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TEMPLARI: STORIA E ATTUALITA’



ATTUALITA'

Potrei liquidare questo punto dicendovi che il Tempio non è un luogo, non è tempo, non è storia.
Il Tempio è uno stato mentale, una condizione dell’anima, una situazione esistenziale. Ma poiché intendiamo far anche la storia dei Templari, di questa cupa e meravigliosa tragedia medievale, sarò più specifico.
La domanda che mi sono sentito più rivolgere in questi ultimi anni, all’uscita di ogni mio libro è:

>  Perché il Medioevo oggi?
>  Che senso ha parlare di antichi imperatori, più simili ai perduti re delle favole che a governanti credibili?
>  Che senso addentrarsi nei misteri della cavalleria?
> Che senso riesumare fatti così lontani dalla nostra sensibilità, dalla nostra realtà odierna, come il processo dei Templari?

Paradossalmente, io che scrivo di Medio Evo anche quando ambiento le mie storie ai nostri giorni (perché io scrivo di oggi, di me, dell’uomo contemporaneo, non del passato) in tutta sincerità rispondo:
Perché nulla è più vicino alla nostra realtà - e alla nostra sensibilità odierna - dello spirito medievale, di certi comportamenti e dei fatti che caratterizzarono l’evolversi della società occidentale dall’originaria barbarie alla modernità.
L’Europa moderna è nata a Maastricht. Ma non per il trattato del 1991.
E’ nata a Maastricht perché ad Heristal, nella terra di Maastricht, è nato nel 742 l’uomo che inventò l’Europa, cioè Carlomagno:

il primo a imporre la moneta unica in Europa;

il primo (sull’esempio di suo nonno Carlo Martello) a mettere in campo un esercito europeo, elaborando un sistema di coscrizione annuale che consentiva di far confluire all’appuntamento di primavera (quando iniziavano le guerre) truppe da ogni contea d’Europa;

- il primo a formulare le riforme più avanzate, indispensabili per trasformare una società arcaica in un agile stato moderno:
giustizia popolare (affiancare ai conti palatini nei tribunali gli scabini, giudici venuti dal popolo);
scuola (alfabetizzazione e far di conto, invenzione dell’alfabeto carolingio in sostituzione di quello merovingio, molto più complesso);
famiglia (conservazione del matrimonio civile: la fridelehe degli antichi Franchi, cioè “patto d’amore”);
ecologia (il capitolare de villis, con l’imposizione ai titolari delle grandi aziende agricole di coltivare novanta piante che rischiavano di scomparire).

Per non parlare della moderna visione del mondo espressa qualche secolo più avanti da Federico II nell’utopia di una civiltà nella quale potessero convivere le più diverse razze, religioni, filosofie – o per essere ancora più attuali, l’intuizione di poter comporre in maniera incruenta l’irriducibile antagonismo tra la società islamica e quella cristiana.
Ma veniamo poi alla più vistosa (spettacolare) espressione della realtà medievale – che è quella che in questa sede specificamente ci interessa: l’istituzione cavalleresca. 

Che genere di attualità possiamo riconoscere in essa?

E’ una domanda per rispondere alla quale si deve comprendere come e perché, prima di essere una istituzione, l’ordine cavalleresco fu un’idea – per accedere alla quale era necessaria una complessa iniziazione, attraverso cui impegnarsi a fare osservare le leggi e i valori sui quali si fondava.
Leggi e valori niente affatto trascendentali, ma concreti, attuali, civili: solidarietà, difesa dei deboli, protezione degli orfani e delle vedove, delle fanciulle indifese, fedeltà alla parola data, lealtà verso il proprio stesso nemico, pietà per l’avversario battuto sul campo – tutte cose che nessuna rivoluzione, nessuna evoluzione, nessun trauma della storia, ha mai privato del loro effettivo significato.

Cose mai desuete – disattese sì, spesso, ma mai negate dalla coscienza civile dei popoli. (Quale leader, anche il più indegno e corrotto, il più disattento al bene del suo popolo, direbbe mai togliamo la sanità agli ammalati, la pensione ai vecchietti, la solidarietà e il sostegno ai poveri? Nessuno, anche se in sostanza lo pensa, anche se in sostanza studia artifici per poterlo fare in un’ottica – come si dice oggi – di welfare più avanzato…).
Valutate tutto questo con il metro delle vostre idealità, senza crearvi false idolatrie.

Siate liberi, innamorati dei vostri sogni, ma sappiate dominarli, senza esserne mai dominati.

Prima di affrontare la questione specifica dei Templari, ci aiuta a comprendere quest’attualità del fenomeno cavalleresco (e delle sue origini, delle sue ragioni, delle sue finalità) la trattazione di Ramon Lull, fondatore della letteratura catalana, soprannominato dalla società colta medievale Doctor Illuminatus per la vastità dei suoi interessi, che spaziavano dalla teologia alla magia naturale, alle scienze, all’alchimia e naturalmente alla scrittura.

Dimostra Ramon Lull nel suo trattato allegorico sulla cavalleria (Libro della Cavalleria, 1275 circa) come la leggenda cavalleresca non sia in realtà molto lontana dalla storia:

“Vi fu in tempi remoti un’età oscura, scrive Lull, nel corso della quale “scomparvero dal mondo la lealtà, la solidarietà, la sincerità, la correttezza, la giustizia” e dilagarono "slealtà, inimicizia, menzogna, ingiuria e falsità, provocando orrore e sconcerto nel popolo di Dio”. Fu necessario allora restaurare l’ordine perduto “attraverso il timore”, scrive Lull.

E per farlo Dio ricorse a una selezione severa:

Tutto il suo popolo fu diviso per migliaia, e da ogni mille ne fu scelto uno che si distinguesse dagli altri per gentilezza d’animo, lealtà, saggezza, forza”.

A quest’uomo, capace di prevalere su tutti per nobiltà e pietà, coraggio, tenacia e devozione, fu dato per compagno il più nobile, coraggioso e devoto degli animali – il più adatto a servirlo, cioè il cavallo. “E per questo -spiega Lull-  fu detto cavaliere".

Come somiglia alla nostra questa società smarrita e incrudelita, nella quale non c’è lealtà, verità, giustizia – nella quale dilagano inimicizia, slealtà, ingiuria e falsità…

Il discorso si fa più complesso se dalla cavalleria feudale, leggendaria e avventurosa, errante in cerca di belle imprese da compiere, lo spostiamo ai grandi ordini cavallereschi, nati con le crociate, che sono fondamentalmente tre: gli ospitalieri, attuali cavalieri di Malta, i templari, i teutonici.
Perché nel loro caso non siamo più di fronte all’impulso individuale di sanare torti o fare comunque il bene affidandosi a quella forma di casualità divina che nell’ottica cristiana è detta Provvidenza, bensì a un progetto di respiro storico universale.

Come fu per gli Ospitalieri l’intuizione di spostare la crociata dalla Terrasanta ormai perduta al Mediterraneo, trasformando le isole dell’Egeo dapprima e poi Malta in roccaforti occidentali.

Come fu per i Teutonici l’impresa di proteggere le frontiere del nord-est dalla pressione di forze disgregatrici che certo avrebbero deviato in senso tragico per la società europea il corso della storia.

Come fu per i Templari il grande sogno di una pacificazione universale fondata su di una effettiva intesa e reciproca comprensione tra le forze contrapposte dell’Islam e della Cristianità, includendovi peraltro gli Ebrei.

Io mi sento di poter condividere (o quanto meno comprendere, sia pure con delle riserve) il parere di quegli storici che, a ragione o a torto, considerano la tragedia dei templari come uno dei maggiori infortuni nei quali sia incorsa la civiltà occidentale nel suo evolversi.


Perché?

Perché mai nessuno, nessun ordine costituito, nessuna istituzione, nessun partito, nessuno Stato (e il Tempio lo era, uno Stato negli Stati, con diramazioni ovunque) fu mai tanto vicino alla realizzazione dell’utopia di un’armonia universale che passasse attraverso il sincretismo delle due grandi religioni contrapposte della cristianità e dell’islam, senza esclusione per l’ebraismo (che all’epoca non era in armi come oggi, ma comunque in campo con il peso del suo primato storico tra le tre grandi religioni monoteiste di matrice comune).

- A questo sogno, la cui attualità è sotto gli occhi di tutti per il dramma che quotidianamente si recita in Medio Oriente.

- A questo sogno proiettato al superamento di antichi pregiudizi.

- A questo sogno che presumibilmente vagheggiava “una Federazione di Stati” retti da un Gran Maestro (che sarebbe voluto essere Filippo il Bello, entrato per questo e non per altro in conflitto con il Tempio).

- A questo sogno eretico ed inquietante, che avrebbe sovvertito gli equilibri di despoti e teocrati, si deve con ogni probabilità la rovina dei templari.

- I templari furono vittime insomma di ciò che li aveva resi grandi, della loro dorata illusione, delle loro idealità irrealizzabili.

Non v’è in effetti altro terreno, al di fuori di questo loro progetto, nel quale ricercare la vera ragione del processo e dello sterminio dei templari (non certo nell’avidità di un pessimo re, bramoso di appropriarsi dei loro tesori, che fu certamente una concausa, ma null’altro); e basterebbe questo disegno da solo – se non vi fossero molte altre affinità di natura filosofica, connesse alla radici gnostiche dell’esoterismo templare – a spiegare quale valenza ideale possa avere avuto il sacrificio di questi cavalieri per chiunque intenda perseguire ai nostri giorni una via iniziatica che ponga tra le sue finalità non secondarie: il bene e il progresso dell’umanità.
Molti interrogativi rimangono aperti sulla rovina dei templari, che per il modo crudele in cui si svolse va annoverata tra le più fosche tragedie della storia - un enigma che tuttora presenta un' infinità di punti oscuri (anche se nei suoi aspetti essenziali appare chiarito, nonostante la disattenzione preconcetta di certi storici).
Cerchiamo allora di rispondere a quegli interrogativi che, per la loro apparente semplicità, non possono restare inevasi:

1°primo

> Come si spiega che guerrieri legittimati dalla regola di San Bernardo e benedetti dal Papa, guerrieri così determinati nella lotta contro l’islam, nella difesa del santo Sepolcro, così spietati in battaglia, guerrieri che mai si resero responsabili di cedimenti di fronte al nemico, potessero essere giunti a vagheggiare una simile utopia di pace?

C’era una differenza tra i templari e gli altri crociati. I templari erano in realtà bordermen, uomini al confine tra due civiltà, stanziali in Terrasanta.
Non esisteva per loro una prima, seconda, terza crociata, ma una sola crociata permanente. Alternavano i periodi di guerra spietata a prolungati periodi di pace tra una crociata e l’altra, nel corso dei quali si dedicavano a intensi scambi culturali con i circoli più progrediti della società islamica (sufi e ismaeliti). Scambi culturali che investivano anche interessi scientifici, nuove tecnologie, medicina, astronomia.
Con le crociate la società europea conosce i mulini, le nuove tecniche dell’irrigazione, l’osservazione astronomica, l’architettura della pietra in sostituzione di quella tradizionale del legno.Con le crociate i condottieri imparano ad arringare masse di soldati affidando la loro voce al vento, come fosse un microfono. Si tratta insomma di scambi che cementarono in qualche modo, al di là di qualsiasi progetto, un’armonia tra due civiltà opposte ma conviventi. Ne fanno fede le testimonianze dei cronisti dell’epoca e del luogo.

Scrive Foucher di Chartres:

“Noi che eravamo occidentali siamo diventati orientali, quelli che erano orientali sono diventati franchi o romani; chi abitava a Chartres, a Reims, in Lombardia o in Puglia, è ora cittadino di Tiro o di Antiochia, della contea di Tripoli o di Edessa. Abbiamo dimenticato i luoghi della nostra nascita... Molti hanno spose siriane, armene, saracene, che hanno ricevuto la grazia del battesimo, e case, terre, servitori. Gli idiomi più diversi avvicinano le razze più lontane”
Analoghi scritti ci pervengono da Giacomo di Vitry, Guglielmo di Tiro e altri autori.

2°secondo

> In che modo fu possibile per i templari tessere una rete di rapporti con specifici ambienti del mondo islamico, e quali furono i loro interlocutori privilegiati?

Bisogna considerare che i templari si spinsero nei loro viaggi fino agli estremi confini dei territori conosciuti, e oltre la Persia, stringendo contatti con gli ismaeliti del Vecchio della Montagna o Shayk al Jabal (con quegli hassasi, che una leggenda metropolitana occidentale indica come assassini, cioè sicari spinti all’omicidio dall’abuso di hashish, mentre in realtà erano hassasi in quanto seguaci di Hassan).
Esistevano tra gli hassasi e i templari marcate analogie ideologiche e strutturali (i templari erano di cultura giovannita, quindi studiosi del Verbo e della gnosi ; gli hassasi praticavano una lettura coranica del tutto eterodossa: entrambe le vie si fondavano sulla convinzione che la comprensione profonda della norma affrancasse dall’obbligo di osservarla; entrambe le vie ammettevano forme di “santa trasgressione” che vedremo a quali equivoci potevano portare, se osservate in superficie dall’esterno (ancor oggi in Francia e Inghilterra: bere o bestemmiare “come un templare”).

Anche la Gerarchia dei due ordini era praticamente speculare.

Al primo livello incontriamo cavalieri da una parte e rafì dall’altra, scudieri e fidaì, fratelli e lasik.

C’era poi una Cupola esoterica superiore con Priori e Kabìr, Gran Priori e Daì, e al di sopra di tutti il Gran maestro per i templari e lo Shayk per gli hassasi.

V’era poi nellOrdine del Tempio un circolo ristretto di "custodi della tradizione", detti Santi o Kadosh, che avevano per interlocutrice diretta tra gli hassasi e l’assemblea dei Drusi.

Non può considerarsi casuale che mentre scattava in Occidente il piano per la soppressione dei templari iniziasse in Oriente la persecuzione, egualmente feroce, degli Hassasi, anch’essa dovuta a motivi di ortodossia ed eresia, con l’accusa di una distorta interpretazione della lettera coranica.
All’origine della persecuzione c’è l’utopia del sincretismo, dell’unione che avrebbe compromesso e mutato ogni equilibrio preesistente. E questa simultaneità dell’azione repressiva in Occidente e in Oriente spiega tutto.

3°terzo

Veniamo ora all’interrogativo forse più inquietante:

- Come si spiega la conservazione di un immenso potere da parte dell’Ordine del Tempio – e di un incremento esponenziale delle proprie ricchezze – dopo la perdita della Terrasanta e il ritorno in Europa?

- Come si spiega che un Ordine nato e cresciuto in funzione della crociata possa essere giunto all’apice della propria fortuna militare ed economica giusto al momento in cui veniva meno la ragione della sua esistenza?

- Come si spiega che tanta ricchezza possa essersi riversata nelle loro casse proprio al momento del crollo degli stati cristiani mediorientali?

> Faccende di banca, diremmo oggi. E in effetti la cruda verità è che a fronte del disastro degli stati latini d’Oltremare (una vera federazione, che comprendeva il regno di Gerusalemme, il principato di Antiochia, la contea di Edessa, Tiro e numerosi altri insediamenti) i templari risultarono la sola organizzazione in grado di provvedere al trasferimento in Europa dei grandi capitali dei ricchi occidentali residenti nella perduta Terrasanta: i principi, le grandi famiglie, i mercanti, le confraternite religiose.

Si trattò della prima e forse più complessa esportazione di capitali della storia, messa a punto grazie alla estensione e varietà dei legami intessuti dal Tempio (un vero e proprio network universale, rispondente alla logica delle multinazionali della fede: i templari e gli ospitalieri, infatti, erano organizzati sulla base di strutture denominate lingue in ragione della nazionalità di riferimento, ed anche in questo era lo spirito della loro ecumenicità – che li differenziava dai cavalieri teutonici, tutti di razza rigidamente tedesca, i quali rappresentavano a questo modo un ordine anomalo, scarsamente aderente ai valori effettivi della cavalleria).

Ma i templari non avevano certo bisogno di questo incremento dovuto alle drammatiche condizioni nelle quali si era venuta a trovare la cristianità d’oltremare per conservare il loro primato tra le forze in campo dell’Occidente.

Avevano da tempo mezzi illimitati sui quali fondare la realizzazione del loro sfortunato progetto. Erano ricchissimi, dotati di beni e proprietà che riversavano sempre nuove rendite nei loro forzieri, rendite ch’erano alla base di sempre nuovi investimenti e di ulteriore arricchimento.
Controllavano con la loro fitta rete di capitanerie un territorio sconfinato, di qua e di là del mare; il che consentiva loro di assicurare il trasporto di beni e denaro a chiunque ne avesse necessità.
Avevano così avviato una fiorente attività bancaria internazionale (forse troppo fiorente), fondata sul prestito e sullo spostamento di denaro.
Avevano impostato il tutto sull’esercizio di metodi quasi avveniristici per l’epoca, inventando strumenti analoghi al travel-chek e alla cambiale.
Un rigore estremo nell’amministrazione dei loro beni li teneva al riparo dalla benché minima perdita: una disattenzione nella gestione del denaro loro affidato, una spesa ingiustificata, un prestito concesso senza adeguate garanzie, erano mancanze punite con una severità estrema, come una sorta di attentato alla sicurezza del Tempio, più grave della stessa viltà in battaglia.

Perché tanto rigore? Perché i templari erano consapevoli della loro solitudine, e della necessità di dover contare sempre sulle sole proprie forze. Le grandi monarchie erano latitanti quando si trattava d’investire denaro nella difesa della Terrasanta, lasciando ai residenti l’onere di cavarsela da soli; e così fu alla fine, quando gli Stati latini si sgretolarono sotto i colpi di un Islam più forte, più unito e soprattutto più motivato nella riconquista di quei territori. Significativo è l’episodio di Mansurah (1250) e del riscatto richiesto dai mamelucchi per la liberazione di re Luigi XI, catturato dopo una catastrofica sconfitta dell’armata cristiana (nella quale avevano peraltro trovato la morte, diciamolo, il Gran Maestro e numerosi altri cavalieri templari). I saraceni chiedevano 30.000 bisanti d’oro, una somma spropositata di cui solo i templari potevano disporre.

Il conte di Joinville, segretario del re, si rivolse allora al siniscalco del Tempio Stefano d’Outricourt, il più alto in grado dei templari superstiti.
Rispose Outricourt che aveva difficoltà a prestare una tale somma, poiché la regola gli imponeva di non concedere finanziamenti “se non a favore di coloro che a loro volta finanziano il Tempio”. Si può immaginare quale indignazione nella cristianità suscitarono queste contorte parole del siniscalco, che odoravano di usura. Ma il templare stesso trovò un accomodamento: “poiché le regole ci vietano anche di levare la spada verso un altro cristiano”, disse, “minacciatemi con le armi ed io sarò costretto ad aprire le casse”.
Così fu, e non parve certo una soluzione onorevole.
Altri episodi parrebbero avallare l’ingeneroso e generalizzato giudizio di avidità nei confronti dei templari: tra tutti il più eclatante fu Ascalona, dove i templari si posero a guardia dell’unica breccia ch’era stata aperta nelle mura della città assediata, impedendo di entrare agli altri combattenti crociati per poter avere la prima scelta di bottino. Ma erano pochi, e i saraceni all’interno delle mura ebbero così modo di sopraffarli e richiudere la breccia, riprendendo il controllo di una battaglia che sembrava già vinta dai cristiani.

Tutto questo non scalfisce però l’eroismo mostrato dai Templari nell’arco breve della loro storia, ed accentuato – bisogna riconoscerlo – al momento della disfatta, quando si sacrificarono nella stragrande maggioranza in difesa delle ultime roccaforti cristiane.

E ricordiamo l’epopea del Krak dei Cavalieri (1271), come di tante altre fortezze isolate a fronte di una dilagante avanzata islamica.

Ricordiamo soprattutto l’ultima difesa di Acri (1291), dove poche centinaia di cavalieri cristiani e marinai genovesi resistettero a un’armata di centosessantamila saraceni per il tempo necessario a consentire l’imbarco della popolazione sulle navi disponibili.
Non ci furono superstiti templari ad Acri. Morirono tutti sepolti dalle rovine della torre detta del Tempio, dove si erano arroccati per l’ultima resistenza. Morirono per dare il tempo all’ultima donna cristiana, all’ultimo bambino, all’ultimo uomo ancora valido, di prendere la via del mare per l’Europa.

Non andavano incontro a una sorte migliore quei templari ch’erano riusciti a salvarsi e rientrare in Europa, dove stava per compiersi la loro tragedia, contrassegnata da torture, roghi ed imprigionamenti.
Ospitalieri e cavalieri teutonici, per quanto transfughi dalla Terrasanta, continuavano in qualche modo la loro battaglia.
Gli Ospitalieri, futuri cavalieri di Malta, si erano fatti marinai, praticando anche la pirateria contro i pirati barbareschi e contro i turchi, ch’era un modo di continuare la crociata. I tedeschi (o teotischi, come si chiamavano allora) se n’erano tornati nelle loro contrade, inventandosi una nuova crociata contro i pagani del nord, ma soprattutto tenendo a bada danesi, finnici e russi.

I templari, rientrati nelle loro capitanerie d’Europa e deposte le armi, si erano invece dedicati alla sola attività che – a parte la guerra – sapevano svolgere con profitto: la banca. Ciò li aveva demoralizzati e indeboliti, ma soprattutto corrotti nei costumi, demotivati nella fede. Forniscono un quadro desolante del loro decadimento molti poeti e cronisti dell’epoca, che indulgono a criticare il loro lusso, le mollezze, l’eccessiva cura della propria persona, l’ostentazione di un’arrogante ricchezza.  E’ il tempo del vino e del cedimento morale, come tramandano i proverbi: ”bere come un templare”, “ bestemmiare come un templare”. Non contribuì a renderli simpatici l’arrivo del Gran Maestro de Molay al porto di Marsiglia, dove scese dalla nave su di una portantina con una scorta di mori che gli faceva vento.
All’impopolarità dell’immagine resa da questi guerrieri avviliti, feriti nelle loro certezze di un tempo, si aggiunse l’ulteriore crescita dei loro profitti economici – ma questo spiega solo in parte le cause della loro rovina. Contribuirono all’arricchimento gli interessi derivati dai continui prestiti alle case regnanti, fino a quando non fu quasi più concepibile che un sovrano potesse risolversi a decidere qualcosa di importante, stipulare un’alleanza o romperla, intraprendere una guerra, senza mettere in conto la spada (e l’oro) dei templari.

E’ il momento in cui il progetto originario si spinge fino a vagheggiare :
> l’insediamento di un Papa templare > il mistero di Celestino V (1294)
> o anche l’ipotesi di una federazione di Stati europei a modello cavalleresco (come avevano già fatto i teutonici a Nord, ponendo le basi della Prussia moderna). E’ a questo punto che un colpo di mano dei servizi segreti francesi (uno dei più abili della storia, da far invidia alla CIA e al KGB) mette i templari con le spalle al muro

. L’operazione si svolge in una notte: 13 ottobre 1307 (data definita da storici illustri dies nefastus). Pretesto: il controllo delle decime alla sede templare di Parigi.

Lo stato maggiore dell’ordine viene convocato da quella che potremo definire la polizia tributaria di Filippo il Bello per un controllo fiscale.
Per quanto offesi da un simile affronto, i templari si lasciano condurre negli uffici di giustizia, sdegnati ma sicuri di essere immediatamente rilasciati con mille scuse. Sono certi della loro potenza, hanno migliaia di fratelli armati nelle capitanerie del regno.
Non immaginano che alla stessa ora della notte, in ogni capitaneria di Francia, i loro confratelli vengono convocati con pretesti fiscali per essere interrogati in uffici dai quali non faranno più ritorno. In molti muoiono sotto la tortura o scompaiono nelle segrete dei castelli.

Il processo si compie su sette livelli: cavalletto, calcinazione, stivaletto, sospensione per i genitali e, via in crescendo, altre atrocità.  Il Papa ha ordinato che la loro innocenza sia misurata come il valore dell’oro in un crogiolo. Mai immagine fu più terribilmente appropriata. Le accuse sono poche ma mirate, autentiche all’apparenza, ma fondate sull’equivoco.

Idolatria

Sono accusati di adorare un idolo detto Baphomet, ma non di un idolo si tratta, bensì del simbolo bifronte delle civiltà contrapposte: ha una fisionomia moresca con capelli crespi da un lato e glabra dall’altra, con capelli chiari e lisci. Rappresenta le due civiltà da unificare.
E’ la simbologia degli opposti che ricorre anche nel vessillo detto Baussant, di colore bianco-nero.
Sono accusati di oltraggio alla croce. I templari ammisero – e non sotto tortura – di avere calpestato al momento della loro iniziazione la croce.
Non seppero o non vollero spiegarne la ragione, ma lo scopo di questo rito apparentemente blasfemo rispondeva con ogni probabilità all’intento di liberarli da tutto ciò in cui avevano creduto fino allora, per consentire loro d’intraprendere un cammino iniziatico verso maggiori misteri, verso un cristianesimo che volasse oltre i limiti della cristolatria.

C’è poi l’accusa di immoralità

I templari sono accusati di omosessualità e baci osceni, toccamenti ai quali si dà un significato di ritualità pagana.
Non ci sono da parte loro ammissioni di rilievo. E’ evidente l’intento di denigrarli con un’accusa disonorevole, forse in parte credibile.
Altri corpi scelti della storia militare hanno avuto fama di praticare l’omosessualità: per esempio gli eroi delle Termopili, i granatieri di Federico di Prussia, la guardia reale inglese, le abominevoli SA naziste.

A queste accuse si aggiunse una generica fama di eresia connessa alle loro ricerche di archeologia sacra, volte al tentativo d’impossessarsi di reliquie particolari: la Sindone, i legni della croce, la santa lancia.

Si parla di un loro coinvolgimento della cerca del Graal. Aleggia il sospetto che possano avere addirittura ritrovato le spoglie terrene del Cristo, evento che scardinerebbe tutto il senso della verità evangelica.

Ci sono infine le congetture derivate dalle ricerche svolte nel Tempio di Salomone, dov’erano stati inizialmente alloggiati dal re Baldovino di Gerusalemme.

Sono inoltre risaputi certi loro legami con l’eresia catara, convalidati in qualche modo dall’atteggiamento di solidarietà assunto verso gli albigesi perseguitati in Linguadoca, dove si dice che alcuni di loro abbiano combattuto (senza insegne, con mantelli grigi) al fianco degli eretici assediati nella Rocca di Montsegur.

Ci furono quelli che confessarono sotto la tortura le più inverosimili colpe – e quelli che le respinsero.
Furono ritenute più attendibili le ammissioni delle smentite. Così da indurre il Papa Clemente V a sciogliere l’ordine “con amarezza e tristezza”. Erano gli anni della cattività avignonese. Il pavido pontefice non era che un ostaggio del re di Francia.
Ma non sfuggì agli osservatori attenti, come fu detto in riferimento alle confessioni dei templari, che “dieci uomini che muoiono per non confessare i delitti di cui li si accusa sono più attendibili di mille che li confessano per aver salva la vita.”


Chi erano in realtà i templari?

Uomini di una straordinaria disciplina e di un disprezzo inesauribile della morte.

Bernardo di Chiaravalle esalta questa milizia come massima espressione di coraggio e di pietà (leoni in battaglia, agnelli nella loro magione).

La Regola cui sono sottoposti è durissima:


Voi non agirete mai secondo i vostri desideri.
Se vorrete andare al di là del mare, vi si terrà di qua; se vorrete restare qua, vi si manderà di là.
Se vorrete risiedere ad Acri, vi si manderà ad Antiochia o a Tripoli o in Armenia.
Se vorrete restare in Terrasanta vi si manderà in Puglia o in Sicilia, in Lombardia o in Francia, in Inghilterra o in Borgogna, e dovunque noi abbiamo case e capitanerie e interessi da difendere.
E se vorrete dormire vi si comanderà di vegliare, se vorrete vegliare vi si comanderà di riposare.
Se vorrete sostare vi si farà camminare, e se vorrete mettervi in marcia vi si imporrà l'attesa. E quando vi si ordinerà di partire non saprete mai perché né per dove... E quanto più avrete meritato, tanto meno sarete premiati...”


A questa disciplina ferrea si sovrapponeva un disprezzo della morte che rasentava l’orgoglio e spesso degenerava in superbia: la loro solitudine in battaglia era testimoniata dal vessillo bianconero (Baussant, Valcento: uno a cento) e dal rifiuto preconcetto di affiancarsi agli altri ordini (l’ordine sancito dalle regole d’ingaggio in battaglia nel caso si trovassero isolati in una mischia è di “aprirsi un varco fino alla più vicina bandiera cristiana,  fosse anche quella degli ospitalieri”).

Proverbiale è la loro smania di essere i primi nello schieramento:
Riccardo Cuor di Leone nella sua marcia verso Gerusalemme ha il problema di dover alternare di giorno in giorno all’avanguardia templari e ospitalieri per non urtare suscettibilità.

Che ne fu dei templari dopo il dies nefastus del 1307?
Escono dalla storia ed entrano nella leggenda. Ma non si può proprio dire che escano poi del tutto dalla storia:
In parte si rifugiano in Portogallo, dove combattono con re Dionigi nella lotta di reconquista iberica contro i Mori.
Lì fondano l’ordine del Cristo, che ha il riconoscimento della Chiesa.

In parte di rifugiano in Scozia, favoriti da stretti rapporti con i clan, al cui fianco si battono per l’indipendenza scozzese: la battaglia di Bannockburn (1314, anno del rogo di De Molay) segna la prima vera vittoria in campo degli scozzesi sugli inglesi. Essenziale è il contributo templare all’incoronazione di re Bruce (Roberto I), intessendo rapporti ai quali si fa risalire l’origine della moderna Massoneria con particolare riferimento al Rito scozzese antico e accettato.

C’è poi il mistero della flotta templare, partita da La Rochelle con uomini e mezzi al momento in cui aveva inizio l’operazione di Filippo il Bello. Scomparve, ma non in una tempesta, perché tra tante navi e marinai ci sarebbero sicuramente dei superstiti; non perché intercettata dagli inglesi, perché si sarebbe saputo; non per avere raggiunto terre non ancora scoperte d’oltreoceano, perché ne sarebbe rimasta traccia.

Allora? E’ plausibile che le navi del Tempio possano aver superato la Cornovaglia ed avere quindi compiuto una parziale circumnavigazione dell’Irlanda incuneandosi verso approdi scozzesi al riparo della penisola del Kintyre, dove esistono tracce di attività navali templari.

Di certo, nel futuro dei templari, ci fu diaspora e clandestinità, la sopravvivenza nella corrente di movimenti ermetici ed occulti, l’adesione a società segrete d’ispirazione esoterica, come ad esempio i Rosacroce.

Una certa leggenda sulla decapitazione di Luigi XVI (intesa come vendetta di De Molay, il boia che si scopre il viso per dirgli: “maestà, io sono un templare) dimostrerebbe quanto meno la sopravvivenza di un mito.

Che cosa resta oggi della tradizione, del segreto templare?

E’ lecito affermare che, nonostante la fioritura retorica e talvolta pittoresca di sedicenti associazioni templaristiche, l’unico depositario autentico della tradizione templare sia l’Ordine massonico, e specificamente gli alti gradi del RSAA.
Sempre in materia di dati più leggendari che reali v’è da citare un documento pubblicato nel 1877 come Statuto segreto del Tempio”, fortunosamente rinvenuto negli archivi vaticani. Si tratta con ogni probabilità di un falso, ma scaturito sull’onda del templarismo, ed espressione quindi di una cultura maturata oltre la tragedia, nel dolore di secoli.

Vi si legge: Sappiate che Dio non fa alcuna distinzione tra cristiani, saraceni, ebrei, greci, romani, francesi, bulgari, perché chiunque prega sarà salvato…” Questo è comunque un pensiero da templari.

Questo è da
uomini liberi

Una curiosità: perché i bulgari? Capisco i cristiani, i saraceni, gli ebrei, ed anche i greci, i romani, capisco i franchi… Ma perché i bulgari? Era una informazione in codice, un modo di metterci anche i catari senza scoprirsi. Essendo infatti la dottrina catara pervenuta in occidente attraverso la Bulgaria, era norma di prudenza, per chi voleva farvi cenno, parlare di religiosità bulgara. E anche questa volontà di immettere i catari nel documento, autentico o falso che sia, significa comunque qualcosa.

Vorrei concludere rivolgendo ai giovani dell’Ordine Jacques de Molay una realistica indicazione sull’insegnamento che si può trarre dalla tragedia dei templari; ed è che:

> non esiste nobile impresa, idealità, illusione del tutto esente da errori e forse talvolta bassezze - così come non v’è bassezza ed errore che non possano essere riscattati da un nobile gesto.

In questo il bene s’intreccia con il male, il bianco con il nero, come nel Baussant del Tempio. Ci furono tra i templari eroi e traditori, idealisti e trafficanti.

Lo stesso De Molay non seppe sempre dare un esempio di fermezza nella tempesta, ma fu lacerato da dubbi ed esitazioni, indecisioni sul da farsi.  Seppe però morire da uomo, con la coscienza liberata da ogni peso. Seppe immolarsi come agnello sacrificale di una libertà negata.

Ed è per questo che c’è posto per lui nel grande libro del libero pensiero, accanto a Giordano Bruno ed a Thomas More, a Ramon Lull, Muntzer e ogni altra vittima dell’intolleranza di qualsivoglia matrice, religiosa o politica.  Valutate tutto questo con il metro delle vostre idealità, senza crearvi false idolatrie.

"Siate liberi, innamorati dei vostri sogni, ma sappiate dominarli, senza esserne mai dominati"

> Il sogno è vostro, non voi del sogno <

FRANCO CUOMO

1°Templar Day – 05.10.03 Sabbioneta (MN)


Un uomo non può cambiare il mondo

ma può diffondere un messaggio
che può cambiare il mondo