono correre il rischio di "non vedere" ciò che l'educazione impartita considera "non vero".

Sarò “io stesso” un surrogato di questa società a volte un po’ troppo fantasiosa se non paradossale?

In un’epoca in cui la Scienza è arrivata a trattare temi come creazionismo e darwinismo, genetica, viaggi spaziali, scienza e fede, spirito e materia e per ultimo esperimenti sulla "materia oscura" con la cosiddetta “particella di Dio”; ebbene, in questa stessa epoca diviene più “plausibile” e forse più “facile accettare” che dai laboratori sotterranei del Gran Sasso, un fascio di neutrini venga “sparato”, attraversi le montagne, percorra un viaggio sotterraneo di 732 Km e arrivi così nei laboratori sotterranei del CERN in Ginevra, e NON, paradossalmente, accettare, anche se solo come mera ipotesi, che due individui ad un solo metro di distanza, come magari vanno professando i nostri “new agers”, in questo momento si stiano scambiando delle energie.

Questo è un vero mistero per me. Mistero nel mistero quando sento come “per nulla accettabile” tali ipotesi persino in quel contesto a me tanto caro che ama definirsi “adogmatico”.

È giusto che ognuno sia libero di pensare ciò che vuole, ma scusatemi, cosa ci fanno le “certezze assolute” in questo contesto?
Non si può vivere costantemente infagottati per paura di contrarre un raffreddore. Il ricercatore moderno, il ricercatore del Graal, sopratutto se alle spalle ha un percorso iniziatico, senza timori di sorta deve prendere coscienza di ogni eventuale possibilità e sopratutto del "nuovo che avanza". Lo deve fare con un atteggiamento da "guerriero" che non conosce paura.
Deve immergersi con "duttilità" e maggiore "consapevolezza" nel mondo "di fuori" per gustare meglio il sapere, così da poter vivere in piena coscienza il teorizzato concetto del "qui ed ora", aprendosi alla posibilità che vi è una realtà che ancora non cogliamo.

Ci è richiesto, ora più che mai, di sforzarci ad intuire “l'invisibile nel visibile” per comprendere la reale natura delle cose. La realtà non è un fatto obbiettivo e immutabile, ma può cambiare a seconda di come la guardiamo .
Avete presente "un acaro nella polvere"? Un telescopio.
Immaginiamolo sotto la lente di un miscroscopio, la nostra attuale percezione visiva ci fa vedere un essere dalle piocolissime dimensioni, che, tramite questa lente, ci appare ora immenso. Immaginiamoci ora in un futuro prossimo con a disposizione un telescopio più potente che ci permette di osservare "un'acaro nell'acaro della polvere"... ed ecco, ancora, "l'invisibile nel visibile".
Quella che poeva essere mera immaginazione, ecco che diviene realtà. Quel "giorno che verrà". Non facciamoci cogliere impreparati. Non ve lo possiamo permettere; non facciamoci trovare "a bocca aperta"; e che la bocca rimanga serrata anche in quell'occasione e non solo per le ragioni che già conosciamo.

Precorrere i tempi” con mente e cuore aperti, ecco la parola magica, che ci consente di utilizzare un “motore di ricerca” che assicuri al proprio “utente” contenuti sempre validi, “aggiornati” e “futuribili”.

Ciò non significa che dobbiamo essere pronti a credere a tutto ciò che va oltre la visione comune del mondo, quel mondo che ha fatto resuscitare il "Santo Graal" nel delta di un fiume e fra le righe di un noto best-seller; quel mondo dove basta che bevi quella tale bevanda energizzante che da sola ti “mette le ali”.
In quest’epoca che tende a “velocizzare” tutto, ci resta solo una cosa da fare per continuare a precorrere i tempi: “ricercare la velocità di una lepre, nella lentezza di una tartaruga”. Ciò può avvenire solo mantenendo una “connessione sempre aperta”, salendo, come nel film “l’attimo fuggente“, in cui il professore invita l’alunno a salire sul banco ed osservare la realtà che lo circonda a 360° con l’animo schietto, capacità e coraggio di meravigliarsi, audacia e curiosità di vedere cosa si nasconde dietro l’angolo con lo spirito e la sensibilità che fa cogliere ai bambini aspetti della realtà che spesso a noi sfuggono, perché solo senza pregiudizi si riesce a percepire quel che è velato per i più.

Con questa nuova percezione delle cose, il mondo ci apparirà allora come un contenitore dalle mille possibilità, che al suo interno racchiude tutte le specie e con la quale possiamo giocare quali bambini pieni di meraviglia e di desiderio di conoscere. Allora noi “generazione Playstation”, prendiamo coscienza del dono che ci è stato offerto: una “console” unica nel suo genere.

Teniamo presente però che in questo “software-didattico” esistono delle regole che vincolano il passaggio al “quadro successivo”. Esso va scoperto, forse è il caso di dire “svelato”, man mano che il gioco va avanti e da “eterni fanciulli” dobbiamo crederci in questo gioco, in questo sogno, ricordandoci sempre che “non è mai troppo tardi per vivere una infanzia felice” e soprattutto per fare di noi degli autentici cercatori del Graal novelli ”guerrieri dell’arcobaleno”.

Luca
n.b.
Ci sembra simpatico richiamare un "elzeviro" di uno studente un po' avanti negli anni...

Riccardo Muti e i cattivi maestri
di PAOLO RUMIZ

In una notte fredda di stelle ho sentito l'inaudita potenza che Riccardo Muti ha spremuto da un'orchestra di giovani italiani l'altra sera al teatro di Udine. Era una messa per defunti, ma paurosamente carica di vita nonostante la presenza della Morte con la M maiuscola

Da non credere: il terribile "Confutatis maledictis" del giudizio pareva una romanza d'amore e il coro sprigionava zampilli di gioia dopo gli assoli funebri del basso. Musica napoletana (Paisiello, secolo XVIII), terrona e geniale, quintessenza dell'Italia migliore, con cui il maestro - in un formidabile contrappasso - ha infiammato una platea di padani, a ricordare che siamo una Nazione.

Ma la cosa più impressionante della serata non era la musica. Era il confronto fra l'età media del pubblico in platea (sui sessantacinque a occhio e croce) e quella dei componenti dell'orchestra giovanile Luigi Cherubini (trent'anni o giù di lì). Mio dio, mi sono detto mentre le luci si spegnevano, ma nelle poltrone ci sono solo vecchiacci come me. E quando ho alzato gli occhi e ho visto che persino il loggione era "geriatrico" allora ho capito che ciò che vedevo, con un tuffo al cuore, era semplicemente la misura demografica dell'imbarbarimento culturale del paese. Era una diserzione generazionale. Trent'anni fa i giovani avrebbero fatto a pugni per conquistarsi uno strapuntino a una serata simile. Ora era tutto finito. Anche se un posto negli ultimi palchi costava meno di uno sballo in discoteca.

E così, tra un Requiem e un Christe Eleison, ho cominciato a pensare alla differenza tra i giovani presenti sul palcoscenico e quelli assenti in sala. I primi erano una confraternita di gioia, incanto, invenzione, follia, ma anche di rispetto, disciplina e senso della gerarchia. Quei ragazzi erano tutto ciò che ci è stato tolto in questi anni di dissipazione. Erano canto, allegria, gusto della condivisione e ciò in un paese che non canta più, si barrica in casa e invoca le ronde contro i forestieri. Fuori da quella sala, invece, c'erano troppo spesso ragazzi soli, abbandonati, curvi su Facebook o a cercarsi come lupi nella notte digitando ululati via sms. Dimenticati da noi nel paese dei balocchi, un mondo artificiale allestito per mascherare il saccheggio. Giovani allo sbando, senza un esempio, una guida. Privati di quello che una semplice e antichissima parola è capace di riassumere. Un maestro.

Ed ecco che in quel teatro, sotto le stelle delle Alpi orientali, il contrappasso si precisava. L'uomo in giacca nera che dirigeva orchestra e coro con il lampo delle sue occhiate e scuotendo la sua chioma brizzolata era appunto l'entità inestimabile che mancava a giovani rimasti fuori al freddo: il Maestro. Non semplicemente un direttore, ma uno che insegna a salvare il salvabile, a resistere allo sfacelo dei tempi. Un costruttore di valori. Lo capivi dai gesti, dall'economia dei movimenti.

Muti non aveva bisogno di sudare e sbracciarsi. A quei ragazzi italiani bastava un'occhiata, come ai Wiener Filarmoniker. La musica era il prodotto di una concentrazione assoluta e gioiosa e il palcoscenico era una splendida raffigurazione di un'arca, salda nel temporale del Diluvio. Giovani strappati all'uragano, all'esilio in terra straniera, al precariato.

Viviamo un tempo che odia i maestri, li sottopaga, li umilia. Non è un caso, perché oggi trionfano i Cattivi Maestri. Li vedi concionare dappertutto in televisione, superpagati, urlanti, volgari, sbracati. Basta uno zapping di cinque minuti per ritrarsi orrificati da schermi digitali pieni di rumore e di nulla. Un nulla e un rumore indispensabili a fare di noi acritici consumatori di porcherie, ebeti divoratori di immondizia allineata sugli scaffali. Per questo si sono distrutti l'incanto, la gioia, la follia, il rispetto, il canto, il gusto di stare assieme. Stiamo diventando animali da cortile, come nella fattoria di Orwell, con la differenza che ai tempi di Orwell esprimevamo una residua capacità di indignarci. Oggi il cattivo maestro ci ha tolto anche questo. Ci ha mutati geneticamente, resi indifferenti allo smantellamento della res publica. Una generazione perduta, forse due.

In camerino, dopo un'ora e quaranta di musica e una salve di applausi come cannonate, Muti si distendeva, rubava una sigaretta proibita e raccontava storie distillando pessimismo, attenuato da una garbata ironia, sull'andazzo dei tempi. «Questa partitura di Paisiello, una meraviglia dimenticata per decenni... Ah, la grande scuola napoletana... ha ispirato i tedeschi... ma noi ovviamente non lo sappiamo... già allora ci vendevamo tutto...». E mentre nei corridoi del "Giovanni da Udine" sentivi il rompete le righe di coristi e orchestrali, allegri come una scolaresca a fine lezioni, Muti sorrideva felice di questi giovani, bravissimi, «capaci di intendere i segnali della mente, senza restare alla superficie del gesto...», talenti che un'Italia matrigna dimentica e spesso condanna all'esilio.

«Ho detto loro: "Ragazzi, guardate che anche dopo queste mie lezioni dovrete continuare a rigar dritto... io vi perseguiterò anche da morto... Sapete, sono brutto da vivo, ma da morto sarò ancora più brutto e verrò a trovarvi per controllare cosa fate..."». Così concionava, mentre la sigaretta faceva salire al soffitto un filo azzurro di fumo e la sua voce baritonale tuonava beffarda come per accrescere lo spavento di quella visione ultraterrena. «Un giorno, durante le prove, mi sono accorto che un orchestrale leggeva un libro per ingannare il tempo tra due interventi distanti una ventina di minuti. Alla prima pausa gli ho detto: "Spero che si tratti del testo latino della messa funebre". Risposta: "No, maestro, è un libro giallo". E io: "Peccato che questo la renda insensibile al giallo della morte..."».

A un tratto, in quel camerino del Giovanni da Udine, ho capito. La parola "maestro", l'unica che Muti accetta come dovuta, non era affatto ornamentale od onorifica, ma maledettamente concreta. Era il riconoscimento di un mestiere che l'Italia ha smesso di onorare.

Un mestiere verso il quale, da parte dei giovani dell'orchestra, non vi era paura ma rispetto e intesa. Un rapporto costruito sulle regole, ma anche sulla formidabile empatia della musica. Allora mi son detto: beati quei rari paesi che hanno al governo scrittori, poeti o musicisti. Chissà cosa accadrebbe se, in un attimo di sana follia, l'Italia di questa mia generazione fallimentare delegasse il potere a quei trentenni sul palco. Forse i giovani lasciati soli nella notte fredda avrebbero qualcuno in cui riconoscersi. Ma è proprio questo, temo, che non si vuole.

(Messaggero Veneto e Il Piccolo, 7 dicembre 2009)


Un uomo non può cambiare il mondo

ma può diffondere un messaggio                                                                  
che può cambiare il mondo